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Il decreto crescita da vicino: focus sul superammortamento

Il decreto crescita da vicino:
focus sul superammortamento

Reintrodotta la disciplina che, esclusivamente ai fini delle imposte sui redditi, consente di maggiorare del 30% il costo di acquisizione degli investimenti in beni materiali strumentali nuovi

Nicola Buongrido – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Nuovamente operativa l’agevolazione destinata ai titolari di reddito d’impresa e agli esercenti arti e professioni. Questa volta, a essere premiati sono gli investimenti effettuati dal 1° aprile scorso al 31 dicembre 2019 ovvero fino al 30 giugno 2020, a condizione che, entro la fine dell’anno in corso, l’ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione.

A stabilirlo l’articolo 1 del Dl n. 34/2019 (“decreto crescita”), che, di fatto, ripristina la disciplina originariamente dettata dall’articolo 1, commi da 91 a 94 e 97, della legge 208/2015 (Stabilità 2016), nella versione, però, in vigore nel 2018 (articolo 1, comma 29, legge 205/2017).
Pertanto, i nuovi beneficiari del superammortamento potranno usufruire della maggiorazione del 30% (fino al 2017 è stata del 40%) del costo di acquisto (ovvero, in caso di locazione finanziaria, della quota capitale del canone) dei beni materiali strumentali nuovi, con esclusivo riferimento alla determinazione delle quote di ammortamento e dei canoni di leasing.
La disposizione, quindi, come puntualizzato dalla circolare 23/2016, non incide sul costo fiscalmente rilevante per:

  • il calcolo delle plusvalenze (articoli 86 e 54, comma 1-bis, Tuir) o delle minusvalenze (articoli 101 e 54, comma 1-bis.1, Tuir)
  • la deduzione integrale dei beni il cui costo unitario non è superiore a 516,46 euro (articoli 102, comma 5, e 54, comma 2, Tuir), la quale, di conseguenza, non viene meno nell’ipotesi in cui il costo del bene superi quell’importo per effetto della maggiorazione
  • il calcolo del plafond del 5% relativo alla deducibilità delle spese di manutenzione e riparazione (articoli 102, comma 6, e 54, comma 2, Tuir)
  • il calcolo del limite triennale relativo agli acquisti di beni strumentali (articolo 1, comma 96, lettera b), legge n. 244/2007)
  • il calcolo dei parametri utilizzati per effettuare il test di operatività delle società di comodo (articolo 30, legge n. 724/1994).

Contribuenti interessati
Possono beneficiare della disciplina del superammortamento tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, indipendentemente dalla natura giuridica, dalla dimensione aziendale e dal settore economico in cui operano, incluse le stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti e gli enti non commerciali relativamente all’eventuale attività commerciale esercitata.
Per quanto riguarda gli esercenti arti e professioni, sono ammessi all’agevolazione anche i contribuenti che svolgono attività di lavoro autonomo in forma associata.
La maggiorazione spetta anche alle persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni che applicano il “regime di vantaggio” (articolo 27, commi 1 e 2, Dl n. 98/2011), non a quelle che adottano il “regime forfetario” (articolo 1, commi da 54 a 89, legge n. 190/2014), per le quali l’ammontare dei costi sostenuti (inclusi quelli relativi all’acquisto di beni strumentali nuovi) è irrilevante ai fini del calcolo del reddito imponibile, né alle imprese marittime rientranti nel regime della “tonnage tax” (articoli da 155 a 161 del Tuir), le quali, determinando il reddito imponibile in base a determinati coefficienti parametrati agli scaglioni di tonnellaggio netto delle navi, non possono dedurre in via analitica le spese e i costi inerenti alle attività marittime agevolate.

Caratteristiche dei beni agevolabili
Il beneficio, oltre che per l’acquisto dei beni da terzi, in proprietà o in leasing, spetta anche per la realizzazione degli stessi in economia o mediante contratto di appalto.
In caso di investimenti fatti tramite contratto di leasing, la maggiorazione spetta all’utilizzatore, non anche al concedente. Poiché la norma si riferisce ai “canoni di locazione finanziaria”, l’agevolazione non spetta per i beni acquisiti tramite contratto di locazione operativa o di noleggio; in tale circostanza, la maggiorazione, in presenza dei necessari requisiti, può spettare al soggetto locatore o noleggiante.

