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Lotteria degli scontrini: prima estrazione venerdì 7 agosto

Lotteria degli scontrini: prima estrazione venerdì 7 agosto

Potranno partecipare, a partire dal prossimo 1° luglio 2020, tutti i cittadini residenti e maggiorenni che fanno acquisti pari o superiori a un euro, basta avere il codice lotteria

Redazione Fisco Oggi

immagine di uno scontrino

Fisco Oggi

Pronte le regole del gioco. Per partecipare alla Lotteria degli scontrini basterà esibire al negoziante al momento dell’acquisto, senza nessun obbligo di identificazione, il codice reperibile sul “Portale lotteria” (disponibile a partire dalle ore 12.00 del 9 marzo).
Si parte nel 2020 con un’estrazione mensile con tre premi di 30mila euro ciascuno e una annuale del valore di 1 milione di euro. Ci saranno 90 giorni per reclamare il premio e quelli che non verranno riscossi andranno ad alimentare il montepremi annuale.
Le istruzioni operative, in un provvedimento siglato il 5 marzo 2020.

Primo step: procurarsi il “codice lotteria”
Per poter partecipare alla lotteria degli scontrini è necessario esibire all’esercente il “codice lotteria”, reperibile da un’apposita funzionalità disponibile nell’area pubblica del “Portale lotteria” gestito dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Si tratta di un codice alfanumerico composto da 8 caratteri associato al codice fiscale del consumatore finale. Il codice lotteria può essere stampato o salvato su smartphone, tablet, eccetera.

Chi può partecipare
Possono prendere parte alla lotteria le persone fisiche maggiorenni, residenti in Italia, che acquistano beni o servizi al di fuori dall’esercizio di attività d’impresa arte o professione. In questa fase di avvio non potranno partecipare gli acquisti documentati tramite fattura elettronica e quelli per i quali i dati dei corrispettivi sono trasmessi al sistema tessera sanitaria. Sono esclusi dalla lotteria anche gli acquisti on line.

Quali corrispettivi partecipano?
Ogni corrispettivo trasmesso telematicamente all’Agenzia delle entrate e successivamente acquisito dal Sistema lotteria, partecipa nei limiti di quanto contestualmente pagato, in tutto o in parte, se di importo pari o superiore a un euro.
Ciascun corrispettivo partecipa a una sola estrazione settimanale, a una sola estrazione mensile e a una sola estrazione annuale, secondo il calendario visibile sul Portale lotteria.

Estrazioni e premi in palio
Per quest’anno sono previste:

  • 1 estrazione mensile con 3 premi di 30mila euro ciascuno, a partire da venerdì 7 agosto. Le successive estrazioni mensili avverranno ogni secondo giovedì del mese
  • 1 estrazione annuale con un premio pari a 1.000.000 di euro (la data sarà definita con un provvedimento delle Dogane).

A partire dal 14 gennaio 2021 ogni giovedì saranno effettuate anche le estrazioni settimanali con 7 premi del valore di 5mila euro ciascuno.

Le vincite non sono soggette a tassazione.

I premi devono essere reclamati entro il termine di 90 giorni dalla comunicazione di vincita, pena la decadenza. I premi settimanali e mensili non reclamati nel termine previsto concorrono alla formazione di eventuali altri premi da distribuire in occasione del concorso annuale. I premi annuali non reclamati entro il termine previsto concorrono alla formazione dei premi annuali per i successivi anni di riferimento.

Comunicazione ai vincitori
L’Agenzia delle dogane e dei monopoli provvede a informare i vincitori tramite l’indirizzo di posta elettronica certificata o sms, se forniti al momento della registrazione, oppure con comunicazione all’indirizzo di residenza o domicilio fiscale, tramite l’utilizzo dei dati disponibili nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente o nell’Anagrafe tributaria. In quest’ultimo caso, il vincitore è tenuto a recarsi presso la sede delle Dogane territorialmente competente in base alla propria residenza o al proprio domicilio fiscale per l’identificazione e l’indicazione delle modalità di pagamento.
La vincita sarà pagata dall’agenzia delle Dogane tramite bonifico bancario o con assegno circolare non trasferibile.

Il Portale lotteria
Diviso in due aree, una pubblica e una riservata, sarà disponibile dalle ore 12.00 di martedì 9 marzo 2020.

Nell’area pubblica si potranno consultare le informazioni relative all’andamento della lotteria, quali:
a) le informazioni sul gioco (numero corrispettivi, numeri vincenti, importo vincite, eccetera)
b) il calendario delle estrazioni
c) lo stato delle singole estrazioni
d) il codice dei documenti di certificazione risultati vincenti e quelli relativi ai premi non reclamati entro il previsto termine di decadenza
e) le modalità di partecipazione alle estrazioni
f) le modalità di riscossione dei premi
g) la normativa di riferimento.

Nell’area riservata, accessibile tramite Spid, la Carta nazionale dei servizi (Cns) o le credenziali Fisconline/Entratel, il consumatore potrà:
a) consultare il proprio profilo contenente le informazioni eventualmente inserite durante la fase di registrazione (email-Pec per eventuali comunicazioni, contatti telefonici e altro)
b) verificare il singolo documento rilasciato e il numero dei biglietti virtuali della lotteria associati
c) verificare le vincite (se presenti saranno indicate all’accesso in area riservata senza interrogazioni)
d) attivare o disattivare diverse funzionalità di ausilio per le diverse tipologie di comunicazione (newsletter, e-mail/Pec, sms, e altri mezzi di comunicazione definiti dalle Dogane)
e) conoscere i corrispettivi vincenti per i quali è prossima la scadenza del termine per la riscossione del relativo premio
f) esercitare i propri diritti, tra cui l’opposizione al trattamento dei dati
g) consultare i codici lotteria associati al proprio codice fiscale, con la relativa data di generazione.

Sul Portale lotteria, inoltre, è possibile segnalare le eventuali criticità, incongruenze e/o irregolarità riscontrate sia nel sistema di partecipazione sia nello stesso Portale.

Estrazione “zero contanti”
Con un provvedimento, attualmente all’esame del Garante della privacy, saranno stabilite le regole per “zero contanti”, un’estrazione aggiuntiva dedicata a chi effettua gli acquisti con moneta elettronica. E’ previsto un premio annuale di 5 milioni di euro per i cittadini e di 1 milione di euro per i commercianti. Ci saranno, inoltre, 10 premi mensili da 100mila euro per i cittadini e 10 premi da 20mila euro per i commercianti. A partire dal 2021, inoltre, saranno effettuate anche le estrazioni settimanali (15 premi da 25mila euro per i cittadini e 15 premi da 5mila euro per i commercianti).

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Ritenute fiscali degli appalti: il certificato che riduce gli oneri

Ritenute fiscali degli appalti:
il certificato che riduce gli oneri

Disponibile online il modello che attesta la sussistenza dei requisiti delle imprese, valido quattro mesi dalla data del rilascio ed esente da imposta di bollo e dai tributi speciali

Redazione Fisco Oggi

certificato

Fisco Oggi

Via libera allo schema di certificato che permette alle imprese committenti di verificare che le imprese appaltatrici siano dotate dei requisiti richiesti dal collegato fiscale alla legge di Bilancio 2020 (Dl n. 124/2019) in materia di ritenute negli appalti over 200mila euro. Il provvedimento delle Entrate del 6 febbraio 2020 approva il modello (allegato A) con cui gli uffici dell’Agenzia potranno certificare la presenza dei requisiti, allegato B, indicati nell’articolo 17-bis del Dlgs n. 241/1997, ricorrendo alle informazioni presenti nel sistema dell’anagrafe tributaria e ai dati trasmessi dagli agenti della riscossione.

Il certificato, disponibile a partire dal terzo giorno lavorativo di ogni mese, ha una validità di 4 mesi dalla data del rilascio e non sconta l’imposta di bollo, né tributi speciali.

Il documento è messo a disposizione presso un qualunque ufficio territoriale della Direzione provinciale competente in base al domicilio fiscale dell’impresa, salvo diverso atto organizzativo adottato dal Direttore provinciale. Competente all’emissione del certificato per i grandi contribuenti è la Direzione regionale, che già provvede al rilascio di altre certificazioni quali la certificazione dei carichi pendenti, dell’esistenza di contestazioni in caso di cessione d’azienda, o attestante l’iscrizione all’Anagrafe tributaria al fine di poter fruire delle agevolazioni previste dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni.

