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Misure fiscali del “Cura Italia”: Il bonus botteghe e negozi – 1

Misure fiscali del “Cura Italia”:
Il bonus botteghe e negozi – 1

Sotto forma di credito d’imposta, mira a compensare, almeno in parte, la somma spesa per il canone di locazione di un immobile rimasto in realtà inutilizzato a causa della chiusura forzata

Anna Maria Badiali – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

Da oggi diamo il via a una “breve serie” di focus sulle misure fiscali previste dal decreto Cura Italia (decreto legge n. 18/2020) a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese per fronteggiare gli effetti negativi dell’emergenza Coronavirus sull’economia, attraverso l’adozione di interventi mirati ad arginare le conseguenze dell’allarme sanitario.
L’intento è salvaguardare la salute dei cittadini e sostenere al tempo stesso il sistema produttivo del Paese.
Significativo l’impatto della situazione emergenziale Covid-19, ad esempio, sugli esercenti del commercio al minuto che hanno dovuto abbassare le serrande dei loro negozi. In aiuto, l’articolo 65 del “Cura Italia” prevede a favore di esercenti attività d’impresa, soprattutto di ridotte dimensioni, per quest’anno, un credito d’imposta pari al 60% del canone di locazione di negozi e botteghe (immobili appartenenti alla categoria catastale C/1) pagato al mese di marzo 2020.

Botteghe chiuse, credito aperto
Il bonus costituisce un risarcimento parziale della spesa sostenuta dal commerciante al dettaglio per la locazione di un locale rimasto inutilizzato a causa dell’emergenza epidemiologica. 
Per accedere al beneficio occorre essere titolari di un’attività economica di vendita di beni e servizi al pubblico sospesa a seguito delle misure restrittive anti-coronavirus, ed essere gli intestatari del contratto di locazione del negozio (categoria catastale C/1) per il quale si chiede l’agevolazione.
Il credito d’imposta è riservato, naturalmente, alle attività ritenute “non essenziali” e, quindi, sottoposte alla chiusura “forzata”, mentre sono escluse le attività che, in quanto “essenziali”, non hanno sospeso il servizio, come le farmacie, parafarmacie e i negozi di generi alimentari di prima necessità. In particolare, rimangono fuori le attività indicate negli allegati 1 e 2 del Dpcm dell’11 marzo 2020.
Meglio precisare, inoltre, che l’agevolazione è circoscritta alle locazioni di botteghe e negozi, sono cioè esclusi i contratti che prevedono, oltre alla disponibilità dell’immobile, altri beni e servizi, come i contratti di affitto di rami d’azienda o altre tipologie contrattuali riguardanti i rapporti tra proprietario e locatario per i locali a uso commerciale.
 
Con F24 dal 25 marzo
Il credito d’imposta può essere utilizzato soltanto in compensazione tramite il modello F24, da presentare esclusivamente attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate. “6914” è il codice tributo, istituito con la risoluzione n. 13/2020, che gli operatori dovranno esporre nel modello di pagamento per usufruire del bonus
Il beneficio è utilizzabile dallo scorso 25 marzo.

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Bonus gasolio primo trimestre 2020: online il software per richiederlo

Bonus gasolio primo trimestre 2020: online il software per richiederlo

Le domande relative ai consumi effettuati dal 1° gennaio al 31 marzo di quest’anno dovranno essere presentate dal 1° al 30 aprile, ma considerato il periodo emergenziale, non inderogabilmente

Marcello Cardone – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

In Rete, sul sito delle Dogane e dei Monopoli, il pacchetto software aggiornato per la compilazione e la stampa della richiesta di rimborso dei maggiori costi sostenuti, nel primo trimestre 2020, a causa degli aumenti dell’accisa sul gasolio dagli autotrasportatori “agevolati”. Con la nota 96399 del 23 marzo scorso, la stessa Agenzia, tra l’altro, ha quantificato gli importi restituibili in 214,18 per mille litri di prodotto, in relazione ai consumi effettuati tra il 1° gennaio ed il 31 marzo 2020

In sostanza, gli autotrasportatori di merci con veicoli di massa massima complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate, le imprese e gli enti pubblici che effettuano servizi di trasporto locale o di competenza statale, anche a fune, e le imprese che svolgono attività di autoservizi in ambito comunitario possono, dal 1° al 30 aprile 2020, chiedere il rimborso all’ufficio delle Dogane competente o effettuare la compensazione dei maggiori oneri sostenuti, nel periodo da gennaio a marzo, in ragione di precedenti aumenti dell’aliquota di accisa sul gasolio usato come carburante. Quest’anno però, considerata la situazione di emergenza sanitaria, gli interessati che dovessero incontrare difficoltà a trasmettere la domanda, potranno esercitare il proprio diritto al rimborso fino al 30 giugno 2020 (articolo 62, comma 6, Dl n. 18/2020).

Nella nota si legge che le somme possono essere recuperate sia in denaro sia in compensazione (se ne ricorrono le condizioni), indicando nel modello F24 il codice tributo 6740, il quale identifica appunto il “Credito d’imposta – agevolazione sul gasolio per autotrazione impiegato dagli autotrasportatori”. Tutto ciò non avviene automaticamente: gli interessati, infatti, sono tenuti alla predisposizione di un’apposita dichiarazione da presentare all’ufficio delle Dogane territorialmente competente, attenendosi alle disposizioni regolamentari contenute nel Dpr n. 277/2000.
 
Per la compilazione e la stampa della dichiarazione relativa al primo trimestre 2020, sul sito dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli è disponibile, come detto, lo specifico software aggiornato. La richiesta può essere trasmessa con modalità informatiche attraverso il servizio telematico doganale (Edi), se in possesso della relativa abilitazione.

Per coloro che, invece, non si avvalgono di Edi, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ricorda che il contenuto della dichiarazione sostitutiva di consumo, presentata in forma cartacea, deve essere riprodotto su supporto informatico (cd-rom, dvd, pen drive usb) da consegnare insieme alla dichiarazione.
 
Precisazioni
In merito alla compensazione, le Dogane ricordano che i crediti formatisi nel quarto trimestre 2019 potranno essere utilizzati in compensazione entro il 31 dicembre 2021 e che da questa data decorre il termine per la presentazione dell’istanza di rimborso in denaro delle eccedenze non compensate, la quale dovrà, quindi, essere presentata entro il 30 giugno 2022.

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Immobile abitativo o strumentale: diverse le imposte da applicare

Immobile abitativo o strumentale:
diverse le imposte da applicare

L’unico criterio oggettivo da utilizzare per individuare la strumentalità dell’immobile è rappresentato dalla categoria catastale del bene al momento del trasferimento

Marcello Cardone – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

Il trattamento tributario da applicare ai trasferimenti di fabbricati posti in essere da un soggetto Iva, dipende dalla categoria catastale dell’immobile trasferito e non dall’utilizzo di fatto del bene. Questo principio è stato confermato dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 4074 del 18 febbraio 2020.
 
Prima di esaminare la vicenda specifica giunta all’esame della suprema Corte, occorre premettere che, al fine di stabilire se un trasferimento di fabbricato da parte di un soggetto Iva rientra nel regime di imponibilità o di esenzione Iva, bisogna tener conto di quanto disposto dall’articolo 10 del Dpr n. 633/1972.
Il numero 8-bis di tale norma disciplina i trasferimenti di immobili abitativi, mentre il successivo numero 8-ter disciplina i trasferimenti di immobili strumentali.
Oltre alla natura del bene trasferito, al fine del corretto inquadramento dell’operazione, occorre considerare soprattutto:

  • la natura del soggetto cedente
  • il periodo di tempo trascorso tra l’ultimazione della costruzione o della ristrutturazione del fabbricato e la cessione del bene
  • l’eventuale opzione per l’assoggettamento a Iva formulata dal cedente. 