I beni sono agevolabili se:

  • materiali”. La maggiorazione, quindi, non spetta per i beni immateriali (tuttavia, a tal proposito, si segnala che la legge di bilancio 2017 ha introdotto per alcuni tipi di beni immateriali una maggiorazione ad hoc, collegata all’iperammortamento – vedi circolare 4/2017)
  • strumentali” rispetto all’attività esercitata dall’impresa. Devono, cioè, essere di uso durevole e atti a essere impiegati all’interno del processo produttivo. Ne consegue che la maggiorazione non è applicabile ai beni destinati alla vendita (“beni merce”) e a quelli trasformati o assemblati per ottenere prodotti destinati alla vendita, come pure ai materiali di consumo
  • nuovi”. Sono pertanto esclusi quelli a qualunque titolo già utilizzati. Fa eccezione, non perdendo il requisito della novità, il bene esposto in show room e impiegato dal rivenditore al solo scopo dimostrativo: in tale circostanza, l’acquirente può fruire della maggiorazione. Questa, invece, non spetta nel caso in cui il cedente abbia in qualche modo utilizzato il bene per scopi diversi dalla semplice esposizione (ad esempio, l’auto immessa su strada dal concessionario anche per motivi dimostrativi).
    Per i beni complessi, se alla loro realizzazione hanno concorso anche beni usati, il requisito della “novità” si considera sussistente qualora l’entità del costo relativo ai beni usati non sia prevalente rispetto al costo complessivo. Tale principio vale sia per i beni realizzati in economia sia per gli acquisti da terzi; in quest’ultima ipotesi, la circostanza deve essere attestata dal cedente.

Investimenti non agevolabili
Sono esclusi dal perimetro operativo dell’agevolazione gli investimenti in veicoli o altri mezzi di trasporto, sia se a deducibilità integrale (quelli utilizzati esclusivamente come beni strumentali, cioè senza i quali l’attività non può essere esercitata, ad esempio le autovetture per le imprese che svolgono attività di noleggio o i veicoli adibiti a uso pubblico, come i taxi) sia se a deducibilità limitata; in altre parole, tutti i beni di cui all’articolo 164, comma 1, del Tuir.

Inoltre, per espressa previsione normativa, la maggiorazione non è applicabile agli investimenti in:

  • fabbricati e costruzioni
  • beni per i quali il decreto ministeriale 31 dicembre 1988 prevede un ammortamento particolarmente lungo (più di 15 esercizi), con coefficiente inferiore al 6,5%
  • beni elencati nell’allegato 3 alla legge n. 208/2015 (condutture utilizzate dalle industrie di imbottigliamento di acque minerali naturali o dagli stabilimenti balneari e termali; condotte utilizzate dalle industrie di produzione e distribuzione di gas naturale; materiale rotabile, ferroviario e tramviario; aerei completi di equipaggiamento).

Limite di spesa
Una novità assoluta recata dal “decreto crescita” è l’introduzione di un tetto massimo agli investimenti agevolabili: la maggiorazione del costo non si applica sulla parte eccedente il limite di 2,5 milioni di euro.

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Il decreto crescita da vicino: focus su rottamazione ter

Il decreto crescita da vicino:
focus su rottamazione ter

La riapertura dei termini per la presentazione delle nuove istanze di adesione riguarda tutti i debiti non inseriti nelle domande già inoltrate entro il 30 aprile scorso

Patrizia Ballicu – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Porte aperte ai ritardatari: pronti i nuovi moduli per aderire alla “rottamazione ter” (DA-2018-R) e al “saldo e stralcio” (SA-ST-R) delle cartelle. Come previsto dal Dl n. 34/2019 (il decreto crescita) nell’articolo 16-bis (introdotto dalla legge di conversione del decreto), le domande di adesione ai due provvedimenti, che consentono ai contribuenti di regolarizzare i propri debiti con il fisco in forma agevolata, dovranno essere presentate entro la nuova scadenza del 31 luglio 2019. Il pagamento delle somme può essere effettuato in un’unica soluzione, entro il 30 novembre 2019, o nel numero massimo di 17 rate consecutive.
Per la riapertura dei termini, che riguarda tutti i debiti non inseriti nelle domande già presentate entro il 30 aprile scorso, Agenzia delle entrate-Riscossione ha predisposto i modelli di adesione che sono già disponibili agli sportelli e sul proprio portale, dove è possibile anche richiedere il prospetto informativo contenente l’elenco delle cartelle “rottamabili” e consultare le guide informative.
 
Come aderire
Per aderire alla “rottamazione ter” o al “saldo e stralcio”, i contribuenti devono presentare la domanda, entro il 31 luglio 2019, compilando il modulo direttamente online dal portale di Agenzia delle entrate-Riscossione con il servizio “Fai D.A. te”.
In alternativa, è possibile utilizzare il modello DA-2018-R (per la “rottamazione ter”) oppure il modello SA-ST-R (per il “saldo e stralcio”) che, adeguatamente compilati e insieme alla documentazione richiesta, devono essere inoltrati tramite Pec all’indirizzo della direzione regionale dell’Agenzia a cui fa riferimento il contribuente. L’elenco degli indirizzi Pec delle direzioni regionali è riportato sui nuovi modelli ed è disponibile anche sul sito di Agenzia delle entrate-Riscossione. La domanda di adesione, infine, può essere presentata anche in tutti gli sportelli presenti sul territorio.
Entro il 31 ottobre 2019 l’Ente invierà ai contribuenti che hanno usufruito della riapertura dei termini una comunicazione in merito all’accoglimento delle domande presentate insieme al dettaglio delle somme dovute e i relativi bollettini di pagamento.
 