L’impresa può segnalare all’ufficio che ha emesso il certificato eventuali ulteriori dati che ritiene non essere stati considerati. L’ufficio verifica tali dati e richiede, se necessario, conferma delle informazioni relative ai carichi affidati agli agenti della riscossione, in modo da valutare l’emissione di un nuovo certificato.

Il provvedimento di oggi trova la sua origine nella nuova disposizione, introdotta dall’articolo 4 del Dl n. 124/2019 (articolo 17-bis del Dlgs n. 241/1997), finalizzata a contrastare l’omesso versamento delle ritenute. La nuova procedura introdotta dalla norma prevede che i soggetti che affidano a un’impresa il compimento di una o più opere o di uno o più servizi di importo complessivo annuo superiore a 200mila euro, con contratti di appalto, subappalto o di affidamento a consorzi (o rapporti negoziali comunque denominati), caratterizzati da prevalente utilizzo di manodopera presso le sedi di attività del committente con utilizzo di beni strumentali di proprietà dello stesso committente o ad esso riconducibili in qualunque forma, richiedano all’impresa appaltatrice o affidataria e ai subappaltatori copia delle deleghe di pagamento relative al versamento delle ritenute, trattenute dalla stessa impresa ai lavoratori direttamente impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio. 

Per consentire al committente di eseguire il controllo dei pagamenti versati dalle imprese, gli appaltatori, subappaltatori o affidatari sono tenute a trasmettere al committente, entro cinque giorni lavorativi successivi alla scadenza del versamento, le deleghe e un  elenco  nominativo  di  tutti  i  lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente  all’esecuzione di opere e servizi affidati dal committente, con le ore di lavoro prestate in relazione all’opera o servizio, l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale  prestazione e il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.

Tali nuovi adempimenti in tema di ritenute fiscali non trovano applicazione se le imprese appaltatrici o affidatarie o subappaltatrici consegnano al committente la certificazione, messa a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, che attesta la sussistenza dei requisiti, indicati alle lettere a) e b) dell’articolo17-bis del Dlgs n. 241/1997:

  • essere in attività da almeno tre anni
  • essere in regola con gli obblighi dichiarativi
  • avere eseguito, nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio, complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime
  • non avere iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi alle imposte sui redditi, all’imposta regionale sulle attività produttive, alle ritenute e ai contributi previdenziali per importi superiori a 50mila euro, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione. Quest’ultima disposizione non si applica per le somme oggetto di piani di rateazione per i quali non sia intervenuta decadenza.

Il provvedimento di oggi, quindi, approva lo schema del certificato di sussistenza dei requisiti delle imprese, oltre a indicare i criteri per la verifica della stessa.

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M’illumino di Meno 2020: luci spente e piantiamo un albero

M’illumino di Meno 2020: luci spente e piantiamo un albero

L’iniziativa è dedicata ad accrescere il verde intorno a noi e, nel nello stesso tempo, si continua ad invitare i cittadini e le istituzioni a limitare lo spreco di energia

Romeo Piazza – Fisco Oggi

locandina di m'illumino di meno 2020

Fisco Oggi

Anche quest’anno l’Agenzia delle entrate aderisce all’iniziativa “M’Illumino di Meno” la celebre campagna di sensibilizzazione radiofonica sul risparmio energetico e gli stili di vita sostenibili, ideata dalla trasmissione Caterpillar di Rai Radio2, giunta alla quindicesima edizione.

M’illumino di Meno torna il 6 Marzo 2020 ed è dedicata ad aumentare gli alberi, il verde, le piante intorno a noi. L’invito è quindi a “piantare un albero, perché gli alberi si nutrono di anidride carbonica. Gli alberi sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell’aumento dei gas serra nell’atmosfera terrestre e quindi dell’innalzamento delle temperature. Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l’erosione del suolo, regolano le temperature. Gli alberi sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Per frenare il riscaldamento globale bisogna cambiare i consumi, usare energie rinnovabili, mangiare meno carne, razionalizzare i trasporti”.

L’Agenzia delle entrate ha fatto importanti passi in avanti nel contenimento delle proprie emissioni che alterano il clima. Infatti, l’Agenzia promuove azioni di contenimento dei consumi, di riuso e riciclo sia direttamente, tramite pratiche di acquisto sostenibili (ad esempio acquisto di carta riciclata e carta vergine proveniente da foreste certificate, acquisto di energia prodotta esclusivamente da fonti rinnovabili), sia indirettamente attraverso la sensibilizzazione del personale dipendente (ad esempio indicazioni sul corretto utilizzo della carta e sulla raccolta differenziata, risparmi energetico e mobilità sostenibile).

Anche grazie all’obbligatorietà dell’inserimento dei Criteri ambientali minimi definiti dal ministero dell’Ambiente, Tutela del territorio e del Mare per l’acquisto di carta in risme, l’Agenzia, al fine di ridurre il fenomeno della deforestazione, nelle sue procedure di acquisto richiede che le fibre vergini utilizzate per la fabbricazione della carta, sia cosiddetta “bianca” (vergine o mista ossia con contenuto di cellulosa riciclata inferiore al 70% in peso rispetto al totale) che per quella riciclata (fibre di cellulosa riciclata con quantitativo minimo pari almeno al 70% in peso), provengano da foreste gestite in maniera responsabile o da fonti controllate, ossia legali e sostenibili.
Ciò significa che la carta non proviene da tagli illegali o da interventi irresponsabili che possono portare all’impoverimento o alla distruzione delle risorse forestali. La carta inoltre non può essere sbiancata con cloro gassoso, in quanto sostanza pericolosa.
L’Agenzia delle entrate, come da propria prassi consolidata, richiede la fornitura di carta nelle percentuali del 50% di carta vergine e del 50% di riciclata. La carta per stampa e copie è tra le voci di spesa più significative della categoria materiali di consumo, con un valore di circa 2milioni di euro annui.
Al fine di contenerne la spesa l’Agenzia ha realizzato numerose iniziative volte a ridurre il consumo della carta (ad esempio comunicazioni ai propri dipendenti con l’invito all’utilizzo di strumenti e documenti informatici, pubblicazioni sulla intranet di vademecum, guide e informazioni per ottimizzare l’uso della carta, campagne di sensibilizzazione volte a diffondere le “buone pratiche” in ufficio e l’utilizzo della funzione fronte-retro), tanto da aver ridotto la spesa di oltre il 15% dal 2014 nonostante l’incremento dei prezzi di mercato.
Considerato il consumo di circa 1milione di risme, l’acquisto del 50% di carta riciclata comporta i seguenti risparmi ambientali: evitato il taglio di oltre 3.000 alberi (considerando che un pino di medio diametro alto 15 metri produca 159 risme), 53.900 litri di acqua, 9.650 Mwh, evitata l’emissione di CO2 per 800 tonnellate. Le ulteriori 500.000 risme acquistate in carta vergine, sono certificate circa la provenienza da foreste gestite in maniera responsabile o da fonti controllate.

Inoltre l’Agenzia delle entrate acquista energia prodotta da fonti rinnovabili ogniqualvolta sia disponibile l’opzione verde nella convenzione Consip. Ad esempio nel 2018, l’Agenzia ha consumato oltre 85.000 Mwh di energia dei quali, circa 75.000 Mwh prodotti da fonti rinnovabili, risparmiando così l’emissione di circa 21.300 tonnellate di Co2 (considerando che per ogni kilowattore di energia elettrica consumata si emettono circa 284 grammidi Co2).

Nelle scelte d’acquisto viene inoltre privilegiata la scelta della riduzione dei rifiuti: ne sono esempio l’utilizzo del free-beverage (bevande alla spina) presso le mense oppure l’installazione dei refrigeratori di acqua di rete nell’ambito del servizio di gestione dei distributori automatici di bevande e snack nonché l’acquisto di toner “rigenerati” (che riutilizzano la cartuccia).

Con l’obiettivo di riutilizzare i beni e quindi allontanare il fine vita delle cose, l’Agenzia realizza dei bandi per la cessione a titolo gratuito di apparecchiature informatiche agli istituti scolastici, alle pubbliche amministrazioni, agli enti e organismi no profit.