Sulla base di tali variabili, e tenuto conto di quanto disposto dal citato numero 8-bis dell’articolo 10, i trasferimenti di fabbricati abitativi da parte di soggetti Iva sono disciplinati dalle seguenti regole:

  1. in generale il trasferimento di un’abitazione da parte di un soggetto Iva costituisce operazione esente Iva, l’imposta di registro sarà applicata in misura proporzionale
  2. l’operazione è imponibile ai fini Iva, soltanto nei seguenti casi particolari, nei quali l’imposta di registro sarà applicata in misura fissa:
      • la cessione è posta in essere dall’impresa costruttrice o dall’impresa che vi ha eseguito i lavori di ristrutturazione di cui all’articolo 3, comma 1, lettere c), d) ed f) del testo unico sull’edilizia, Dpr n. 380/2001, entro cinque anni dall’ultimazione dei lavori o dell’intervento
      • la cessione è effettuata dalle stesse imprese oltre il termine di 5 anni sopra indicato, e il cedente ha optato per l’assoggettamento a Iva dell’operazione
      • la cessione riguarda un’abitazione destinata ad alloggio sociale, come definito dal decreto del 22 aprile 2008 del ministero delle Infrastrutture e, nell’atto, il cedente ha esercitato l’opzione per l’imposizione. 

In base a quanto riportato nel citato numero 8-ter del medesimo articolo 10, invece, i trasferimenti di fabbricati strumentali da parte di soggetti Iva sono disciplinati dalle seguenti regole:

  1. anche per gli immobili strumentali, in generale, opera il regime di esenzione Iva, l’imposta di registro sarà, comunque, applicata in misura fissa, ai sensi dell’articolo 40 del Dpr n. 131/1986;
  2. l’operazione è imponibile ai fini Iva soltanto nei seguenti casi particolari, nei quali l’imposta di registro sarà applicata in misura fissa:
      • la cessione è posta in essere dall’impresa costruttrice o dall’impresa che vi ha eseguito i lavori di ristrutturazione di cui all’articolo 3, comma 1, lettere c), d) ed f) del testo unico sull’edilizia, Dpr n. 380/2001, entro cinque anni dall’ultimazione dei lavori o dell’intervento (imponibilità Iva per obbligo)
      • la cessione è effettuata dalle stesse imprese oltre il termine di 5 anni sopra indicato, e il cedente ha optato per l’assoggettamento a Iva dell’operazione (imponibilità Iva su opzione)
      • la cessione è effettuata da altre imprese, a prescindere dal tempo intercorso tra la fine dei lavori e il trasferimento e il cedente ha esercitato l’opzione per l’imponibilità a Iva (imponibilità Iva su opzione). 

Come si può notare, il regime Iva applicabile alle due tipologie di beni (abitativi e strumentali) non è del tutto coincidente, sia per quanto riguarda l’applicazione dell’Iva, che per quanto riguarda l’applicazione dell’imposta di registro.
Il caso preso in esame dalla sentenza in commento ha riguardato un trasferimento posto in essere da una Srl, di un fabbricato, in relazione al quale, in atto si attestava che:

  • l’immobile, al momento della vendita era classificato nella categoria catastale A/3
  • l’immobile era, di fatto, utilizzato ad uso ufficio
  • la società cedente non aveva costruito l’immobile, ma lo aveva acquistato a titolo oneroso alcuni anni prima
  • la vendita era posta in essere oltre 5 anni dagli ultimi interventi edilizi realizzati sull’immobile. 

In atto la società cedente aveva esercitato l’opzione per l’assoggettamento a Iva dell’operazione, richiamando, a tal fine, il numero 8-ter dell’articolo 10 del Dpr n. 633/1972.
Di conseguenza, in sede di registrazione, il notaio, in considerazione del fatto che l’immobile era utilizzato quale ufficio, aveva versato le imposte previste per i trasferimenti di immobili strumentali (imposta di registro in misura fissa, imposta ipotecaria con l’aliquota del 3% e imposta catastale con l’aliquota dell’1%).
L’ufficio presso il quale era stato registrato l’atto, invece, sulla base della categoria catastale dell’immobile (A/3), aveva applicato il regime previsto per gli immobili abitativi con riferimento alla data di stipula dell’atto (esenzione Iva, in quanto l’immobile non era stato costruito né ristrutturato dalla società cedente e applicazione dell’imposta di registro con l’aliquota del 7%, dell’imposta ipotecaria con aliquota del 2% e dell’imposta catastale con l’aliquota dell’1%).
A seguito del ricorso presentato dalla società destinataria dell’avviso di liquidazione la Commissione tributaria provinciale di Bari aveva ritenuto legittimo l’avviso di liquidazione emesso dall’ufficio, mentre la Commissione tributaria regionale della Puglia aveva accolto la tesi della società.
La Corte di cassazione, con la sentenza in commento, richiamando le proprie precedenti sentenze n. 30157/2017 e n. 22765/2016, ha ribadito che l’unico criterio oggettivo da utilizzare per individuare la strumentalità dell’immobile è rappresentato dalla categoria catastale del bene al momento del trasferimento. Si è ritenuta irrilevante “…l’esistenza di un progetto di trasformazione del bene, in quanto nulla garantisce che il progetto sia realizzato e che esso determini un nuovo classamento”.
Di conseguenza si è deciso che, nel caso in esame doveva applicarsi il trattamento tributario previsto per gli immobili abitativi, in considerazione della categoria catastale del bene (A/3).
Pertanto, poiché l’alienante non era la società che aveva costruito o ristrutturato l’immobile, è stato ritenuto che la vendita doveva essere assoggettata a imposta di registro in misura proporzionale e, quindi, non era possibile optare per l’applicazione dell’Iva.
 
L’orientamento della Corte di cassazione è conforme ai principi espressi, in più occasioni, dall’Amministrazione finanziaria.
Con la circolare n. 27 del 4 agosto 2006, ad esempio, si era già affermato che la distinzione tra immobili abitativi e strumentali deve essere operata con riferimento alla categoria catastale del fabbricato, a prescindere dall’effettivo utilizzo del bene. In particolare, si è precisato che devono essere considerati fabbricati abitativi gli immobili censiti nelle categorie catastali da “A/1” ad “A/11”, con esclusione della categoria “A/10”, riservata agli uffici.
La successiva circolare n. 18 del 29 maggio 2013 ha specificato che i fabbricati strumentali sono, invece, censiti nella categoria “A/10”, e negli interi gruppi catastali “B”, “C”, “D” ed “E”.
Nel caso di specie, l’operato dell’ufficio, conforme ai chiarimenti di prassi, è stato ritenuto legittimo dalla Corte di cassazione.

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Perdite fiscali: chiarite vecchie e nuove modalità di riporto

Perdite fiscali: chiarite vecchie
e nuove modalità di riporto

La modifica della disciplina nell’ambito della determinazione del reddito d’impresa ha l’obiettivo di avvicinare il regime fiscale Iperf a quello previsto per i soggetti Ires

Redazione – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

La perdita fiscale conseguita nel 2014 nell’ambito del reddito d’impresa ed emersa soltanto a seguito di un avviso di accertamento notificato nel 2019 non può essere riportata interamente a partire dalla rettifica e secondo la nuova disciplina che, a differenza della precedente, non mette limiti temporali al recupero totale della somma. È questo, in breve, il contenuto della risposta n. 94/E del 24 marzo 2020.

L’istante dell’interpello in esame ha ricevuto alcune indennità per la cessione di rapporti di agenzia. Le somme, assoggettate a ritenute d’acconto, sono state dichiarate dal contribuente nel modello Unico Pf 2015, quadro RF e, quindi, tra i redditi sottoposti a tassazione ordinaria.
Con un avviso di accertamento l’Agenzia delle entrate ha rettificato, nel 2019, la dichiarazione dell’istante assoggettando i proventi in esame a tassazione separata (articolo 17, comma 1, lettera d), del Tuir), in quanto relativi a indennità per la cessazione di rapporti d’agenzia delle persone fisiche e delle società di persone.