Vediamo, ora, le novità introdotte con la legge di conversione del decreto vrescita.
 
Rottamazione-ter
Secondo quanto previsto dal decreto legge n. 119/2018, che ha introdotto la terza edizione della rottamazione, è possibile definire in via agevolata (senza pagare sanzioni e interessi di mora) i debiti relativi a somme affidate dagli Enti creditori ad Agenzia delle entrate-Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017.
Con il “decreto crescita” sono stati riaperti i termini di adesione ed è possibile presentare domanda per la “rottamazione-ter” fino al 31 luglio 2019. Non possono essere oggetto di una nuova richiesta i debiti che sono stati già inseriti in una dichiarazione di adesione presentata entro il 30 aprile 2019, per i quali Agenzia delle entrate-Riscossione ha già inviato le comunicazioni di risposta con l’importo dovuto e i relativi bollettini il cui termine per il pagamento della prima o unica rata è il prossimo 31 luglio.
Eventuali dichiarazioni di adesione alla “rottamazione ter” trasmesse dopo il 30 aprile 2019, non dovranno essere ripresentate perché saranno prese in carico da Agenzia delle entrate-Riscossione che, entro il 31 ottobre 2019, invierà le relative risposte in merito all’accoglimento e agli importi dovuti.
Coloro che aderiscono entro il 31 luglio possono scegliere di pagare le somme dovute in un’unica soluzione entro il 30 novembre 2019, oppure fino a un massimo di 17 rate consecutive (5 anni). La prima rata è pari al 20% delle somme complessivamente dovute e scade il 30 novembre 2019 mentre le restanti 16, di pari importo, sono da versare in quattro rate annuali a partire dal 2020, con un interesse annuo del 2% a decorrere dal 1° dicembre 2019.
 
Saldo e Stralcio
Anche per il “saldo e stralcio” la riapertura riguarda i debiti non ricompresi in una domanda di adesione a provvedimenti di definizione agevolata presentata entro lo scorso 30 aprile.
Chi intende ancora aderire al “Saldo e stralcio”, quindi, può farlo entro il 31 luglio 2019, scegliendo se effettuare il pagamento in un’unica soluzione, entro il 30 novembre 2019, oppure in 5 rate con ultima scadenza il 31 luglio 2021. Le domande “tardive”, cioè inoltrate dopo il 30 aprile 2019, non dovranno essere ripresentate perché saranno automaticamente prese in carico da Agenzia delle entrate-Riscossione.
I requisiti sono quelli previsti dalla legge di bilancio 2019 (la n. 145/2018): Il “saldo e stralcio” è riservato alle persone fisiche in situazione di grave e comprovata difficoltà economica e consente di pagare in forma ridotta i debiti affidati alla riscossione dal 2000 al 2017, derivanti esclusivamente dall’omesso versamento delle imposte dovute in autoliquidazione in base alle dichiarazioni annuali e dei contributi previdenziali spettanti alle casse professionali o alle gestioni previdenziali dei lavoratori autonomi Inps. Il provvedimento prevede il pagamento di una percentuale che varia dal 16 al 35% dell’importo dovuto già “scontato” delle sanzioni e degli interessi di mora. In particolare, secondo la legge, versano in una situazione di grave e comprovata difficoltà economica le persone fisiche con Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) del nucleo familiare non superiore a 20mila euro, oppure per le quali, alla data di presentazione della dichiarazione di adesione, risulti già aperta la procedura di liquidazione prevista dalla cosiddetta legge sul sovraindebitamento (articolo 14-ter, legge n. 3/2012).
 
Al 30 aprile 1,7 milioni di domande
Le nuove istanze di adesione si aggiungeranno alle oltre 1,7 milioni di domande già ricevute da Agenzia delle entrate-Riscossione, di cui 332mila richieste per il “saldo e stralcio” e quasi 1,4 milioni per la cosiddetta rottamazione ter, per un totale di 12,9 milioni di cartelle “rottamate”. In particolare, considerato che ciascun contribuente poteva presentare più di una richiesta, le domande pervenute finora sono riferibili a una platea di circa 1,5 milioni di contribuenti, di cui circa 320 mila per il “saldo e stralcio” e circa 1,2 milioni per la “rottamazione ter”.

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Dazi e Iva: il transito non basta per l’ingresso nel circuito dell’Ue

Dazi e Iva: il transito non basta
per l’ingresso nel circuito dell’Ue

Se è stato accertato che i beni hanno raggiunto la loro destinazione finale, dove sconteranno l’Iva all’importazione, il rischio di eventuali violazioni “di passaggio” dell’imposta non sussiste

Martino Verrengia – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La mancata presentazione alle autorità tedesche, in violazione della normativa doganale, di merci che sono solo in transito in Germania, in quanto dirette in Grecia, non costituisce di per sé un elemento sufficiente per ritenere che i beni in questione siano entrati nel circuito economico dell’Unione in Germania. Sono le conclusioni della sentenza della Corte Ue, Causa C-26/2018 del 10 luglio 2019.