A fronte dell’impegno diretto dell’ente, l’Agenzia delle entrate chiede ai suoi dipendenti di collaborare alla riduzione dell’impatto ambientale attraverso la diffusione di vademecum e indicazioni sulle buone pratiche di riduzione dei consumi della carta e dell’energia elettrica e di separare i rifiuti in ufficio al fine di realizzare la raccolta differenziata.
Dal 2018 inoltre è stata creata la Rete dei Mobility manager dell’Agenzia delle entrate, che nelle 19 città in cui sono presenti i manager (ove insistono immobili con più di 300 dipendenti), consente di sensibilizzare i dipendenti e creare le condizioni utili alla riduzione delle emissioni nell’ambito dei trasporti promuovendo la mobilità sostenibile.

L’Agenzia delle entrate anche quest’anno aderisce ai valori promossi dall’evento con la partecipazione attiva alla giornata e dando impulso alla realizzazione di diverse iniziative:

  • pubblicazione sulla intranet aziendale di una comunicazione che invita tutti i colleghi  allo spegnimento delle luci e dispositivi elettrici non necessari dalle ore 18 del 6 marzo  evidenziando il collegamento alla sezione ambiente – manuali (ove sono presenti i documenti relativi al risparmio energetico in ufficio e la raccolta differenziata dei rifiuti) ed al Portale pagine online – rubrica mobilità sostenibile, per sensibilizzare alla riduzione delle emissioni di Co2 legate ai trasporti
  • pubblicazione sul sito intranet e internet dell’Agenzia delle entrate della locandina di presentazione della quindicesima edizione dell’iniziativa.

 

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Mercato immobiliare italiano: cresce il settore non residenziale

Mercato immobiliare italiano:
cresce il settore non residenziale

Crescono le compravendite in tutti i comparti negli ultimi quattro mesi dell’anno appena trascorso: più consistente il terziario-commerciale, con oltre 31.000 unità compravendute

Filippo Lucchese – Fisco Oggi

immagine di uffici

Fisco Oggi

Nel quarto trimestre 2019 il mercato immobiliare non residenziale ha mostrato in tutti i segmenti una tendenza di tipo espansivo, per quanto con tassi assai differenziati; il tasso tendenziale aggregato, che esprime la variazione dei volumi compravenduti rispetto all’analogo trimestre del 2018 per l’intero settore, è risultato pari a +4,9%, leggermente inferiore al +5,6% del trimestre precedente.

I dati completi, sia di sintesi che di dettaglio, sono esposti nel documento “Non Residenziale – Statistiche IV trimestre 2019”, curato dall’ufficio Statistiche e Studi della direzione centrale Servizi estimativi e Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate e da oggi disponibile sul sito internet dell’Agenzia.

I quattro segmenti individuati all’interno del settore non residenziale sono rispettivamente il terziario-commerciale (il più consistente, con oltre 31.000 unità compravendute, oltre il 56% del totale), il produttivo, il produttivo agricolo ed un quarto, di carattere residuale, composto per la quasi totalità da immobili appartenenti alle categorie catastali del gruppo F.

Serie storica variazioni % tendenziali NTN settori Terziario-commerciale, Produttivo e Produttivo agricolo

grafico che raffigura la serie storica variazioni % tendenziali NTN settori Terziario-commerciale, Produttivo e Produttivo agricolo

Si propone, a seguire, una breve analisi di ciascun segmento.

Segmento terziario-commerciale
In termini aggregati, il primo dei segmenti di mercato individuati, il terziario-commerciale, ha visto nel quarto trimestre del 2019 un’espansione dei volumi compravenduti del 6,2%.
Tutte le macroaree in cui è stato ripartito il territorio italiano hanno presentato tassi positivi, compresi tra il +10% delle Isole, che restano l’area meno dinamica in termini assoluti, e il + 2,8% del Sud; l’espansione ha interessato in modo mediamente abbastanza omogeneo comuni di grande e di piccola dimensione, se si pensa che i tassi dei comuni capoluogo di provincia e di quelli non capoluogo sono risultati rispettivamente +7,5% e +5,8%.

Il rapporto individua poi all’interno del segmento in esame, come di consueto, quattro sotto-aggregazioni: uffici e studi privati, negozi e laboratori, depositi commerciali e autorimesse e un quarto insieme residuale. Ciò che emerge è che la tendenza espansiva dei volumi di compravendita accomuna tutte e quattro queste sotto-aggregazioni, anche con riferimento alle relative ripartizioni territoriali in macroaree.
Uffici e studi privati, in particolare, hanno visto un incremento delle compravendite rispetto al trimestre analogo dell’anno precedente dell’8,3% alla scala nazionale, anche se con una compressione delle relative superfici medie compravendute (-7,3 m2); negozi e laboratori sono cresciuti, in termini di volume scambiato, del 6,4%, con superfici medie sostanzialmente inalterate (in contrazione al nord, in espansione al centro e al sud); per depositi commerciali e autorimesse i volumi scambiati sono cresciuti del 4,4%, con superfici medie in leggero calo (-2,1 m2), soprattutto per effetto delle dinamiche del nord e del centro; l’aggregazione residuale, infine, per quasi il 75% rappresentata da immobili destinati a speciali esigenze commerciali (categoria catastale D/8), ha visto un aumento delle compravendite di oltre il 20%.
Un ultimo prospetto viene dedicato all’approfondimento relativo alle otto principali città per dimensione demografica: le due di gran lunga più importanti in termini di mercato, Milano e Roma, mostrano una solida tendenza espansiva in tutte e quattro le sotto-aggregazioni precedentemente ricordate, mentre in generale si può rilevare come i tassi risultino mediamente più elevati rispetto a quelli visti alla scala nazionale, pur con qualche eccezione di segno negativo riscontrabile in ciascun comparto.

Segmento produttivo
Il segmento produttivo presenta, tra i quattro, il tasso aggregato più basso, +1,5%, a conferma di una tendenza sostanzialmente stazionaria in atto da almeno un anno; in questo caso la macroarea territoriale che con il suo tasso negativo comprime il dato aggregato nazionale è il Nord Est, con un tasso di -8,5%.
L’analisi presenta anche un’ulteriore segmentazione, sviluppata sulla base della rendita catastale, scelta, almeno in prima approssimazione, quale parametro di definizione qualitativa delle unità immobiliari; ciò che risulta è un’espansione delle compravendite concentrata soprattutto sulla fascia di rendita più alta (+13,6% per gli immobili con rendita oltre 10.000 euro), con una tendenza prevalentemente di segno negativo nelle altre fasce individuate (eccetto quella compresa tra 100 e 500 euro).

Segmento produttivo agricolo
Il segmento produttivo agricolo prosegue il proprio andamento altalenante, con un tasso aggregato nazionale di +11% che fa seguito al -3,6% registrato nel trimestre precedente.
L’espansione ha interessato tutte le aree territoriali del Paese, ad eccezione delle Isole (dove si è registrato un -3,1%); la dinamica più rilevante è quella che ha interessato il Centro, dove si è avuta una crescita dei volumi delle compravendite di oltre un terzo (+36,9%), mentre il mercato più consistente permane quello del Nord Est (337 unità compravendute nel trimestre, +8,2% rispetto all’anno precedente).

Altre destinazioni
Il rapporto presenta infine, come accennato, una quarta aggregazione che raccoglie tutte le unità scambiate che non rientrano nei raggruppamenti precedenti, pari ad oltre un terzo del totale (Ntn 18.943); si tratta per oltre il 97% di immobili appartenenti al gruppo catastale F. Come anticipato, anche in questo caso, rispetto al quarto trimestre del 2018, si è registrato un incremento delle compravendite (+3,1%), dato che ha concorso a consolidare la tendenza aggregata del settore.

 

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Locazione turistica di immobile: sì all’Iva per l’impresa di ripristino

Locazione turistica di immobile:
sì all’Iva per l’impresa di ripristino

L’affitto del fabbricato può essere considerato imponibile ai fini Iva se gli interventi eseguiti sullo stesso sono finalizzati a trasformare la struttura in un organismo edilizio diverso dal precedente

Redazione – Fisco Oggi

casa al mare

Fisco Oggi

Una società che intende locare l’immobile di sua proprietà trasformato “room & breakfast” a seguito di rilevanti interventi di modifica, può optare per il regime di imponibilità ai fini Iva, al posto dell’esenzione, se i lavori di frazionamento e accorpamento eseguiti hanno trasformato il fabbricato in un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. In tal caso, infatti la stessa società può essere considerata “impresa di ripristino” e quindi beneficiare del regime opzionale.
È il chiarimento fornito con la risposta n. 84/2020 dall’Agenzia delle entrate.