La rettifica ha comportato una perdita fiscale derivante dall’esercizio di imprese commerciali in contabilità ordinaria.
Parte della perdita è stata portata in diminuzione dei redditi da partecipazione relativi al 2014.
La somma residua, in base all’articolo 8, comma 3, del Tuir, nella forma vigente al momento dell’accaduto, doveva ordinariamente essere dedotta dal reddito di partecipazione relativa al periodo d’imposta 2015 e, quindi, nella dichiarazione dei redditi 2016.
L’istante tuttavia chiede chiarimenti su quale sia il corretto comportamento da seguire a proposito della riportabilità delle perdite derivanti dal modello Unico PF 2015, visto che nel frattempo la legge di Bilancio 2019 (articolo 1, comma 23, lettera a), n. 2), legge n. 145/2018) ha modificato la disciplina del riporto delle perdite da parte dei soggetti Irpef nell’ambito del reddito d’impresa, e considerato che l’esistenza della stessa è stata accertata solo a seguito dei controlli effettuati dall’Agenzia delle entrate.
Il contribuente, chiede se può riportare la somma in deduzione a partire dall’anno 2018, considerato che la situazione descritta è scaturita dall’avviso di accertamento notificatogli nel 2019.

La norma modificata, in vigore dal periodo d’imposta 2018, prevede che, con l’obiettivo di avvicinare il regime fiscale dei soggetti Irpef a quello previsto per i soggetti Ires, a prescindere dal regime contabile adottato, tutte le perdite emerse nell’ambito del reddito d’impresa (individuale o società di persone) devono essere computate in diminuzione dei redditi conseguiti nei periodi d’imposta e, per differenza, nei successivi, nella misura massima dell’80% dei redditi conseguiti in detti periodi d’imposta, per l’intero importo che trova in esso capienza.
La passata disciplina prevedeva, invece, che le perdite potevano essere portate in diminuzione negli anni successivi, ma non oltre il quinto.

L’Agenzia delle entrate formula la sua risposta partendo dai chiarimenti forniti sull’argomento con la circolare n. 8/2019 (vedi articolo “Circolare omnibus dell’Agenzia sulla legge di bilancio per il 2019”). Il documento di prassi precisa, tra l’altro, che “In relazione alle imprese commerciali e alle società in nome collettivo e in accomandita semplice in contabilità ordinaria, alle perdite maturate prima dell’entrata in vigore delle disposizioni di cui alla legge di bilancio 2019, in assenza di un regime transitorio, si applica la nuova regola di riporto. Tale soluzione risponde a ragioni di ordine logico-sistematico e appare coerente con le finalità dell’intervento normativo finalizzato a semplificare il sistema evitando la gestione di un doppio binario in relazione alle perdite maturate in vigenza dell’articolo 8 ante e post modifica” e precisa che “Si ritiene quindi che possano essere riportate in avanti senza vincoli temporali anche le perdite con riferimento alle quali il quinquennio non sia già scaduto anteriormente al periodo d’imposta 2018”.

Per l’Agenzia delle entrate la circostanza che il contribuente sia venuto a conoscenza della perdita relativa al 2014 solo a seguito dell’avviso di accertamento nel 2019 non consente di spostare la competenza di tale perdita ritenendo che la stessa sia utilizzabile dal contribuente nei periodi d’imposta successivi a quello in cui ne è venuto a conoscenza. Infatti, evidenzia la risposta, se il contribuente avesse operato correttamente avrebbe dichiarato nel periodo d’imposta 2014 la perdita accertata nel 2019.

In conclusione, l’Agenzia afferma che la perdita maturata nel 2014 ed emersa nel 2019 sia utilizzabile dal contribuente:

  • per l’intero importo che trova capienza, dal 2015 al 2017, sulla base della disciplina allora vigente che prevedeva l’utilizzo della perdita nei cinque esercizi successivi
  • illimitatamente e nel limite dell’80% dal 2018 l’eventuale differenza residua, come previsto dalla disposizione modificata, trattandosi di perdite con riferimento alle quali il quinquennio non è ancora scaduto.

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Iva, costi “infragruppo” detraibili se inerenti e vantaggiosi per l’impresa

Iva, costi “infragruppo” detraibili
se inerenti e vantaggiosi per l’impresa

In caso di contestazione, non è sufficiente la regolare contabilizzazione dei costi. Il contribuente deve comunque dimostrarne, in modo convincente, oltre all’esistenza, anche la coerenza economica

Giovanbattista Palumbo – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

La Cassazione, con la sentenza n. 3599 del 13 febbraio 2020, ha chiarito rilevanti profili in tema di inerenza per la deducibilità e detraibilità di costi infragruppo.
Nella controversia in esame, la società ricorreva per la cassazione della decisione della Commessione tributaria regionale, che ne aveva rigettato l’appello.
Con la sentenza impugnata la Ctr, pronunciandosi limitatamente alla contestazione di indebita detrazione Iva, riteneva che la contribuente non avesse dato prova dell’inerenza dei costi cui si riferiva detta detrazione.
In particolare, il giudice di appello rilevava che la ricorrente non aveva provato “che i servizi, asseritamente prestati dalle altre controllate, facenti parte di un unico gruppo, in qualche modo avessero influito, direttamente e positivamente, sull’andamento societario, diminuito eventuali costi, favorito il miglioramento della produzione e commercializzazione dei prodotti, oppure diminuito costi precedentemente assunti per servizi similari, o anche che la prestazione di nuovi servizi avesse, anche in via previsionale, accresciuto le potenzialità dell’impresa”.
Inoltre, la Commissione regionale rilevava che non era stato predisposto il masterfile, dal quale ricavare le informazioni sulla storia, l’evoluzione, la struttura organizzativa e operativa del gruppo, né era stata prodotta la documentazione contenente le informazioni sulla società, nonché l’analisi economica sui metodi per la determinazione dei prezzi di trasferimento e dei servizi infragruppo.

Nell’impugnare la decisione in Cassazione, la società deduceva, tra l’altro, che i giudici di primo grado, nonostante l’accertamento riguardasse espressamente l’indetraibilità dell’Iva per la mancanza di inerenza dei relativi costi, avevano sostenuto la legittimità del recupero a tassazione per una diversa causa petendi, attinente al sindacato sul valore normale delle prestazioni infragruppo, e pur ritenendo provata l’esistenza delle spese, avevano però ritenuto non dimostrato il perché la società italiana avesse sopportato quel costo nel suo ammontare, con conseguente violazione delle norme in tema di transfer pricing.
Secondo la Corte suprema tale censura era tuttavia inammissibile, in quanto il riferimento alla disciplina del transfer pricing, pur presente nel contenuto della sentenza, non costituiva una ratio fondante della decisione.
Rilevavano, infatti, i giudici di legittimità, che la Ctr, pur richiamando in alcuni passaggi motivazionali la disciplina del transfer pricing, aveva poi rigettato l’appello della società sul presupposto che quest’ultima non aveva dimostrato l’inerenza dei costi, cui si riferiva l’Iva computata in detrazione.

Con altro motivo di impugnazione la contribuente denunciava allora la violazione dell’articolo 19, comma 1, Dpr n. 633/1972, essendosi la sentenza basata su di un concetto di inerenza “utilitaristico”, illegittimamente mutuato dalla disciplina delle imposte dirette, laddove, invece, l’articolo 19 citato. garantisce la neutralità dell’Iva proprio mediante il riconoscimento del diritto alla detrazione, cui potrebbe derogarsi nei soli casi in cui gli acquisti siano afferenti all’effettuazione di operazioni esenti o non soggette a Iva.

La censura, secondo la Corte, era infondata.
Rileva, infatti, la Cassazione che gli acquisti e le importazioni danno diritto alla detrazione dell’Iva se sono effettuati nell’esercizio dell’impresa, arte o professione e cioè se sono inerenti all’attività esercitata.
L’inerenza, quale requisito di detraibilità dell’imposta afferente al costo, richiede, quindi, elementi oggettivi, che evidenzino una concreta strumentalità del bene o servizio all’attività di impresa (cfr Cassazione, n. 154420/2017), non essendo sufficiente, ai fini della detrazione, l’avvenuta contabilizzazione dei costi e dovendo comunque il contribuente dimostrarne, in caso di contestazione dell’Agenzia, oltre all’esistenza, anche la coerenza economica (cfr Cassazione, sentenza n. 22940/2018).