Violazione doganale e ingresso nell’Ue “viaggiano” insieme, ma non sempre
Se un bene è introdotto nel territorio dell’Unione europea, non è sufficiente che sia stato oggetto di violazioni della normativa doganale in un determinato Stato membro, per ritenere che sia entrato nel circuito economico dell’Unione nello Stato membro medesimo, se è accertato che lo stesso bene è stato trasportato in un altro Stato membro (la sua destinazione finale) ove è stato consumato, ragion per cui l’Iva all’importazione relativa a detto bene sorge allora solo nello Stato membro di destinazione.

Al centro dell’indagine dei togati comunitari, il concetto di ingresso nel circuito economico dell’Ue e le correlazioni tra dazi doganali ed Iva 
La Corte di giustizia ha stabilito che, qualora un bene venga introdotto nel territorio dell’Unione europea, non è sufficiente che il bene sia stato oggetto di violazioni della normativa doganale in un determinato Stato membro, da cui sia derivata in tale Stato un’obbligazione doganale all’importazione, per ritenere che il bene sia entrato nel circuito economico dell’Unione nello Stato membro medesimo, se sia accertato che lo stesso bene è stato trasportato in un altro Stato membro (la sua destinazione finale) ove è stato consumato, ragion per cui l’Iva all’importazione relativa a detto bene sorge allora solo nello Stato membro di destinazione.

Fatti
Una società di spedizioni provvedeva al recapito di beni provenienti da Israele, Messico e Stati Uniti, soggetti a dazi all’importazione, a diversi destinatari situati in Grecia, la loro destinazione finale. Detti beni, in particolare, venivano trasportati per via aerea in 18 partite distinte, fino a Francoforte sul Meno (Germania), dove venivano collocati su un altro aeromobile, ai fini del trasporto in Grecia.

Vicenda amministrativa
L’ufficio doganale greco, quindi, informava il proprio omologo tedesco che le partite erano state trasportate in Grecia in violazione della normativa doganale.
L’ufficio doganale tedesco, in particolare, rilevava che:
– per 14 delle 18 partite non era stata effettuata, in Germania, la presentazione in dogana prevista dal codice doganale nazionale e che, conseguentemente, le partite medesime erano state introdotte nel territorio doganale dell’Unione europea in modo irregolare;
– per 3 delle 18 partite, i beni in questione si trovavano in custodia temporanea al loro arrivo all’aeroporto di Francoforte sul Meno, erano stati trasportati ad Atene senza essere stati sottoposti al regime di transito comunitario esterno e, di conseguenza, erano stati rimossi dal luogo di deposito senza autorizzazione;
– quanto all’ultima partita, l’invio dei beni ad Atene era stato preceduto da un regime di transito esterno debitamente verificato da Parigi (Francia) a Francoforte sul Meno, ma tali beni erano stati parimenti rimossi dal luogo di deposito senza autorizzazione.
Di conseguenza, l’ufficio doganale tedesco emanava, nei confronti dello spedizioniere, cinque avvisi di liquidazione di dazi doganali all’importazione.

Processo in Germania
A seguito di istanza di rimborso della società, che contestava la legittimità dell’azione dell’Amministrazione finanziaria sotto plurimi aspetti, e di accoglimento parziale della stessa, la contribuente adiva il Tribunale tributario tedesco dell’Assia.

Questioni pregiudiziali
Ritenendo, pertanto, un possibile contrasto della normativa nazionale con la legislazione sovranazionale, il Tribunale tributario dell’Assia, sospeso il procedimento, ha sottoposto alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

  • se un’importazione ai sensi degli articoli 2, paragrafo 1, lettera d), e 30, della direttiva Iva presupponga che il bene introdotto nel territorio dell’Unione entri nel circuito economico della stessa o se sia sufficiente il mero rischio che ciò accada;
  • qualora un’importazione presupponga l’entrata del bene nel circuito economico dell’Unione: se un bene introdotto nel territorio dell’Unione entri nel circuito economico della stessa già per il fatto di non essere stato vincolato, in violazione della normativa doganale, ad alcun regime ai sensi dell’articolo 61, primo comma, della direttiva o – pur essendo stato in un primo momento vincolato a tale regime – di essere stato successivamente svincolato per effetto di una condotta doganale erronea o se, a fronte di una condotta erronea, si debba poter presumere, ai fini dell’entrata nel circuito economico dell’Unione, che, per effetto della condotta medesima, il bene sia entrato nel suddetto circuito economico nel territorio fiscale dello Stato membro in cui sia stata commessa la condotta de qua e che esso abbia potuto essere consumato o utilizzato».