L’istante è una società immobiliare che ha trasformato un fabbricato di sua proprietà in Room & breakfast essendo intenzionata a svolgere l’attività di gestione turistica dell’immobile. Successivamente, la società, decide di tornare alla sua precedente attività di società immobiliare e di affittare l’unità ricettiva a potenziali conduttori.
Chiede, quindi, se la locazione turistica è esente ai fini Iva e se le fatture emesse dalle imprese che hanno eseguito i lavori senza applicazione di Iva in inversione contabile, debbano essere integrate dalla committente con l’Iva al 10% o al 22%.

L’Agenzia ricorda che quando l’istante ha locato l’immobile nell’esercizio dell’attività di Room & Breakfast, l’operazione non può essere esentata da Iva in quanto rientrante tra “le prestazioni di alloggio,…effettuate nel settore alberghiero o in settori aventi funzioni analoghe” (articolo 135, paragrafo 2, lettera a) della Direttiva 2006/112/CE) che scontano l’Iva con aliquota del 10 per cento.

Diversa è l’ipotesi in cui l’istante loca l’intero immobile accatastato A3 ai potenziali conduttori, ritornando così a svolgere l’attività di gestione immobiliare.
In questo caso, la Società può optare per il regime di imponibilità Iva a condizione che rivesta la qualifica di “impresa di ripristino”.
Come chiarito dalla circolare 27/2013 “Le “imprese di ripristino” sono quelle che acquistano un fabbricato ed eseguono o fanno eseguire sullo stesso gli interventi edilizi elencati dall’art. 3, primo comma, lettere c), d) ed f), del Testo Unico dell’Edilizia, cioè “gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”. Ne consegue che se le opere fatte eseguire dalla Società sugli immobili di sua proprietà dovessero effettivamente rientrare tra quelle elencate dall’articolo 3, comma 1, lettere c), d) ed f), del Testo unico dell’edilizia (accertamento tecnico che non può essere effettato in sede di interpello), l’Istante potrebbe scegliere di assoggettare ad Iva -in luogo dell’esenzione – la locazione dell’immobile, previa opzione da inserire nel relativo contratto.
In assenza di detta opzione, la locazione rientrerà nel naturale regime di esenzione da Iva

Riguardo al secondo quesito, l’Agenzia rileva che è strettamente connesso al primo, nel senso che l’aliquota Iva dipende dal tipo di interventi fatti eseguire dall’istante. Quindi l’aliquota Iva del 10% potrà essere applicata a condizione che le opere eseguite rientrino effettivamente tra quelle elencate dall’articolo 3, comma 1, lettere c), d) ed f), del Testo unico dell’edilizia e ricorrano anche le altre condizioni (numeri 127-terdecies, 127-quaterdecies e 127-quinquesdecies, Parte III, Tabella A del Decreto Iva).

 

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Iota e Ocse uniscono le forze per sviluppare un fisco più equo

Iota e Ocse uniscono le forze
per sviluppare un fisco più equo

Tra gli ambiti di applicazione del memorandum siglato dalle due organizzazioni multilaterali potenziare l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni fiscali

Vito Rossi – Fisco Oggi

OECD AND IOTA

Fisco Oggi

Si rinnova la cooperazione tra Ocse e Iota. A fine gennaio l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Organizzazione intra-europea delle amministrazioni fiscali hanno infatti firmato un nuovo protocollo d’intesa che rilancia il gioco di squadra tra i due enti. La firma dell’accordo, avvenuta il 28 gennaio scorso nella cornice dell’ottavo incontro del quadro inclusivo del G20 sul Beps, ha anticipato di pochi giorni la conferma da parte della comunità internazionale di voler affrontare senza indugi le sfide poste dalla digitalizzazione dell’economia (vedi l’articolo “Ocse, ecco la roadmap per il fisco della nuova economia globale digitale” e il comunicato stampa dell’Inclusive Framework del 31 gennaio 2020).  
La cerimonia di firma nella cornice dell’Inclusive Framework sul Beps
Il nuovo memorandum è stato siglato nel contesto della partecipazione di Iota all’ottava riunione dell’Inclusive Framework di Ocse e G20 sull’erosione di base imponibile e lo spostamento dei profitti (il cosiddetto quadro inclusivo Beps). Sin dal lancio dell’Inclusive Framework nel 2016, per via del suo ruolo di osservatore ufficiale, Iota è stato un partner dell’Ocse occupandosi dell’organizzazione e della realizzazione di incontri regionali sui Beps per i Paesi eurasiatici. Queste riunioni itineranti sono da sempre un elemento chiave del successo del quadro inclusivo Ocse, in quanto ha consentito – e consente – a tutti gli Stati aderenti e alle giurisdizioni coinvolte di condividere le loro esperienze sull’attuazione del piano Beps in un contesto regionale e di alimentare in questo modo il dialogo globale.

Fianco a fianco nel Global Forum
La collaborazione tra le Ocse e Iota si è sviluppata nel tempo anche nel corso dei lavori del Forum globale Ocse sulla trasparenza e lo scambio di informazioni. In questo consesso, Iota ha rivestito il ruolo di osservatore e si è occupata di redigere documenti sulle best practices internazionali e di elaborare proposte per garantire l’attuazione efficace delle norme internazionali sulla trasparenza fiscale e lo scambio di informazioni. Inoltre, l’organizzazione congiunta di eventi su alcune delle questioni più importanti in materia di fiscalità internazionale (tra queste basti accennare alla digitalizzazione nelle amministrazioni fiscali, alla gestione delle procedure MAP e al settore dei prezzi di trasferimento) ha confermato la produttività della collaborazione tra le due organizzazioni.

Ampliato l’ambito di cooperazione
Il partenariato tra Ocse e Iota ha una lunga storia, iniziata nel 2000, quando i due organismi decisero di unire le forze per promuovere sistemi tributari più equi ed efficienti e per migliorare l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni fiscali in tutto il mondo. Stavolta le due organizzazioni internazionali hanno deciso di fare di più e intendono estendere a ulteriori ambiti di azione la loro cooperazione, già rodata all’interno del Global Forum e del quadro inclusivo sul Beps. Commentando l’ampliamento delle tematiche su cui si potranno confrontare i tecnici dei due enti grazie al nuovo memorandum, l’attuale presidente di Iota Georgios Pitsilis ha dichiarato: “la giornata odierna rafforza ulteriormente la nostra cooperazione strategica. Sono lieto che il memorandum d’intesa che stiamo firmando ampli l’ambito della cooperazione dalla quale entrambe le organizzazioni trarranno beneficio”. Pascal Saint- Amans, direttore del Centro Ocse direttore del Centro per le politiche fiscali dell’Ocse, ha invece ricordato la lunga partnership tra i sue organismi, affermando che “il lavoro congiunto degli ultimi anni mostra che attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze in materia fiscale possiamo trovare soluzioni comuni alle sfide globali”. 

 

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La perdita “accumulata” in un Paese non si può dedurre in un altro Stato

La perdita “accumulata” in un Paese non si può dedurre in un altro Stato

Lo Stato membro verso il quale una società trasferisce la sede della propria direzione effettiva non può essere obbligato a prendere in considerazione i disavanzi originatesi prima di tale trasferimento

Marcello Maiorino – Fisco Oggi

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Per gli eurogiudici, non contrasta con il diritto comunitario una normativa che escluda la possibilità per una società che ha trasferito la sede in altro Stato membro di far valere una perdita fiscale che ha avuto luogo prima del trasferimento in un altro Paese Ue. Lo afferma la Corte di giustizia con la sentenza del 27 febbraio 2020, causa C-405/18

La fattispecie
La domanda di pronuncia pregiudiziale posta alla Corte Ue verte sull’interpretazione degli articoli 49,52 e 54 Tfue ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una società all’amministrazione fiscale della Repubblica Ceca in relazione al rifiuto opposto da quest’ultima di consentire a tale società di dedurre una perdita fiscale originatasi in uno Stato membro diverso dalla Repubblica Ceca. La società era costituita ai sensi del diritto dei Paesi Bassi, e in quello stato aveva la sede sociale e la sede della direzione effettiva, il che la rendeva residente fiscale in tale Stato.