Con specifico riguardo poi alla materia dei costi infragruppo, laddove la capogruppo decida di fornire servizi o curare direttamente le attività di interesse comune del gruppo, ripartendone fra le società i costi, la Corte suprema ribadisce il principio per cui “l’onere della prova in ordine all’esistenza ed all’inerenza dei costi sopportati incombe sulla società che affermi di aver ricevuto il servizio, occorrendo, affinché il corrispettivo riconosciuto alla capogruppo sia deducibile ai fini delle imposte dirette e l’IVA contestualmente assolta sia detraibile, che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità e che quest’ultima sia obiettivamente determinabile e adeguatamente documentata”(cfr Cassazione, pronunce nn. 6825/2019, 23164/2017 e 23027/2015).

Nel caso in esame, peraltro, era pacifico che la società avesse sottoscritto un accordo per la condivisione dei costi (Cost sharing agreement), con la previsione di un corrispettivo forfettario in percentuale sul fatturato e sulle vendite a terzi, in esecuzione del quale la ricorrente aveva emesso autofatture per prestazioni di servizi da parte di soggetti comunitari appartenenti al gruppo.
Il giudice di appello, però, partendo dalla premessa che la società del gruppo, che affermi di aver ricevuto il servizio, ha comunque l’onere della prova in ordine all’esistenza e all’inerenza dei costi sopportati, rilevava che, come anche confermato dal più recente orientamento di legittimità, “in tema di IVA, ai fini della detrazione di un costo, la prova dell’inerenza del medesimo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente, in quanto soggetto gravato dell’onere di dimostrare l’imponibile maturato” (Cassazione, sentenza, n. 18904/2018 richiamata).
E, nell’ipotesi all’esame, la contribuente non aveva provato che i servizi asseritamente prestati dalle varie controllate “avessero influito direttamente e positivamente sull’andamento societario, diminuito eventuali costi, favorito il miglioramento della produzione e commercializzazione dei prodotti, oppure diminuito costi precedentemente assunti per servizi similari, o anche che la prestazione dei nuovi servizi avesse, anche in via previsionale, accresciuto le potenzialità dell’impresa”.
Quindi, sebbene la motivazione della sentenza impugnata contenesse, in effetti, un riferimento (improprio in materia di Iva) alla mancata prova dei vantaggi economici conseguiti dalla società, la decisione si basava essenzialmente sulla considerazione che la società non aveva assolto al proprio onere probatorio, omettendo di provare sia l’effettività dei costi “asseritamente” sostenuti sia il loro collegamento diretto con l’attività imprenditoriale svolta in concreto.
Tanto premesso in ordine allo specifico caso processuale, giova infine anche sottolineare quanto segue.
La nozione di inerenza rileva, quindi, sia ai fini imposte dirette che ai fini Iva, seppur in modo non del tutto coincidente.
Sul tema, la stessa Cassazione, con l’ordinanza n. 16010 del 14 giugno 2019, aveva peraltro chiarito che, ai fini delle imposte sui redditi, la valutazione di antieconomicità legittima il potere di accertamento dell’Amministrazione finanziaria, laddove la sproporzione del costo assume valore sintomatico del fatto che il rapporto in cui la spesa si inserisce è estraneo all’attività d’impresa, con conseguente difetto del requisito dell’inerenza.
E che, in tema di Iva, ai fini della valutazione dell’inerenza, il pur esistente giudizio di congruità assume una diversa incidenza, nel senso di essere idoneo a escludere il diritto a detrazione nel caso in cui l’antieconomicità dell’operazione sia “manifesta” e “tale da assumere rilievo indiziario di non verità della fattura o di non inerenza della destinazione del bene o servizio all’utilizzo per operazioni assoggettate ad IVA” (Corte di giustizia, 20 gennaio 2005, C-412/03, Hotel Scandic Gasaback; Corte di giustizia, 26 aprile 2012, C-621/10 e C-129/11, Balkan; Corte di giustizia, 9 giugno 2011, C – 285/10, Campsa Estaciones de Servici; Corte di Giustizia, 2 giugno 2016, in C.263/15, Lajvér; Cassazione, nn. 2875/2017 e 2240/2018).

Tutta la questione, in sostanza, si sposta sul piano probatorio, laddove, in tema di Iva, la contestata antieconomicità dell’operazione non comporta automaticamente l’indetraibilità della corrispondente Iva, ma, piuttosto, la necessità di una prova più “convincente”, da parte del contribuente che invoca la detrazione, in ordine alla inerenza dell’operazione.
E questo vale anche (anzi, di più) nel caso dei cosiddetti rapporti di service infragruppo.

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Sospensione dei termini: estensione anche all’accertamento con adesione

Sospensione dei termini: estensione anche all’accertamento con adesione

I chiarimenti e le istruzioni operative sull’applicazione del periodo di stop dei termini del contenzioso, a partire dall’8 marzo fino al 31 maggio, previsto dal decreto “Cura Italia”

Redazione Fisco Oggi

accertamento con adesione

Fisco Oggi

La sospensione dei termini introdotta dagli articoli 67 e 83 del Dl n. 18/2020, a seguito dell’emergenza da Covid-19, vale anche per i procedimenti di accertamento con adesione. Su richiesta dei contribuenti, inoltre, se ciò non contrasta con la tutela della salute pubblica, gli Uffici nel periodo di sospensione, in via del tutto innovativa, potranno finalizzare l’accertamento effettuando contraddittori telefonici o in videoconferenza, con successivo scambio e firma dei verbali tramite Pec o posta ordinaria. A prevederlo la circolare n. 6/E del 23 marzo 2020.

La circolare ricorda in primo luogo l’articolo 67 del decreto “Cura Italia”, in base al quale “sono sospesi dall’8 marzo al 31 maggio 2020 i termini relativi alle attività di liquidazione, di controllo, di accertamento, di riscossione e di contenzioso, da parte degli uffici degli enti impositori“. Tale norma disciplina la sospensione dei termini relativi alle attività di controllo e di accertamento. Al riguardo, ricordiamo che in questo contesto emergenziale, come reso noto con il comunicato stampa del 12 marzo 2020, il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, al fine di non sollecitare spostamenti fisici da parte dei contribuenti e loro rappresentanti, nonché del personale dipendente, ha dato disposizioni agli uffici di sospendere le attività di accertamento e contenzioso, verifica, accesso, ispezione e liquidazione, esclusi gli atti urgenti o indifferibili.

Anche l’articolo 83 dello stesso decreto prevede la sospensione dei termini di impugnazione dal 9 marzo al 15 aprile 2020, precisando inoltre che “ove il decorso del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo”.

Quindi per gli avvisi notificati prima del 9 marzo 2020 con termine di impugnazione ancora pendente a tale data, il termine per ricorrere resta sospeso dal 9 marzo al 15 aprile, con ripresa a decorrere dal 16 aprile. Per gli avvisi notificati tra il 9 marzo e il 15 aprile 2020, l’inizio del decorso del termine per ricorrere slitta alla fine del periodo di sospensione.

Sospensione dei termini estesa all’adesione
Alla luce di tale quadro normativo, l’Agenzia precisa che anche alle istanze di accertamento con adesione presentate dal contribuente a seguito della notifica di un avviso di accertamento, si applica la sospensione disciplinata dall’articolo 83 del Dl n. 18/2020. Quindi, al termine di impugnazione si applicano cumulativamente sia la sospensione del termine di impugnazione di 90 giorni dalla presentazione dell’istanza del contribuente (articolo 6, comma 3, Dlgs n. 218/1997), sia la sospensione prevista dall’articolo 83 del decreto.
Ad esempio, nel caso di un avviso di accertamento notificato il 21 gennaio 2020 e di istanza di accertamento con adesione presentata il 20 febbraio 2020, il termine per la sottoscrizione dell’atto di accertamento con adesione scade il 27 luglio 2020.