Risposta della Corte
La prima questione pregiudiziale – reputata di natura ipotetica – viene dichiarata irricevibile dalla Corte.
Passando allo scrutinio della seconda questione, i togati comunitari osservano che, ai sensi dell’articolo 60 direttiva Iva, l’importazione di beni è effettuata nello Stato membro nel cui territorio si trova il bene nel momento in cui entra nella Comunità. Il successivo articolo 61, primo comma, prevede che, in deroga all’articolo 60, se un bene che non è in libera pratica è vincolato, al momento della sua entrata nella Comunità, ad uno dei regimi o ad una delle situazioni di cui all’articolo 156 della direttiva medesima o ad un regime di ammissione temporanea in esenzione totale dai dazi all’importazione o ad un regime di transito esterno, l’importazione del bene è effettuata nello Stato membro nel cui territorio il bene è svincolato da tali regimi o situazioni.
L’articolo 70 della medesima direttiva Iva, continua la Corte, stabilisce il principio per cui il fatto generatore si verifica, e l’imposta diventa esigibile, nel momento in cui è effettuata l’importazione di beni. Così, il successivo articolo 71, paragrafo 1, prevede in particolare, al primo comma, che, quando i beni sono vincolati, sin dalla loro entrata nell’Unione, al regime di deposito doganale, il fatto generatore e l’esigibilità dell’imposta si verifichino soltanto nel momento in cui i beni sono svincolati da tale regime. Tuttavia, il secondo comma di tale articolo disciplina il caso particolare in cui, per i beni importati assoggettati a dazi doganali, prelievi agricoli o imposte di effetto equivalente istituite nell’ambito di una politica comune, il fatto generatore dell’imposta si verifica, e l’imposta diventa esigibile, nel momento in cui scattano il fatto generatore e l’esigibilità dei dazi medesimi.

Violazioni doganali
Nel caso di specie, rilevano i giudici di Lussemburgo, diversi beni provenienti da Stati terzi, soggetti a dazi all’importazione, sono stati trasportati fino in Germania, per essere poi trasportati in Grecia, la loro destinazione finale.
Alcuni di questi beni non sono stati presentati alle autorità doganali tedesche e, di conseguenza, sono stati introdotti illegalmente nel territorio doganale dell’Unione. Gli altri beni sono stati introdotti regolarmente nel territorio doganale dell’Unione, in Germania, ma sono stati successivamente trasportati in Grecia sottraendoli al controllo doganale, in violazione della normativa doganale.
Pertanto, le richiamate violazioni della normativa doganale hanno fatto sorgere in Germania un’obbligazione doganale all’importazione a carico della società che ha introdotto i beni in questione nel territorio dell’Unione.

Iva e dazi
Il Collegio osserva, poi, che la giurisprudenza della Corte ha stabilito che l’esigibilità dell’Iva può aggiungersi all’obbligazione doganale qualora si possa ritenere, sulla base della condotta illecita da cui è sorta l’obbligazione, che le merci in questione siano entrate nel circuito economico dell’Unione e possano, quindi, essere state oggetto di consumo, configurandosi, pertanto, l’assoggettamento all’Iva. In questo senso, infatti, la Corte ha dichiarato che, qualora i beni soggetti a dazi all’importazione siano sottratti al controllo doganale all’interno di una zona franca e non si trovino più in tale zona, si deve presumere, in via di principio, che essi siano entrati nel circuito economico dell’Unione.
Nel caso di specie, da un lato, per quanto riguarda i beni in questione che non sono stati regolarmente introdotti nel territorio doganale dell’Unione, occorre presumere, in linea di principio, che essi siano entrati nel circuito economico dell’Unione nel territorio dello Stato membro nel quale sono stati introdotti nell’Unione, vale a dire in Germania; d’altra parte, quanto ai beni in esame sottratti al controllo doganale, essi sono stati svincolati, in Germania, dal regime doganale in cui erano collocati. Pertanto, occorre altresì presumere che essi siano entrati nel circuito economico dell’Unione in tale Stato membro.

Prova contraria alla presunzione di introduzione nell’Ue
Tuttavia, obietta la Corte, la descritta presunzione può essere confutata se è dimostrato che, pur in presenza delle violazioni della normativa doganale, con conseguente nascita di un’obbligazione doganale all’importazione nello Stato membro in cui le violazioni stesse sono state commesse, un bene sia stato introdotto nel circuito economico dell’Unione nel territorio di un altro Stato membro, nel quale tale bene era destinato al consumo.
In tal caso, il fatto generatore dell’Iva all’importazione si verifica in tale altro Stato membro.
Ebbene, inferiscono i togati comunitari, se è vero che i beni in questione sono stati oggetto di violazione della normativa doganale sul territorio tedesco, essi sono stati unicamente trasbordati da un aereo all’altro su tale territorio.
È pur vero che, a causa di tali violazioni della normativa doganale, i beni in questione, che si trovavano materialmente nel territorio dell’Unione, non erano più sotto la sorveglianza delle autorità doganali tedesche, le quali erano private della possibilità di controllare la circolazione dei beni medesimi.
Ma, nel caso di specie, è stato accertato che i beni in questione sono stati trasportati in Grecia, la loro destinazione finale, dove sono stati consumati.
Pertanto, conclude la Corte, le violazioni della normativa doganale verificatesi sul territorio tedesco non costituiscono, di per sé, un elemento sufficiente per ritenere che i beni in questione siano entrati nel circuito economico dell’Unione in Germania.