Nel periodo d’imposta 2007 la società subiva nei Paesi Bassi, una perdita che è stata calcolata dall’amministrazione fiscale in base alla disciplina tributaria di tale Stato.
Successivamente, la società ha istituito, nella Repubblica Ceca, una succursale che, secondo il diritto Ceco, costituisce una stabile organizzazione di tale società priva di personalità giuridica propria e la cui attività è imponibile in tale Stato membro. Quindi, ha trasferito la sede della propria direzione effettiva dai Paesi Bassi alla Repubblica Ceca e, in seguito a tale trasferimento, la società ha spostato la propria residenza fiscale dai Paesi Bassi alla Repubblica Ceca, a decorrere dalla stessa data.
Attualmente, essa svolge tutte le sue attività tramite la medesima succursale.
Tuttavia, la società ha mantenuto la sua sede sociale e la sua iscrizione nel registro delle imprese  olandese. Per quanto riguarda i suoi rapporti interni, ad essa continua infatti ad applicarsi il diritto dei Paesi Bassi. Per effetto di tale trasferimento della sede della direzione effettiva e, quindi, della residenza fiscale, la società ha chiesto all’autorità tributaria Ceca di poter dedurre dalla base imponibile dell’imposta sulle società che era tenuta a versare per il periodo d’imposta 2012 la perdita originatasi nei Paesi Bassi nel periodo d’imposta 2007.
L’amministrazione tributaria Ceca ha ritenuto che tale perdita non potesse essere fatta valere quale voce deducibile dalla base imponibile. Secondo tale amministrazione, la società, in quanto residente fiscale nella Repubblica Ceca, è soggetta a imposta a titolo dei suoi redditi mondiali nel rispetto della normativa tributaria Ceca. Tuttavia, essa potrebbe dedurre dalla base imponibile soltanto una perdita derivante da un’attività economica svolta nella Repubblica Ceca e che sia stata determinata nel rispetto delle disposizioni della legge sull’imposta sui redditi, dal momento che tale legge non regolerebbe la deduzione di una perdita fiscale in caso di cambiamento di residenza fiscale e non consentirebbe il trasferimento di una simile perdita da uno Stato membro diverso dalla Repubblica Ceca.
La questione è quindi approdata dinanzi alla competente autorità giurisdizionale che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue le due seguenti questioni:

La prima questione: sull’applicabilità dell’articolo 49 del Tfue 
Con la prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 49 Tfue debba essere interpretato nel senso che una società costituita secondo il diritto di uno Stato membro, che trasferisca in un altro Stato membro la sede della propria direzione effettiva senza che tale trasferimento incida sul suo status di società costituita secondo il diritto del primo Stato membro, possa avvalersi di tale disposizione per contestare il rifiuto, nell’altro Stato membro, del riporto delle perdite anteriori a tale trasferimento.
In particolare, la Corte ha già dichiarato che una società costituita secondo il diritto di uno Stato membro, che trasferisce in un altro Stato membro la sede della propria direzione effettiva, senza che un tale trasferimento incida sul suo status di società del primo Stato membro, può invocare l’articolo 49 Tfue al fine di mettere in discussione gli effetti fiscali collegati a tale trasferimento nello Stato membro di origine.
Analogamente, una tale società può, in tali circostanze, avvalersi dell’articolo 49 Tfue al fine di mettere in discussione il trattamento fiscale riservatole dallo Stato membro verso il quale trasferisce la sede della propria direzione effettiva.
Il trasferimento transfrontaliero di tale sede rientra, pertanto, nell’ambito di applicazione di tale articolo.
Tutto ciò premesso, la Corte Ue perviene alla conclusione che l’articolo 49 Tfue deve essere interpretato nel senso che una società costituita secondo il diritto di uno Stato membro, che trasferisca in un altro Stato membro la sede della propria direzione effettiva senza che tale trasferimento incida sul suo status di società costituita secondo il diritto del primo Stato membro, può fondarsi su tale articolo al fine di contestare il rifiuto del riporto delle perdite anteriori a tale trasferimento oppostole nell’altro Stato membro.

La seconda questione: sulla compatibilità comunitaria della disciplina interna.
Il giudice ‘a quo’ chiede, inoltre, se l’articolo 49 Tfue debba essere interpretato nel senso che osta alla normativa di uno Stato membro che esclude la possibilità per una società, che abbia trasferito la sede della propria direzione effettiva e, quindi, la sua residenza fiscale in tale Stato membro, di far valere una perdita fiscale originatasi, prima di tale trasferimento, in un altro Stato membro, nel quale essa conserva la propria sede sociale.
La libertà di stabilimento, riconosciuta ai cittadini comunitari dall’articolo 49 Tfue, comprende, ai sensi dell’articolo 54 Tfue, per le società costituite nel rispetto della legislazione di uno Stato membro e aventi la sede sociale, l’amministrazione centrale o il centro di attività principale all’interno dell’Unione, il diritto di svolgere la loro attività in un altro Stato membro mediante una controllata, una succursale o un’agenzia. Come già ricordato, le disposizioni del diritto comunitario  relative alla libertà di stabilimento mirano, in particolare, ad assicurare il beneficio del trattamento nazionale nello Stato membro ospitante. Per contro, il Trattato non garantisce a una società rientrante nell’ambito di applicazione dell’articolo 54 Tfue che il trasferimento della sede della propria direzione effettiva da uno Stato membro ad un altro sia neutro sotto il profilo fiscale. Tenuto conto delle differenze tra le legislazioni degli Stati membri in tale materia, un trasferimento del genere può, secondo i casi, essere più o meno favorevole o sfavorevole per una società sul piano fiscale. La libertà di stabilimento non può quindi essere intesa nel senso che uno Stato membro sia obbligato a determinare le proprie norme tributarie in funzione di quelle di un altro Stato membro, al fine di garantire, in ogni situazione, una tassazione che elimini qualsiasi disparità derivante dalle normative tributarie nazionali.
Nel caso di specie, la possibilità offerta dal diritto di uno Stato membro a una società residente di far valere le perdite originatesi in tale Stato membro nel corso di un determinato periodo d’imposta, affinché tali perdite siano dedotte dall’utile imponibile realizzato da tale società nel corso di periodi d’imposta successivi, costituisce un vantaggio fiscale.
Il fatto di escludere dal beneficio di tale vantaggio le perdite che una società, residente in uno Stato membro, ma costituita in base al diritto di un altro Stato membro, ha subito in tale altro Stato membro nel corso di un periodo d’imposta durante il quale essa era ivi residente, mentre tale beneficio è concesso ad una società residente nel primo Stato membro che abbia subito perdite in tale Stato, nel corso dello stesso periodo, costituisce una differenza di trattamento fiscale.
A causa di tale differenza di trattamento, una società costituita in base al diritto di uno Stato membro potrebbe essere dissuasa dal trasferire la sede della propria direzione effettiva in un altro Stato membro al fine di esercitarvi le proprie attività economiche.
Una differenza di trattamento del genere, che deriva dalla normativa tributaria di uno Stato membro a svantaggio delle società che esercitino la propria libertà di stabilimento, può essere ammessa solo se riguarda situazioni che non sono oggettivamente comparabili o se è giustificata da un motivo imperativo di interesse generale.

In relazione al primo punto, la Corte osserva che la comparabilità di una situazione transfrontaliera con una situazione interna deve essere esaminata tenendo conto dell’obiettivo perseguito dalle disposizioni nazionali in questione. Nella fattispecie in esame risulta che, prevedendo che una società non possa far valere, nello Stato membro in cui risiede attualmente, le perdite originatesi nel corso di un periodo d’imposta in cui aveva la residenza fiscale in un altro Stato membro, la normativa della Repubblica Ceca mira, in sostanza, a preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati membri e a prevenire i rischi di doppia deduzione delle perdite.
Si deve pertanto ritenere che non si trovino, in linea di principio, in una situazione comparabile una società residente in uno Stato membro che ha subito perdite in tale Stato e una società che ha trasferito la sede della sua direzione effettiva e, quindi, la sua residenza fiscale in tale Stato membro dopo aver subito perdite durante un periodo d’imposta nel corso del quale essa era residente fiscale in un altro Stato membro, senza essere affatto presente nel primo Stato membro.
Infatti, la situazione di una società che effettua un tale trasferimento è soggetta in successione alla competenza fiscale di due Stati membri, vale a dire, da un lato, lo Stato membro di origine, per il periodo d’imposta nel corso del quale le perdite sono emerse, e, dall’altro, lo Stato membro ospitante, per il periodo d’imposta nel corso del quale tale società chiede la deduzione di tali perdite.
Da ciò deriva che, in assenza di una competenza fiscale dello Stato membro ospitante per il periodo d’imposta nel corso del quale sono emerse le perdite, la situazione di una società, che ha trasferito la propria residenza fiscale in tale Stato membro e, successivamente, fa valere in quest’ultimo perdite originatesi in precedenza in un altro Stato membro, non è comparabile a quella di una società i cui risultati rientravano nella competenza fiscale del primo Stato membro per il periodo d’imposta nel corso del quale quest’ultima società ha subito perdite.
Inoltre, la circostanza che, avendo trasferito la propria residenza fiscale da uno Stato membro ad un altro, una società rientri in successione nella competenza fiscale di due Stati membri è idonea a determinare un maggiore rischio di doppia deduzione delle perdite, dal momento che tale società potrebbe essere indotta a far valere le stesse perdite presso le autorità di tali due Stati membri.
Nel caso in esame risulta che la società ha subito perdite nell’anno 2007 nei Paesi Bassi, nel corso di un periodo d’imposta durante il quale sia la sua sede sociale sia la sede della sua direzione effettiva si trovavano in tale Stato membro, mentre non aveva ancora istituito una stabile organizzazione nella Repubblica Ceca.