Contraddittori telefonici o videoconferenze su richiesta dei contribuenti
L’Agenzia, nel documento di prassi di oggi, precisa che in caso di concreto e condiviso interesse, è possibile comunque svolgere il procedimento di accertamento con adesione, in un’ottica di “collaborazione e buona fede” tra fisco e contribuente, dando priorità alla tutela della salute dei dipendenti e dei cittadini, evitando contatti fisici e spostamenti.
In questi casi il contraddittorio può avvenire “a distanza” privilegiando l’impiego di posta elettronica certificata, senza però escludere la mail ordinaria qualora il contribuente non disponesse di una Pec, e utilizzando il telefono o l’eventuale strumento di videoconferenza.

Nel dettaglio, la procedura prevede:
a) identificazione del contribuente o del suo rappresentante mediante l’invio tramite Pec o mail del documento d’identità del contribuente o del suo rappresentante e indicazione del numero di telefono o del dispositivo da utilizzare in caso di videoconferenza
b) l’effettuazione del contraddittorio via telefono o videoconferenza
c) la redazione del verbale del contraddittorio indicando Pec o mail con cui avverrà lo scambio del file
d) l’invio tramite Pec o mail del file al contribuente o suo rappresentante per la “condivisione”, passaggio finalizzato a rilevare eventuali errori di bozza
e) da parte del contribuente (o del suo rappresentante) la stampa del file ricevuto dall’ufficio e sottoscrizione con una sigla su tutte le pagine, scanner del verbale sottoscritto e rinvio tramite Pec o mail all’Ufficio, allegando anche il documento d’identità
f) da parte del verbalizzante dell’ufficio, a sua volta, la stampa del file ricevuto, la firma, l’acquisizione del protocollo e l’invio del documento al contribuente o al suo rappresentante, tramite Pec o mail.
Sia il contribuente che l’Ufficio si possono avvalere della firma digitale.

La circolare precisa che gli step descritti sono adattabili sia al procedimento di accertamento con adesione avviato dall’ufficio, tramite invito al contribuente, sia all’istanza di adesione riferita ad un processo verbale di constatazione presentata dal contribuente, sia alle adesioni ai fini delle altre imposte indirette o ad ogni altro procedimento tributario che richiede la partecipazione o l’intesa con il contribuente.

Tale sospensione, conclude la circolare, non coinvolge il termine previsto per il versamento delle somme dovute da accertamento per adesione (“venti giorni dalla redazione dell’atto”), come indicato dall’articolo 8 del Dlgs n. 218/1997.

 

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Dopo il “Cura Italia”, i chiarimenti sulla sospensione dei pagamenti

Dopo il “Cura Italia”, i chiarimenti
sulla sospensione dei pagamenti

Per gli avvisi di accertamento esecutivi, il cui termine per la presentazione del ricorso era ancora pendente al 9 marzo, resta in stand-by anche il relativo termine di versamento

Redazione Fisco Oggi

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Fisco Oggi

Con la circolare n. 5 del 20 marzo 2020, l’Agenzia delle entrate fa chiarezza sulla sospensione dei termini per il pagamento degli importi dovuti in relazione alla notifica di avvisi di accertamento cosiddetti esecutivi, fornendo delucidazioni in merito al combinato disposso dagli articoli 83 e 68 del decreto legge n. 18/2020 (decreto “Cura Italia”). In particolare, il documento di prassi chiarisce, tra l’altro, che la sospensione del termine per la notifica del ricorso dal 9 marzo al 15 aprile 2020 comporta anche lo stop del termine per il versamento degli importi recati dall’avviso di accertamento dovuti e che per gli avvisi notificati nell’intervallo temporale l’inizio del decorso del termine per ricorrere e per il pagamento è differito alla fine del periodo di sospensione. Diverso è il discorso per la sospensione dei termini per il versamento dei carichi affidati all’agente della riscossione, disposta dall’articolo 68 del “Cura Italia”.

La circolare inquadra subito la questione, richiamando le prescrizioni della norma di riferimento, ossia l’articolo 29 del decreto legge n. 78/2010. In particolare, il comma 1 lettera a) di tale articolo prevede che il contribuente destinatario di un accertamento esecutivo può decidere entro il termine di presentazione del ricorso, ossia, di norma, entro 60 giorni dalla ricezione dell’atto, se effettuare il pagamento prestando acquiescenza all’atto stesso, usufruendo della riduzione delle sanzioni e rinunciando all’impugnazione, oppure proporre ricorso in Commissione tributaria versando gli importi dovuti a titolo di riscossione provvisoria in pendenza di giudizio. Il contribuente può, anche, presentare anche istanza di accertamento con adesione o può definire le sole sanzioni e impugnare.

L’articolo 29, comma 1 prosegue con la lettera b), stabilendo che, decorso il termine per l’impugnazione, l’avviso di accertamento diventa titolo esecutivo e, trascorsi ulteriori trenta giorni, in caso di mancato pagamento o impugnazione, la riscossione delle somme dovute è affidata ad un agente della riscossione.

Detto ciò, la circolare n. 5/2020 chiarisce che il decreto “Cura Italia” interviene con l’articolo 83, comma 2, disponendo la sospensione del termine per la notifica del ricorso in primo grado alle Commissioni tributarie dal 9 marzo al 15 aprile 2020

Di conseguenza, la sospensione del termine per ricorrere dettata dal recente provvedimento comporta anche la sospensione del termine per il versamento degli importi recati dall’avviso di accertamento dovuti. In sostanza, per gli avvisi di accertamento esecutivi, il cui termine per la presentazione del ricorso era ancora pendente alla data del 9 marzo, resta sospeso anche il relativo termine di pagamento e lo stesso ricomincia a decorrere dal 16 aprile. La circolare, per chiarezza, riporta un esempio: per un atto notificato il 10 febbraio, il termine per ricorrere: resta sospeso dal 9 marzo al 15 aprile, riprende a decorrere dal 16 aprile, per poi scadere il 18 maggio.

Inoltre, precisa la circolare n. 5/2020, per gli avvisi notificati nell’intervallo temporale, l’inizio del decorso del termine per ricorrere e per il pagamento è differito alla fine del periodo di sospensione. Sempre ad esempio, per un atto notificato il 10 marzo, il termine ordinario di 60 giorni per la presentazione del ricorso e per il pagamento decorre dal 16 aprile.

Passando all’articolo 68 del Dl n. 18/2020, le osservazioni sopra richiamate fanno escludere l’applicazione agli avvisi di accertamento di cui all’articolo 29 del Dl n. 78/2010 la sospensione dei termini per il versamento in scadenza nel periodo dall’8 marzo al 31 maggio 2020, derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione, nonché dagli avvisi previsti dagli articoli 29 e 30 del Dl n. 78/2010. In particolare, il documento di prassi precisa che l’articolo 68 del “Cura Italia” si riferisce alla sospensione dei soli termini per il versamento degli importi degli avvisi di accertamento esecutivo dovuti successivamente all’affidamento in carico all’agente della riscossione degli importi non pagati, ai sensi della citata lettera b) dell’articolo 29 del Dl  n. 78/2010.

Non è infatti immediatamente individuabile un termine di versamento degli importi in carico all’agente della riscossione a cui applicare la sospensione disposta dall’articolo 68, la quale, in relazione agli accertamenti esecutivi, si intende riferita ai versamenti dovuti dal contribuente relativamente ai carichi affidati per i quali lo stesso si è avvalso della modalità di pagamento dilazionato.

Conclude la circolare, una diversa lettura della disposizione, che ricomprenda nella sospensione fino al 31 maggio 2020, di cui all’articolo 68 del “Cura Italia”, anche il termine di versamento degli importi dovuti a seguito della notifica dell’avviso di accertamento esecutivo da parte dell’Agenzia delle entrate, sarebbe incompatibile con quanto previsto dal citato articolo 29 Dl n. 78/2010, che collega il termine per il versamento al termine per la proposizione del ricorso, che è sospeso invece fino al 15 aprile, ai sensi dell’articolo 83 Dl n. 18/2020.