Conclusioni
L’articolo 2, paragrafo 1, lettera d), e l’articolo 30 della direttiva Iva devono essere interpretati nel senso che, qualora un bene venga introdotto nel territorio dell’Unione europea, non è sufficiente che il bene sia stato oggetto di violazioni della normativa doganale in un determinato Stato membro, da cui sia derivata in tale Stato un’obbligazione doganale all’importazione, per ritenere che il bene sia entrato nel circuito economico dell’Unione nello Stato membro medesimo, qualora sia accertato che lo stesso bene è stato trasportato in un altro Stato membro, la sua destinazione finale, ove è stato consumato, ragion per cui l’imposta sul valore aggiunto all’importazione relativa al bene de quo sorge allora solo in detto altro Stato membro.

Fonte:
Data della sentenza
10 luglio 2019  

Numero della causa
C-26/2018

Nome delle parti
Federal Express Corporation, Deutsche Niederlassung;
contro
Hauptzollamt Frankfurt am Main

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Ecobonus qualificato: entro il 12 luglio va trasmessa la cessione del credito

Ecobonus qualificato: entro il 12 luglio
va trasmessa la cessione del credito

La comunicazione all’Agenzia va presentata online tramite i canali Fisconline o Entratel o su carta agli uffici territoriali utilizzando l’apposito modello, che può anche essere inviato con Pec

Gianni Liprandi – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Save the date. Venerdì prossimo è l’ultimo giorno per trasmettere alle Entrate i dati della cessione del credito per le spese di riqualificazione energetica effettuate nel 2018 sulle singole unità immobiliari. Dal 5 agosto 2019 il fornitore, che non cede il credito ricevuto, deve comunicarlo e utilizzarlo in compensazione con il modello F24.

La cessione del credito
La legge di bilancio 2018 (legge n. 205/2017) ha esteso agli interventi di riqualificazione energetica sulle singole abitazioni quanto già previsto dal 1° gennaio 2016 per i lavori sulle parti comuni di edifici condominiali (legge n. 208/2015). Dal 1º gennaio 2018, dunque, i contribuenti beneficiari dell’ecobonus su singole unità immobiliari possono cedere il credito d’imposta che corrisponde alla detrazione spettante. La cessione può essere fatta al fornitore che ha effettuato gli interventi oppure ad “altri soggetti privati”, ossia persone fisiche, anche esercenti attività di lavoro autonomo o d’impresa, società ed enti, diversi dai fornitori, collegati comunque al rapporto che ha dato origine alla detrazione.  A regime, la trasmissione delle informazioni relative alla cessione del credito deve essere fatta entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello di sostenimento delle spese. Solo per le spese sostenute nel 2018, invece, occorre dare comunicazione alle Entrate entro il 12 luglio.

Gli interventi “qualificati”
La scadenza riguarda i dati relativi al credito ceduto corrispondente esclusivamente alla detrazione per le spese effettuate su singole unità immobiliari e sostenute dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018 per gli interventi di risparmio energetico “qualificato”, ossia quelli agevolati al 50% e 65% sulle singole unità (articolo 14, Dl n. 63/2013). Beneficia della detrazione del 50%, per esempio, l’acquisto e la posa in opera di finestre e infissi, l’impianto di solare termico e la caldaia a biomassa.  Dà diritto alla detrazione del 65%, invece, l’impianto a condensazione in classe A con sistema di termoregolazione evoluto, la pompa di calore e i pannelli solari. Regole, tempi e misure diverse sono previste, invece, per gli interventi effettuati sulle parti comuni degli edifici condominiali.

I “capienti” e gli “incapienti”
I contribuenti Irpef e Ires, beneficiari dell’ecobonus, possono cedere il credito. Gli “incapienti”, ossia pensionati, lavoratori dipendenti o lavoratori autonomi che hanno una imposta annua dovuta inferiore alle detrazioni spettanti da lavoro dipendente (come previsto dall’articolo 11, comma 2, e dall’articolo 13, comma 1, lettera a, e comma 5, lettera a, Tuir) possono cedere il credito anche a banche e a intermediari finanziari (articolo 14, comma 2-ter, Dl n. 63/2013). Al contrario i “capienti”, ossia i contribuenti che possono fruire della detrazione in quanto tenuti al versamento delle imposte, non possono farlo verso istituti di credito e intermediari finanziari (articolo 14, comma 2-sexies, Dl n. 63/2013). Per entrambi, comunque, la cessione non può essere fatta nei confronti della PA.