La Corte ha inoltre dichiarato, in sostanza, che l’articolo 49 Tfue non osta alla possibilità per lo Stato membro di origine di una società, costituita ai sensi del diritto di tale Stato membro e che abbia effettuato il trasferimento della propria sede della direzione effettiva in un altro Stato membro, di tassare le plusvalenze latenti relative agli elementi patrimoniali di tale società.
Allo stesso modo, lo Stato membro verso il quale una società trasferisce la sede della propria direzione effettiva non può essere obbligato a prendere in considerazione le perdite originatesi prima di tale trasferimento, le quali si riferiscono a periodi d’imposta per i quali tale Stato membro non disponeva di una competenza fiscale nei confronti di tale società.
Pertanto, le società residenti che hanno subito perdite in tale Stato membro, da un lato, e le società che hanno trasferito la loro residenza fiscale verso quello stesso Stato membro e che avevano subito perdite in un altro Stato membro nel corso di un periodo d’imposta durante il quale la loro residenza fiscale si trovava in quest’ultimo Stato membro, dall’altro, non si trovano in una situazione comparabile alla luce degli obiettivi volti a preservare la ripartizione del potere impositivo tra gli Stati membri e ad evitare la doppia deduzione delle perdite.

Conclusioni
Tutto ciò premesso, la Corte Ue perviene alla conclusione che l’articolo 49 Tfue deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa di uno Stato membro che escluda la possibilità per una società, che ha trasferito la sede della propria direzione effettiva e, quindi, la propria residenza fiscale in tale Stato membro, di far valere una perdita fiscale originatasi, prima di tale trasferimento, in un altro Stato membro, nel quale essa conserva la propria sede sociale.

 

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Esenzione Iva per le esportazioni: senza prova “doganale” svanisce

Esenzione Iva per le esportazioni:
senza prova “doganale” svanisce

Nell’ipotesi in cui si producano documenti di origine privata in sostituzione di quelli ufficiali accettati, l’operazione va equiparata a una cessione nel territorio nazionale

Romina Morrone – Fisco Oggi

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Per beneficiciare dell’esenzione dall’Iva prevista per le cessioni all’esportazione, il contribuente deve fornire prova certa e incontrovertibile, quale l’attestazione di pubbliche amministrazioni del Paese di destinazione, dell’avvenuta presentazione delle merci in dogana, poiché il regime probatorio dell’esportazione deve essere ricavato dalla disciplina doganale, non potendo l’operatore valersi di documenti alternativi rispetto al documento doganale. Di conseguenza, nel caso in cui non sia stata fornita la prova della presentazione delle merci alla dogana di destinazione, l’operazione deve considerarsi come non effettuata ed equiparata a una cessione nel territorio nazionale, soggetta a Iva. Queste le conclusioni della Cassazione nell’ordinanza n. 1864 del 28 gennaio 2020.

I fatti
A seguito di una verifica nei confronti di una spa e con riferimento ai rapporti intrattenuti con una srl, nei confronti di quest’ultima, l’Agenzia ha recuperato a tassazione (anche) l’Iva relativa agli acquisti effettuati nel 1999, non dichiarati ma assoggettati a imposta nella stessa misura percentuale delle cessioni tassate nell’anno precedente, tenuto conto che la contribuente aveva lo status di esportatrice abituale e, quindi, poteva disporre del plafond disponibile per gli acquisti effettuati nell’anno in corso. La Commissione tributaria provinciale ha accolto il ricorso della srl, affermando:

  • applicabile il disposto dell’articolo 8, comma 1, lettera c), Dpr n. 633/1972 (esportazioni indirette)
  • sussistenti tutti i requisiti previsti ex lege perché le cessioni fossero effettuate senza pagamento dell’imposta
  • che, inoltre, era stata allegata agli atti la dichiarazione d’intento ex articolo 11, lettera c), Dl n. 746/1983.

L’ufficio ha impugnato la sentenza poiché il riferimento alla disponibilità del plafond risultava in palese contrasto con l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e dell’Iva per l’anno 1999, oggetto di controllo. Anche in Commissione regionale, tuttavia, la ripresa della maggior Iva non ha avuto sorte migliore. Il collegio di secondo grado, infatti, ha rigettato l’appello poiché la contribuente, alla stregua degli atti, ben poteva essere considerata esportatrice abituale di merce, con plafond disponibile per l’anno d’imposta controllato, essendo stata regolarmente presentata la dichiarazione Iva per l’anno precedente, il 1998.

L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, tra l’altro:

  • violazione dell’articolo 8, comma 1, lettere a) e b), Dpr n. 633/1972 e falsa applicazione del comma 1, lettera c) dello stesso articolo: la Commissione regionale, infatti, aveva confuso il significato e l’ambito di applicazione sia della normativa relativa alle esportazioni indirette sia di quella correlata, disciplinante gli acquisti in sospensione d’imposta (plafond). Nella fattispecie, essendo incontroverso che la società non avesse presentato alcun modello di dichiarazione fiscale per l’anno accertato e che non avesse esibito i registri Iva o le fatture emesse, i giudici di appello non avrebbero potuto affermare che la società aveva i requisiti di esportatrice abituale. Per essere ammessa a tale beneficio, infatti, la contribuente avrebbe dovuto provare l’effettuazione di operazioni di esportazione diretta ovvero indiretta ex articolo 8, comma 1, lettere a), b) e c), Dpr n. 633/1972 senza limitarsi ad affermare che, poiché solo il 4,68% delle cessioni effettuate nell’anno precedente era stato assoggettato a imposta, anche per l’anno 1999 l’ufficio avrebbe dovuto assoggettare a tassazione soltanto il 4,68% dei ricavi non dichiarati. Peraltro, l’Agenzia ha sostenuto che era del tutto inconferente il riferimento all’articolo 8, comma 1, lettera c), Dpr n. 633/1972, poiché tale disposizione poteva essere invocata per giustificare gli acquisti effettuati in sospensione d’imposta, che  possono effettuarsi nei limiti del plafond disponibile, rilevato dalla dichiarazione presentata l’anno precedente, ma non le cessioni
  • violazione dell’articolo 2697 cc e insufficiente motivazione su fatto controverso e decisivo, nonché carenza assoluta di motivazione: i giudici regionali hanno riconosciuto che la contribuente era “esportatrice abituale di merce con plafond disponibile per l’anno 1999 di euro 11.020.023 (già lire 21.337.739.000), in assenza di qualsiasi supporto probatorio, solo sulla base dichiarazione Iva 1998, elemento non idoneo, da solo, a dimostrare che l’attività di esportatrice abituale fosse stata effettuata per l’anno d’imposta 1999.

La Corte ha accolto i motivi di ricorso, affermando che “le argomentazioni svolte dai giudici di merito, essendo molto generiche, non consentono di evincere sulla base di quale documentazione sia stata accertata la qualità di esportatrice abituale della contribuente e la disponibilità di un plafond per l’anno oggetto di accertamento, né tanto meno chiariscono se nella fattispecie in esame si verta in ipotesi di effettuazione di operazioni di esportazione diretta o indiretta e se la contribuente abbia fornito prova dell’esportazione delle merci vendute.” (Cassazione, n. 1864/2020).