 

 

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Modello Redditi Pf 2020 – 4 nuove detrazioni e deduzioni

Modello Redditi Pf 2020 – 4 nuove detrazioni e deduzioni

Nello specifico, viene tracciata una disamina approfondita delle agevolazioni, con particolare attenzione alle nuove spese per le quali spetta la detrazione al 50 per cento

Nunziata Fusco – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

Analisi particolareggiata del quadro RP e le sue varie sezioni, aggiornati per contenere righi appositamente dedicati alle nuove spese. Istruzione, erogazioni liberali, riscatto dei periodi non coperti da contribuzione (cosiddetta “pace contributiva”), acquisto e posa in opera di strutture di ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica, mantenimento dei cani guida queste le spese per le quali spetta la detrazione.

Spese per cui spetta la detrazione del 19%
Una novità riguarda l’incremento delle spese di istruzione da indicare nella colonna 1 dei righi da RP8 a RP13.
In particolare, per l’anno d’imposta 2019, l’importo della detrazione da 786 euro è innalzato a 800 euro.
Codice “12” – Detrazione spese di istruzione
Con questo codice si indicano l’importo delle spese per la frequenza di scuole dell’infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado del sistema nazionale di istruzione di cui all’articolo 1 della legge n. 62/2000, per un importo annuo non superiore a 800 euro per ciascun alunno o studente.
La detrazione spetta per le spese sostenute sia per i familiari fiscalmente a carico sia per il contribuente stesso (articolo 15, comma 1, lettera a), del Tuir, introdotta dall’articolo 1, comma 617, della legge  n. 232/2016).

La sezione II del quadro RP accoglie, da quest’anno, per la deduzione per le erogazioni liberali a favore delle Onlus, organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale, il residuo della deduzione del modello Redditi Pf 2019/2018 non utilizzato.
L’articolo 83, comma 2, del Dlgs n. 117/2017 (Codice del Terzo settore), prevede che le liberalità in denaro o in natura erogate a favore degli enti del Terzo settore non commerciali sono deducibili dal reddito complessivo netto del soggetto erogatore nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato.
 
E’ stata inserita, nella sezione II, del rigo RP36 composto da tre colonne, la prima per la deduzione ricevuta, la seconda per la deduzione propria e la terza per la somma delle due colonne, la colonna 4 “Importo residuo RPF 2019”.
Il socio può dedurre dal proprio reddito l’ammontare degli oneri di cui all’articolo 83, comma 2, del Dlgs n.117/2017, trasferitogli dalla società trasparente riportandolo nella colonna 1 (deduzione ricevuta).
Nella colonna 2 (deduzione propria) va riportato l’importo delle erogazioni liberali effettuate.
Nella colonna 3 va indicata la somma dell’importo indicato nella colonna 1, il minore tra RP36 colonna 2 ed il 10 per cento di RN1 colonna 1 e il residuo del periodo d’imposta precedente (Importo residuo RPF 2019).
Nella colonna 4 (importo residuo RPF 2019) va riportato l’importo riportato nel rigo 153 del prospetto di liquidazione (Modello 730-3) del Modello 730/2019 o quello indicato nel rigo RN47, colonna 37, del Modello Redditi Pf 2019.

Esempio: il contribuente ha effettuato un’erogazione liberale a un organizzazione di volontariato pari a 500 euro (colonna 2) nell’anno d’imposta 2019 e possiede un residuo di deduzione del periodo precedente pari a 500 euro (importo presente nel rigo RN47, colonna 37 del modello Redditi Pf 2019). Il contribuente intende dedurre tale importo dal reddito complessivo di 10.000 euro.

modello redditi PF 2020 -  rigo RP36

L’importo dell’erogazione può essere dedotto (RN3 oneri deducibili) per l’intero importo di 1.000 euro.

modello redditi PF 2020 -  righi da RN1 a RN5

Qualora l’importo della deduzione sia di ammontare superiore al reddito complessivo dichiarato, diminuito di tutte le deduzioni, l’eccedenza può essere computata in aumento dell’importo deducibile dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quarto, fino a concorrenza del suo ammontare. Il residuo di deduzione per erogazione liberale che non ha trovato capienza nell’imposta lorda va indicato, nella sezione “Residui detrazioni, crediti d’imposta e deduzioni”, al rigo RN47 col. 37 e/o colonna 38.

modello redditi PF 2020 -  rigo RN47

Spese per le quali spetta la detrazione del 50%
Un’ulteriore novità riguarda la sezione III – Spese ed oneri per i quali spetta la detrazione del 50 per cento che accoglie la detrazione per le spese sostenute per il riscatto dei periodi non coperti da contribuzione (cosiddetta “pace contributiva”) e per l’installazione di infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici.

modello redditi PF 2020 -  righi da RP56 a RP60

Le agevolazioni prevedono una detrazione del 50% e sono state inserite in un unico rigo, RP56, con la previsione di appositi codici.
In particolare, va indicato:

  • nella colonna 1          il codice che identifica la spesa
  • nella colonna 2          l’anno in cui è stata sostenuta la spesa
  • nella colonna 3          la spesa sostenuta
  • nella colonna 4          l’importo della rata

modello redditi PF 2020 -  rigo RP56

I codici che identificano le spese per le quali spetta la detrazione del 50 % sono i seguenti:

  • “1”- per il riscatto di periodi non coperti da contribuzione (“pace contributiva”)

Possono fruire del riscatto dei periodi non coperti da contribuzione coloro che al 31 dicembre 1995 non avevano anzianità contributiva. La detrazione spetta anche ai superstiti dell’assicurato o ai suoi parenti e affini entro il secondo grado che hanno presentato domanda e sostenuto l’onere per conto dell’assicurato stesso.
La detrazione spetta sull’ammontare effettivamente versato nel corso dell’anno d’imposta ed è ripartita in 5 rate di pari importo.
Non può essere indicata la spesa sostenuta nel 2019 che nello stesso anno è stata fruita in sostituzione delle retribuzioni premiali e indicata nel punto 581 e/o 601 della Certificazione unica 2020.

  • “2” per l’acquisto e posa in opera di strutture di ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica

La detrazione spetta per le spese sostenute dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021, relative all’acquisto e alla posa in opera di infrastrutture di ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica, ivi inclusi i costi iniziali per la richiesta di potenza addizionale fino a un massimo di 7 kW, incluse le opere strettamente funzionali alla realizzazione dell’intervento.
Deve trattarsi di infrastrutture dotate di uno o più punti di ricarica di potenza standard e non accessibili al pubblico.
Le spese devono essere di ammontare non superiore a 3mila euro e la detrazione è ripartita in 10 rate di pari importo.
Possono beneficiare della detrazione i contribuenti che sostengono le spese per gli interventi agevolabili, se le spese sono rimaste a loro carico, e possiedono o detengono l’immobile o l’area in base ad un titolo idoneo.
La detrazione si applica anche alle spese documentate rimaste a carico del contribuente, per l’acquisto e la posa in opera di infrastrutture di ricarica sulle parti comuni degli edifici condominiali.
I pagamenti sono effettuati dai contribuenti con bonifico bancario o postale ovvero con altri mezzi di pagamento tracciabili quali, ad esempio, carte di debito, di credito e prepagate, assegni bancari e circolari. Tali modalità di pagamento non sono richieste per i versamenti da effettuarsi con modalità obbligate in favore di pubbliche amministrazioni.
Il contribuente è tenuto a conservare ed esibire, previa richiesta degli uffici finanziari, le fatture, le ricevute fiscali, la ricevuta del bonifico e altra idonea documentazione comprovante le spese effettivamente sostenute.
Per le sole spese di infrastruttura di ricarica dei veicoli elettrici, in caso di spese sostenute dalla società trasparente (articolo 5 o articolo 116 del Tuir) di cui il dichiarante è socio, nella colonna 7 deve essere indicato l’importo della spesa, sostenuta nel medesimo anno di colonna 6 della società partecipata, per la quota attribuita al dichiarante e, nella colonna 5, il codice fiscale della società partecipata; in caso di più partecipate, oltre alla prima, va compilato un modulo distinto per ciascuno di esse avendo cura di compilare esclusivamente le colonne 5, 6, 7 e 8.