Doppio binario per la trasmissione
La comunicazione può essere fatta tramite i servizi telematici disponibili nell’area riservata del sito dell’Agenzia: Entratel e Fisconline. In questo caso occorre indicare la denominazione e il codice fiscale del cedente, il tipo di intervento effettuato, l’importo complessivo della spesa sostenuta e del credito cedibile, l’anno di sostenimento della spesa. Inoltre, bisogna riportare i dati catastali dell’immobile oggetto di intervento di riqualificazione energetica, la denominazione e il codice fiscale del cessionario, la data di cessione del credito, l’accettazione dello stesso da parte del cessionario e l’ammontare del credito ceduto.
E’ possibile anche presentare la comunicazione direttamente agli uffici territoriali dell’Agenzia, utilizzando l’apposito modello, allegato al provvedimento 18 aprile 2019. Il modulo può anche essere inviato tramite Posta elettronica certificata (Pec), sottoscritto con firma digitale o autografa, ma in quest’ultimo caso, va allegato un documento d’identità del firmatario.

Comunicazione e utilizzo del credito dal 5 agosto
Il mancato invio della comunicazione rende inefficace la cessione del credito. Per questo è importante che il cessionario verifichi che nel proprio “Cassetto fiscale” che il credito d’imposta gli è stato attribuito: nella propria area riservata, infatti, sono visibili le informazioni sull’accettazione del credito, dopo la quale egli potrà utilizzarlo. Con le stesse funzionalità, nell’area riservata del cedente sono rese visibili le informazioni sull’accettazione del credito da parte del cessionario. La comunicazione da parte del cessionario dell’eventuale successiva cessione del credito ricevuto avviene a partire dal 20 marzo dell’anno successivo a quello di sostenimento della spesa e, comunque, sempre dopo l’accettazione del credito stesso. Solo per le spese sostenute nel 2018, la comunicazione del cessionario può essere effettuata a partire dal 5 agosto 2019.

Utilizzo del credito in compensazione
Se il fornitore non cede il credito ricevuto, totalmente o parzialmente, l’importo va ripartito in 10 quote annuali di pari importo e deve essere utilizzato in compensazione con il modello F24, da inviare esclusivamente tramite i servizi telematici dell’Agenzia. Di norma, tali quote sono utilizzabili in compensazione a decorrere dal 20 marzo dell’anno successivo al sostenimento della spesa e, comunque, dopo l’accettazione dello stesso credito. Eccezionalmente per le spese sostenute dal 1° gennaio al 31 dicembre 2018 il credito in compensazione è utilizzabile in compensazione a partire dal 5 agosto 2019, solo dopo averlo accettato tramite le funzionalità disponibili nell’area riservata del sito delle Entrate.

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Il decreto crescita da vicino: focus su incentivi per il digitale

Il decreto crescita da vicino:
focus su incentivi per il digitale

Agevolazioni per micro, piccole e medie imprese, incluso il settore turistico e stessi benefici per progetti congiunti, tramite contratti di rete o altre tipologie di collaborazione

Patrizia de Juliis – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Favorire la trasformazione tecnologica e digitale delle micro, piccole e medie imprese, mediante la concessione di agevolazioni finanziarie nella misura massima del 50% cento dei costi ammissibili, in coerenza con le linee strategiche del Piano triennale per l’informatica nella pubblica amministrazione 2019-2021 e nei limiti stabiliti dal Regolamento (UE) 1407/2013 o dell’articolo 29 del Regolamento UE 651/2014. E’ l’obiettivo tutto al digitale del Decreto crescita. Per la definizione dei criteri e le modalità di concessione delle agevolazioni finanziarie sarà necessario attendere un decreto del Mise.

“Tecnologie abilitanti” ampliate
I progetti devono essere rivolti a implementare le “tecnologie abilitanti”, indicate nel Piano Impresa 4.0. Alle advanced manufacturing solutions, addittive manufactoring, cyber sicurity, big data and analystics, già contemplate nella prima formulazione del decreto, si sono aggiunte, fra l’altro, le soluzioni tecnologiche finalizzate all’ottimizzazione della catena di distribuzione, il software, i sistemi di e-commerce, le modalità di pagamento mobile e via internet, Fintech, i sistemi elettronici per lo scambio di dati (electronic data interchange, Edi), geolocalizzazione, l’automazione dei processi, l’intelligenza artificiale, blockchain. Insomma, la platea delle tecnologie per investimenti 4.0 coinvolte dall’incentivo si amplia notevolmente.

Agevolazione in forma aggregata
Ammesse ai benefici anche le imprese che, in numero non superiore a dieci, presentano progetti congiunti realizzati anche in forma aggregata, tramite contratti di rete o altre forme di collaborazione, inclusi il consorzio e l’accordo di partenariato in cui figuri come soggetto promotore capofila un DIH-digital innovation hub o un EDI-ecosistema digitale per l’innovazione, di cui al Piano nazionale impresa 4.0. Per questa categoria di progetti, la soglia dei ricavi di 100 mila euro, può essere conseguita mediante la somma dei ricavi delle vendite e delle prestazioni realizzati da tutti i soggetti.