Osservazioni
Con riferimento all’applicabilità del regime di esenzione da Iva per le cessioni all’esportazione, i giudici di piazza Cavour sono stati chiamati a interpretare l’articolo 8, comma1, lettera a), Dpr n. 633/1972, secondo il quale l’esportazione “deve risultare da documentazione doganale, o da vidimazione apposta dall’Ufficio doganale su un esemplare della fattura ovvero su un esemplare della bolla di accompagnamento emessa a norma del D.P.R. 6 ottobre 1978, n. 627, art. 2, o, se questa non è prescritta, sul documento di cui all’art. 21, comma 4, secondo periodo”. Al riguardo, hanno chiarito che, per beneficiare dell’esenzione da imposta, deve essere fornita una prova certa e incontrovertibile, quale l’attestazione di pubbliche amministrazioni del paese di destinazione dell’avvenuta presentazione delle merci in dogana. Ciò in quanto il regime probatorio dell’esportazione deve essere ricavato dalla disciplina doganale, non potendo l’operatore valersi di documenti alternativi rispetto al documento doganale.

Di conseguenza, nel caso in cui non sia stata fornita la prova della presentazione delle merci alla dogana di destinazione, ovvero nell’ipotesi in cui siano prodotti documenti di origine privata (documenti di trasporto, contabili bancarie e distinte di carico) in sostituzione della documentazione ufficiale mancante, l’operazione deve considerarsi come non effettuata ed equiparata a una cessione nel territorio nazionale, soggetta a Iva (cfr Cassazione, nn. 13221/2001, 1614/2002, 16971/2016 e 4161/2018). Nella fattispecie esaminata, la Corte ha concluso che la Commissione regionale, con motivazione insufficiente, aveva ritenuto detraibile l’imposta senza esplicitare il percorso argomentativo attestante le condizioni di legge giustificative della non imponibilità delle cessioni effettuate e che, inoltre, aveva escluso la sottrazione all’ordinario regime impositivo, desumendola automaticamente dalla regolare presentazione della dichiarazione Iva per l’anno precedente quello oggetto di controllo. Senza necessità di ulteriore prova delle cessioni nei confronti di soggetti esportatori, prova che, comunque, la contribuente non avrebbe potuto fornire tenendo conto che non aveva esibito alcuna fattura di vendita, né i registri Iva.

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Modello Redditi Sc 2020 – 3: la nuova “exit tax” nel quadro TR

Modello Redditi Sc 2020 – 3:
la nuova “exit tax” nel quadro TR

Modificate le modalità di versamento alternative alle regole ordinarie dell’Ires. La somma può essere suddivisa in cinque rate annuali a fronte delle sei precedenti e non è più prevista la sospensione

Mario Leone – Fisco Oggi

logo di redditi SC 2020

Fisco Oggi

Altra novità del modello Redditi SC2020 riguarda la “ristrutturazione” del quadro TR, con l’aggiornamento dei dati rilevanti in caso di imposizione fiscale in uscita dal Paese (“exit tax”). La normativa di riferimento, quindi, l’articolo 166 del Tuir, è stato oggetto di sostituzione integrale da parte del decreto legislativo n. 142/2018 (d’ora in avanti “decreto”).
Come accennato in precedenza, il decreto, per la parte che qui interessa, risponde alla logica che permea tutta la direttiva n. 2016/1164/Ue (Atad 1), come modificata e integrata dalla direttiva 2017/952/Ue (Atad 2): va garantito a ciascuna giurisdizione il diritto di assoggettare a tassazione, e solo, la ricchezza che in essa si è generata.
Il decreto prevede anche alcune disposizioni applicative che, nell’assetto disciplinare pregresso, erano regolate tramite il Dm 2 luglio 2014, benché implicitamente abrogato, con l’articolo 2, comma 2, del decreto sono stati fatti salvi gli effetti derivanti dall’applicazione del provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate 10 luglio 2014 (emanato in attuazione di detto Dm) con il quale erano state adottate le modalità per l’esercizio dell’opzione per la disciplina sull’exit tax nonché della rateazione. In tal modo le disposizioni dettate da tale norma continuano ad avere efficacia anche per la nuova disciplina (si rinvia a un ulteriore provvedimento ai sensi del nuovo comma 15 dell’articolo 166 del Tuir).
Per quanto concerne la exit tax, il quadro TR menziona l’estensione dell’ambito oggettivo di applicazione della normativa, come previsto dal nuovo comma 1 dell’articolo 166, nonché diverse modalità di determinazione dell’imponibile in uscita, per ogni singola fattispecie, in considerazione delle diverse ipotesi contenute nel nuovo comma 3 dell’articolo 166.

Le norme sull’imposizione in uscita si applicano alle imprese commerciali qualora abbiano:

  1. trasferito all’estero la propria residenza fiscale; in tal caso è previsto che la plusvalenza, unitariamente intesa, è data dalla differenza tra valore di mercato e il costo fiscalmente riconosciuto degli attivi trasferiti. La fattispecie, tuttavia, non ricorre nell’ipotesi in cui detti attivi confluiscono in una stabile organizzazione di tale soggetto, divenuto non residente, situata nel territorio dello Stato
  2. trasferito attivi a una loro stabile organizzazione situata all’estero con riferimento alla quale si applica l’esenzione degli utili e delle perdite (articolo 168-ter del Tuir); in questo caso la base imponibile è data dalla differenza tra il valore di mercato e il costo fiscalmente riconosciuto degli attivi trasferiti
  3. trasferito l’intera stabile organizzazione, situata nel territorio dello Stato, alla sede centrale o ad altra stabile organizzazione situata all’estero; in tale ipotesi la plusvalenza, unitariamente intesa, è costituita dalla differenza tra il valore di mercato e il corrispondente costo fiscalmente riconosciuto dei beni e diritti facenti parte del patrimonio della stabile organizzazione
  4. trasferito attivi facenti parte del patrimonio di una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato alla sede centrale o ad altra stabile organizzazione situata all’estero; qui la base imponibile è data dalla differenza tra il valore di mercato e il costo fiscalmente riconosciuto degli attivi trasferiti
  5. la residenza nel territorio dello Stato e siano stati oggetto di incorporazione da parte di una società fiscalmente non residente oppure abbiano effettuato una scissione a favore di una o più beneficiarie non residenti oppure abbiano effettuato il conferimento di una stabile organizzazione o di un ramo di essa situati all’estero a favore di un soggetto fiscalmente residente all’estero. In questa ipotesi, la plusvalenza, unitariamente determinata, è costituita dalla differenza tra il valore di mercato complessivo e il corrispondente costo fiscalmente riconosciuto dei beni e diritti che prima del perfezionamento dell’operazione erano di proprietà del soggetto fiscalmente residente nel territorio dello Stato o che facevano parte del patrimonio di una stabile organizzazione di un soggetto non residente situata nel territorio dello Stato.

Qualora rimanga nel territorio dello Stato una stabile organizzazione a seguito del verificarsi di una delle ipotesi di cui al comma 1 dell’art. 166 del TUIR va data segnalazione barrando la casella “Stabile organizzazione” nel nuovo campo previsto nel quadro TR.
Il trasferimento di attivi a una stabile organizzazione o da una stabile organizzazione si intende effettuato quando le attività si considerano rispettivamente entrate nel patrimonio o uscite dal patrimonio della stabile organizzazione, in applicazione dei criteri definiti dall’OCSE, e considerando la stabile organizzazione un’entità separata e indipendente, che svolge le medesime o analoghe attività, in condizioni identiche o similari e tenendo conto delle funzioni svolte, dei rischi assunti e dei beni utilizzati.

Come evidenziato, quindi, novità rilevante riguarda la valutazione dei beni: i componenti dell’azienda o del complesso aziendale che non siano confluiti in una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato si considerano realizzati al valore di mercato (in precedenza al valore normale), determinato con riferimento alle condizioni e ai prezzi che sarebbero stati pattuiti tra soggetti indipendenti operanti in condizioni di libera concorrenza, tenendo conto delle indicazioni contenute nel decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze in tema di prezzi di trasferimento (Dm 14 maggio 2018).

immagine del modello Redditi SC 2020 da rigo  TR1 a TR2

In alternativa al versamento dell’imposta dovuta sul reddito nei termini ordinari, le società e gli enti possono optare per il versamento dell’imposta dovuta in cinque rate annuali nel rispetto delle condizioni del 9, articolo 166, del Tuir. Non è più adottabile la sospensione del versamento e le rate vengono diminuite, appunto, a cinque in luogo delle sei precedentemente previste. I pagamenti devono essere effettuati unitamente agli interessi nella misura prevista dall’articolo 20 del Dlgs n. 241/1997.