Ulteriore novità riguarda l’incremento della detrazione anche per le spese di mantenimento dei cani guida di cui al rigo RP82.

modello redditi PF 2020 -  rigo RP82

La casella va barrata per fruire della detrazione forfetaria che da 516,46 euro (periodo d’imposta 2018) è stata innalzata a mille euro (periodo d’imposta 2019).
La detrazione è riportata nel rigo RN17 colonna 2.

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Covid-19: il Dl “Cura Italia” è Ufficiale a tutti gli effetti

Covid-19: il Dl “Cura Italia” è Ufficiale a tutti gli effetti

Versamenti e adempimenti fiscali in stand-by fino a maggio, crediti d’imposta per botteghe e negozi, premi per chi ha svolto la propria attività presso la sede di lavoro e tanto altro

Paola Pulella Lucano – Fisco Oggi

firma Dl

Fisco Oggi

Emergenza coronavirus. Dopo le immediate misure restrittive indispensabili per arginare la diffusione incontrollata dell’epidemia, il Governo ha varato un corposo provvedimento con straordinari interventi tesi, tra l’altro, al sostegno della liquidità di famiglie, lavoratori e imprese colpite dalle conseguenze dell’allarme sanitario.

Queste le disposizioni di carattere fiscale racchiuse negli articoli da 60 a 71 del decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 70 del 17 marzo 2020, che conta 127 articoli con importanti misure di potenziamento sia del sistema sanitario nazionale sia in favore degli altri operatori pubblici e privati che, a vario titolo, stanno collaborando per fronteggiare l’espansione del contagio.

Mini proroga per i debiti verso le Pa
Slittano al 20 marzo 2020 tutti i pagamenti da effettuare nei confronti delle pubbliche amministrazioni scaduti il 16 marzo (articolo 60).

Stop ai versamenti di ritenute, contributi e premi assicurativi
Con l’articolo 61 il Dl estende le disposizioni dell’articolo 8, comma 1, del decreto legge n. 9/2020, emanate in prima battuta per il settore turistico-alberghiero, a una platea di contribuenti molto più ampia che va dalle federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva, associazioni e società sportive, professionistiche e dilettantistiche, nonché gestori di stadi, impianti sportivi, palestre, club e strutture per danza, fitness e culturismo, centri sportivi, piscine e centri natatori, ai gestori di servizi di intrattenimento sia ludico sia culturale, passando per coloro che si occupano di asili nido o di servizi di assistenza diurna per minori disabili e per quelli che svolgono servizi di trasporto, nonché coloro che gestiscono attività di ristorazione, gelaterie, pasticcerie, bar e pub o musei, biblioteche, archivi e monumenti storici e per finire alle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, di volontariato e di promozione sociale. Lunghissimo è l’elenco dei soggetti interessati rinvenibile al comma 2 dell’articolo 61. Per tutti questi contribuenti viene disposta la sospensione del versamento delle ritenute d’acconto, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria. Sono sospesi anche i termini dei versamenti relativi all’Iva in scadenza nel mese di marzo 2020. I pagamenti sospesi dovranno essere effettuati, senza applicazione di sanzioni e interessi, in un’unica soluzione entro il prossimo 31 maggio 2020 (cioè 1° giugno, perché il 31 maggio è domenica), oppure rateizzati in un massimo di cinque quote mensili di pari importo, a decorrere dal mese di maggio 2020.
In particolare, per il mondo dello sport in generale, la sospensione dei versamenti si spingerà fino al 30 giugno. 

E anche agli adempimenti e ai versamenti fiscali e contributivi
L’articolo 62 “congela”, inoltre, ogni ulteriore adempimento fiscale, diversi dai versamenti e  dall’effettuazione delle ritenute alla fonte e delle trattenute relative all’addizionale regionale e comunale (ad esempio, trasmissione comunicazioni, invio dati, presentazione dichiarazioni annuali Iva, eccetera) con scadenza tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020, spostandolo al 30 giugno senza applicazione di sanzioni.

Lo stesso articolo dispone, poi, riguardo ai pagamenti scadenti tra l’8 marzo e il 31 marzo 2020, per gli esercenti attività d’impresa, arte o professione con ricavi o compensi non superiori a 2 milioni di euro nel periodo di imposta 2019, lo stop ai versamenti da autoliquidazione relativi a ritenute alla fonte sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, Iva, contributi previdenziali e assistenziali, e ai premi per l’assicurazione obbligatoria.
Il comma 3 dell’articolo in esame dispone che la sospensione dei versamenti Iva si applica, a prescindere dall’ammontare dei ricavi o compensi percepiti, agli esercenti attività d’impresa, arte o professione con il domicilio fiscale, la sede legale o operativa nelle province di Bergamo, Cremona, Lodi e Piacenza.
E inoltre, anche per i contribuenti che hanno il domicilio fiscale, la sede legale o quella operativa negli 11 comuni della Lombardia e del Veneto, costituenti la prima zona rossa, restano comunque valide le disposizioni emanate con il Dm del 24 febbraio scorso.
La ripresa dei versamenti per tutti i contribuenti sopra menzionati avverrà entro il 31 maggio in un’unica soluzione o tramite rateizzazione in 5 rate mensili di pari importo.

La disposizione in esame, infine, stabilisce che i contribuenti che, nel 2019, hanno percepito ricavi o compensi non superiori a 400mila euro, per gli stessi “incassi”, eventualmente realizzati tra l’entrata in vigore del “Cura Italia” e il 31 marzo prossimo, non subiranno l’effettuazione delle ritenute d’acconto da parte del sostituto d’imposta, a condizione che nel mese precedente non abbiano sostenuto spese per prestazioni di lavoro dipendente o assimilato. Quelli che si avvalgono di tale opzione devono presentare un’apposita dichiarazione dalla quale risultino i requisiti per accedervi, poi, procedono al versamento con gli stessi tempi e i medesimi abbuoni in termini di sanzioni e interessi di tutti gli altri (1° giugno 2020 – il 31 maggio come detto è domenica – o mediante rateizzazione fino a un massimo di 5 rate mensili di pari importo a partire da maggio 2020).

Un premio per chi ha lavorato fuori casa
Ai lavoratori dipendenti, che possiedono un reddito complessivo non superiore a 40mila euro, spetta, a norma dell’articolo 63, un premio esentasse, pari a 100 euro da rapportare al numero di giorni di lavoro svolti fuori dalle mura domestiche, nella propria sede di lavoro nel mese di marzo 2020. Gli interessati si vedranno riconoscere l’incentivo nella retribuzione del mese di aprile o, al massimo, entro il termine di conguaglio di fine anno.

Due crediti antivirus
Per dare impulso alle attività di sanificazione degli ambienti di lavoro, quali misure di contenimento del contagio da Covid-19, l’articolo 64 riconosce, agli esercenti attività d’impresa, arte o professione, per il 2020, un credito d’imposta nella misura del 50% delle spese sostenute per sanificare gli ambienti e gli strumenti di lavoro, fino a un massimo di 20mila euro. Il credito, che sarà “regolato” in trenta giorni – dalla data di entrata in vigore del “Cura Italia” – con un decreto ministeriale, spetta fino a esaurimento dell’importo massimo di 50 milioni di euro per il 2020.

Per risarcire dei mancati introiti derivanti dalla chiusura forzata, finalizzata a contenere la diffusione del coronavirus, di moltissimi negozi e botteghe, con l’articolo 65, il Governo ha previsto, per gli esercenti attività d’impresa, per l’anno 2020, un credito d’imposta nella misura del 60% dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, di immobili rientranti nella categoria catastale C/1. Il credito andrà utilizzato esclusivamente in compensazione.