In particolare, nella colonna 3 del rigo TR2 va indicato l’ammontare dell’imposta rateizzata calcolata sull’importo di colonna 2. Si ricorda qui che la rateizzazione può riguardare non solo l’Ires ma anche le altre imposte addizionali o maggiorazioni; infatti, se nella colonna 1 è stato indicato il codice 1, la tassazione si riferisce all’Ires e tale importo deve essere indicato nel quadro RN per la determinazione dell’imposta a debito, colonna 1 del rigo RN23:

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RN23

Se la rateizzazione della tassazione si riferisce alla maggiorazione per le società di comodo (articolo 30, legge n. 724/1994, e articolo 2, commi da 36-decies e 36-duodecies, del Dl n. 138/2011) e, quindi, nella colonna 1 del rigo TR2 è indicato il codice 2, tale importo deve essere riportato nel quadro RQ, colonna 20 del rigo RQ62. Se la rateizzazione della tassazione si riferisce alle addizionali Ires, cioè quelle previste per gli intermediari finanziari (articolo 1, comma 65, legge n. 208/2015) e per i concessionari autostradali, aeroportuali e portuali (articolo 1, comma 716, legge n. 160/2019), e, quindi, nella colonna 1 è stato indicato rispettivamente il codice 3 o il codice 4, tale importo deve essere indicato sempre nel quadro RQ, nella colonna 20 del rigo RQ43:

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RQ62

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RQ43

Nella colonna 4 del rigo TR2 va indicato l’importo della prima rata del versamento.

Le riserve in sospensione d’imposta, incluse quelle tassabili solo in caso di distribuzione, che risultano iscritte in bilancio al termine dell’ultimo periodo d’imposta di residenza o prima del perfezionamento dell’operazione, sono assoggettate alle imposte sui redditi a condizione che non siano ricostituite nel patrimonio contabile di una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato. In caso di trasferimento dell’intera stabile organizzazione all’estero sono altresì assoggettate all’Ires le riserve in sospensione d’imposta, comprese quelle tassabili solo in caso di distribuzione, che risultano iscritte nel rendiconto economico e patrimoniale di cui all’articolo 152, comma 1, del Tuir, nel momento in cui si considera effettuata l’operazione.

Il contribuente deve indicare l’ammontare delle riserve, imponibili, nel quadro di determinazione del reddito d’impresa, quadro RF, tra le altre variazioni in aumento, indicando il codice 66 nel rigo RF31.

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RF31

Per i periodi d’imposta successivi a quello di esercizio dell’opzione per la sospensione dell’imposta, andava presentato annualmente il modello di dichiarazione dei redditi limitatamente al prospetto di monitoraggio contenuto nel quadro TR.

Venendo meno, come detto in precedenza, la possibilità di sospendere la tassazione, a oggi il prospetto resta un adempimento solo per i periodi d’imposta successivi a quello di esercizio dell’opzione per la sospensione dell’imposta, opzione esercitabile fino al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018.

immagine del modello Redditi SC 2020 da rigo  TR3 a TR5

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Il “sospetto” di prestito fruttuoso scatta anche per le persone giuridiche

Il “sospetto” di prestito fruttuoso
scatta anche per le persone giuridiche

I finanziamenti ai soci, specialmente se infruttiferi, vanno appuntati sui libri sociali come operazioni straordinarie. Nel caso in esame non sono state trovate annotazioni al proposito

Francesco Brandi – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Legittima la ripresa a tassazione Ires, perché non risultano contabilizzati i ricavi per gli interessi attivi sui finanziamenti concessi dalla società contribuente a controllate e collegate. La presunzione legale di onerosità, infatti, vale anche quando il socio non è una persona fisica ma giuridica, mentre la natura infruttifera del finanziamento deve risultare dai libri sociali.
Lo ha stabilito la Cassazione con sentenza 1475 del 23 gennaio 2020 con cui ha rigettato il ricorso di una società confermando la legittimità dell’avviso di accertamento impugnato.

La vicenda processuale e la pronuncia della Cassazione
Secondo l’ufficio i finanziamenti ai soci, specie se infruttiferi, sono operazioni straordinarie da appuntare sui libri sociali, dove non sono state trovate annotazioni al proposito, mentre, alle richieste di chiarimenti, la contribuente avrebbe risposto con la corrispondenza intercorsa con le proprie controllate o collegate, dalla quale si ricavava la concessione del prestito. Di qui la contestazione di omessa contabilizzazione.
Le doglianze della contribuente venivano rigettate sia in primo grado che in appello. Di qui il ricorso in Cassazione, con cui la stessa denunciava, tra l’altro, violazione dell’articolo 45 del Tuir e omessa motivazione su un punto controverso e decisivo. Nello specifico, la Ctr avrebbe violato la norma citata, che prevede una presunzione di onerosità del prestito soci, salva diversa risultanza nelle scritture contabili, mentre vi sarebbe stata prova documentale mediante contratti aventi data certa circa la natura infruttifera dei prestiti de quibus, in una logica di accentramento dei rapporti bancari in capo alla contribuente accertata.

Nel rigettare il ricorso la Cassazione ricorda l’autorevole e mai smentito precedente del 2010 (cfr Cassazione 12251/2010), secondo cui la presunzione legale di onerosità per i versamenti effettuati dal socio alla società, prevista dall’articolo 45 del Tuir, ai fini della determinazione del reddito di capitale delle persone fisiche, è applicabile anche ai versamenti effettuati da soci imprenditori, in forma individuale o collettiva, non facendo la norma cenno alcuno a una pretesa natura di persona solo “fisica” dei soci destinatari della presunzione ed essendo tale limitazione, in carenza di qualsivoglia concreto elemento di differenziazione, contraria a una interpretazione normativa coerente con i precetti dettati dagli articoli 3 e 53 della Costituzione, in quanto finirebbe per trattare diversamente situazioni economiche identiche. Ne consegue che, in caso di mancato superamento della presunzione legale, gli interessi attivi, al pari di quelli prodotti da qualsiasi finanziamento a terzi, concorrono a formare il reddito prodotto dall’impresa (individuale o collettiva).

Ulteriori osservazioni.
In tema di concessione di finanziamenti da parte di soci, il punto delicato attiene all’applicazione della “presunzione legale di fruttuosità” disposta dall’articolo 45, comma 2, del Tuir, e alle forme con cui ne è ammesso il superamento. Tale presunzione altro non è che la trasposizione in ambito fiscale di quanto disposto dall’articolo 1815 cc, il quale prevede l’onerosità come regola generale del contratto di mutuo, salvo che non sia prodotta la prova contraria.

In merito alla prova contraria, la giurisprudenza prevalente (cui si conforma la pronuncia in commento) è concorde nel ritenere che si tratta di una prova “vincolata”; in altri termini detta prova contraria non è libera, ossia non può essere data con qualsiasi mezzo, ma soltanto nei modi e nelle forme stabiliti tassativamente dalla legge, la quale ammette la vittoria sulla suddetta presunzione solo quando risulti, dai bilanci allegati della società, che il versamento è stato fatto a titolo diverso dal mutuo (cfr Cassazione 2735/2011 e 15869/2009).
In particolare, la Corte di cassazione, nella citata sentenza n. 2735/2011, ha ribadito che:

  • la presunzione di fruttuosità delle somme date a mutuo è da qualificarsi come una “presunzione legale relativa”
  • la presunzione legale può essere vinta fornendo “prova contraria”, ma tale prova non è libera, ossia non può essere data con qualsiasi mezzo, ma soltanto nei modi e nelle forme stabiliti tassativamente dalla legge
  • tali forme si sostanziano nel bilancio d’esercizio da cui deve risultare che il versamento è stato eseguito a titolo diverso dal mutuo oneroso.

Si tratta di presunzione relativa mista, di cui si trovano altri esempi in materia fiscale (cfr Cassazione nn. 16483/2006, 1134/2001 e 7657/1995), suggeriti da evidenti finalità antielusive. Nel caso concreto non è stata ritenuta sufficiente la mera enunciazione, da parte del socio, della destinazione del versamento a incremento del capitale e l’assenza di dimostrazione contraria.

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