Un grazie alla beneficenza
La norma, all’articolo 66, afferma che le erogazioni liberali in denaro e in natura, elargite nell’anno 2020, a sostegno finanziario delle misure di contrasto dell’emergenza epidemiologica, dalle persone fisiche e dagli enti non commerciali, in favore dello Stato, delle regioni, degli enti locali territoriali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute senza scopo di lucro, sono detraibili dall’imposta sul reddito nella misura del 30%,  per un importo non superiore a 30mila euro.
La stessa tipologia di “finanziamento”, per i titolari di reddito d’impresa, diventa invece deducibile così come stabilisce l’articolo 27 della legge n. 133/1999. Ai fini Irap, le erogazioni liberali sono deducibili nell’esercizio in cui sono effettuate.

Anche il fisco resta a casa
L’articolo 67 cristallizza, dall’8 marzo al 31 maggio 2020, tutte le attività degli uffici degli enti impositori: sono sospesi i termini relativi alle attività di liquidazione, di controllo, di accertamento, di riscossione e di contenzioso, e, altresì, i termini per fornire risposta alle istanze di interpello.

E pure la riscossione
Con l’articolo 68 sono sospesi i termini dei versamenti, scadenti nel periodo dall’8 marzo al 31 maggio 2020, derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione, Le somme andranno versate in unica soluzione entro la fine di giugno. Stessa sorte per gli obblighi, in termini di pagamenti, di chi si è avvalso della rottamazione-ter, della definizione agevolata dei debiti per risorse proprie dell’Unione europea o del saldo e stralcio: il termine per ricominciare a versare le rate è differito al prossimo 31 maggio (1° giugno).

Mano tesa anche per i mancati giochi
Il versamento del prelievo erariale unico sugli apparecchi da gioco e del canone concessorio in scadenza entro il 30 aprile 2020 sono prorogati al 29 maggio 2020. L’articolo 69 dispone, in particolare, che le somme dovute possono essere versate con rate mensili di pari importo, con debenza degli interessi legali calcolati giorno per giorno. In particolare, la prima rata è versata entro il 29 maggio e le successive entro l’ultimo giorno del mese; l’ultima rata è versata entro il 18 dicembre 2020. In più, per tutto il periodo di sospensione, cioè da marzo a maggio, le sale bingo non dovranno alcun canone.

Più risorse per chi difende i confini dal virus
Per il 2020, stabilisce l’articolo 70, otto milioni di euro in più all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, per ricompensare le prestazioni di lavoro straordinario derivanti dall’aumento dei controlli nei porti, negli aeroporti e nelle dogane poste ai confini nazionali terrestri, finalizzati sempre al contrasto della diffusione del Covid-19.

L’articolo 71 chiude il capitolo delle “misure fiscali” del decreto “Cura Italia”, prevedendo forme di menzione per chi decide di non avvalersi delle sospensioni ed effettua i versamenti sospesi, dandone comunicazione al ministero dell’Economia e delle Finanze.

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Niente ammortamento per la fresatrice acquistata e non utilizzata in azienda

Niente ammortamento per la fresatrice acquistata e non utilizzata in azienda

La Corte di cassazione distingue tra strumentalità e concreta destinazione del bene, ammettendo la deducibilità dello stesso solo se è inserito nel processo produttivo dell’impresa

Giuseppe Forlenza – Fisco Oggi

immagine di una fresatrice

Fisco Oggi

La controversia posta all’attenzione dei giudici di legittimità prende le mosse dal ricorso per Cassazione proposto da una società, e affidato a due motivi, avverso la pronuncia della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna la quale, a sua volta, aveva accolto l’appello presentato dall’Agenzia delle entrate contro la decisione della Ctp di Bologna.
Quest’ultima aveva accolto il gravame introduttivo del giudizio depositato avverso un avviso di accertamento, emesso per l’anno d’imposta 2010, con il quale l’ufficio aveva negato la deducibilità delle quote di ammortamento del costo di uno specifico bene strumentale (un’attrezzatura fresante radiale) il quale, al momento dell’accertamento tributario, risultava non immesso nel ciclo produttivo aziendale e, quindi, non in funzione.
La Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 2742 del 5 febbraio scorso, ha rigettato integralmente il ricorso di controparte.

In particolare, i giudici hanno ritenuto infondato il primo motivo di ricorso con il quale veniva lamentata, ex articolo 360, n. 4) cpc, la nullità della sentenza della Ctr per motivazione viziata da contrasto irriducibile tra affermazioni opposte in quanto, a detta della ricorrente, i giudici di secondo grado avevano adottato una posizione contradittoria in quanto, da un lato, riconoscevano la nozione di entrata in funzione del bene assoggettata al suo materiale ingresso nel ciclo produttivo e, dall’altro, limitando tale efficacia alla concreta utilità che detta funzione poteva portare all’attività sociale.

La Cassazione ha ritenuto che l’iter logico-giuridico seguito dalla Ctr dell’Emilia Romagna fosse lineare e non incongruente in quanto i giudici di seconde cure avevano fatto buon governo della nozione semantica di “beni entrati in funzione” la quale, tradotta in termini pratici, prevede che il cespite acquistato va iscritto nello stato patrimoniale tra le immobilizzazioni materiali ma il suo ammortamento può trovare valida giustificazione fiscale solo al momento della sua entrata in funzione ovverosia all’atto di apportare una fattiva utilità all’attività aziendale.

Parimenti è stato ritenuto infondato il secondo motivo di ricorso con il quale la controparte eccepiva la violazione e falsa applicazione dell’articolo 102, comma 1, Dpr n. 917/1986, in quanto la Ctr avrebbe fornito una scorretta interpretazione della disciplina sull’ammortamento del bene strumentale, ritenuto deducibile solo dal momento in cui il cespite, non più quiescente, è introdotto nel ciclo operativo dell’impresa.
I giudici di legittimità, partendo dalla nozione di ammortamento quale meccanismo contabile di ripartizione dell’incidenza di un costo su una molteplicità di annualità (cfr Cassazione, sentenza n. 8347/2006), rammentano che il disposto del citato articolo 102, comma 1, del Tuir vigente ratione temporis, prevede che la deducibilità dell’ammortamento dei beni strumentali può essere fiscalmente riconosciuta a partire dall’esercizio di “entrata in funzione del bene” (sul punto, cfr Cassazione, sentenze nn. 12212/2017, 13807/2014, 3858/2009 e 8773/2008 nonché la pronuncia n. 32719/2018 nella quale veniva disconosciuto l’avvenuto ammortamento di un capannone industriale non entrato in funzione all’epoca dell’accertamento fiscale). Di conseguenza, la Cassazione distingue tra il concetto di strumentalità del bene e la concreta destinazione dello stesso.

Nel caso in esame, la società ricorrente aveva acquisito due attrezzature fresanti radiali i cui costi erano stati immediatamente ammortizzati sebbene gli stessi risultassero, al tempo dell’accertamento fiscale, ancora nella materiale disponibilità del venditore.
L’ufficio, pertanto, ne aveva disconosciuto la relativa deducibilità in quanto gli stessi non risultavano concretamente strumentali all’attività d’impresa e facendo, quindi, corretta applicazione del disposto di cui all’articolo 102, comma 1, Dpr n. 917/1986 laddove il meccanismo contabile di ammortamento non può scindersi dall’effettivo inserimento dei beni interessati nel processo produttivo aziendale.

Non da ultimo, i giudici di Cassazione affermano che i principi di diritto trattati nell’ordinanza in commento non si pongano in difformità con la pronuncia n.9 252/2019 della stessa Corte (e richiamata da parte ricorrente) in quanto la fattispecie presa in esame con tale ultima decisione aveva per oggetto un cespite che era già stato immesso nel ciclo produttivo dell’impresa, ma il cui utilizzo risultava momentaneamente sospeso per causa di forza maggiore: circostanza del tutto difforme a quella trattata nel caso in esame, laddove il bene interessato non era stato mai posto in funzione.

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