Il restyling ha ridotto le soglie
Più flessibili, nella versione definitiva del decreto, anche i requisiti che danno accesso all’agevolazione. Per ottenere il finanziamento, infatti, è sufficiente un progetto di trasformazione tecnologica pari a 50 mila euro, anziché di 200 mila euro previsto inizialmente. Anche il limite dei ricavi delle vendite e delle prestazioni da conseguire nell’esercizio dell’ultimo bilancio approvato, che originariamente doveva essere almeno di 500mila euro, ora è stato portato a 100mila euro.
Tra i potenziali beneficiari degli incentivi, in via sperimentale per gli anni 2019 e 2020, figurano anche le imprese del settore turistico impegnate nella digitalizzazione volta a favorire la fruizione dei beni culturali, anche in favore dei soggetti disabili.

Vendite su piattaforme digitali
Favorire le vendite online, ma con precisi oneri informativi. I soggetti che gestiscono le piattaforme elettroniche, sono tenuti a trasmettere all’Agenzia delle entrate, secondo termini e modalità stabiliti con un provvedimento direttoriale, entro il mese successivo a ciascun trimestre, i dati dei fornitori e le transazioni effettuate.
Per le cessioni di alcuni beni elettronici, come telefoni cellulari, console da gioco, tablet, pc e laptop, effettuate tramite piattaforme online, il decreto ha previsto una disciplina diretta a contrastare fenomeni di elusione ed evasione Iva. I soggetti passivi che per le vendite dei dispositivi mettono a disposizione di terzi l’uso di una piattaforma o mezzo analogo sono considerati soggetti che hanno ricevuto e successivamente ceduto i beni, con conseguente applicazione del meccanismo dell’inversione contabile (reverse charge).

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Dichiarazione Iva tardiva: i requisiti sostanziali vanno rispettati

Dichiarazione Iva tardiva:
i requisiti sostanziali vanno rispettati

Nel processo tributario, il giudice deve disporre delle informazioni necessarie a dimostrare che il soggetto passivo ha il diritto di detrarre l’imposta pagata a titolo di rivalsa

Marcello Maiorino – Fisco Oggi

Fisco Oggi

In caso di presentazione tardiva della dichiarazione Iva è legittimo il mancato riconoscimento del credito in eccedenza da parte dell’amministrazione finanziaria per effetto del controllo automatizzato della dichiarazione. Se nel corso del giudizio di impugnazione della cartella di pagamento il contribuente non è in grado di dimostrare in concreto e documentare di aver rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione, anche il giudice tributario deve negare il diritto alla detrazione.
Questo il contenuto dell’ordinanza n. 16448 del 19 giugno 2019 della Corte di cassazione.

Il fatto
A seguito del controllo automatizzato delle dichiarazioni, l’Agenzia delle entrate emetteva una cartella di pagamento, recante il mancato riconoscimento del credito Iva emergente dal periodo d’imposta precedente. Il contribuente impugnava l’atto della riscossione e la controversia giungeva sin davanti alla Ctr. I giudici d’appello, confermando la decisione dei colleghi di prime cure, ritenevano il credito non più utilizzabile perché la dichiarazione da cui lo stesso emergeva era stata presentata oltre i termini di legge. Inoltre il contribuente non aveva ottemperato all’onere di dimostrare i requisiti sostanziali giustificativi dell’esistenza del credito di cui chiedeva di fruire ai fini della detrazione.
Avverso tale decisione il contribuente proponeva ricorso per cassazione lamentando, come motivo principale, che la Ctr avesse ritenuto necessaria la prova dell’esistenza del credito riportato nella dichiarazione Iva tardiva ai fini del riconoscimento del diritto alla detrazione.
La Corte di cassazione ha ritenuto infondato il motivo e ha rigettato senza rinvio il ricorso dell’imprenditore, con condanna alle spese.

La decisione
La questione al centro della controversia riguarda il diritto alla detraibilità dell’eccedenza Iva in ipotesi di omissione della dichiarazione annuale relativa al periodo di maturazione dell’eccedenza.
Sul tema, il Collegio ha riaffermato un principio oramai prevalente in base al quale l’eccedenza d’imposta, emergente in un periodo in cui il contribuente ometta di presentare la dichiarazione, può essere detratta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto. A riguardo, il giudice tributario può riconoscere tale diritto solo a condizione che il contribuente dimostri nel corso della controversia di aver rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione, ossia di essere un soggetto passivo al momento in cui gli acquisti sono stati effettuati, che gli stessi siano stati assoggettati a imposta e che siano relativi a operazioni imponibili (Cassazione sezioni unite n. 17757/2016).

Nel corso del giudizio di impugnazione della cartella di pagamento, emessa a seguito di controllo automatizzato in cui emerge il mancato riconoscimento del credito, è onere quindi del giudice tributario accertare, in concreto e in modo non controverso, che il contribuente ottemperi adeguatamente all’onere probatorio con la dimostrazione dell’esistenza dei citati requisiti sostanziali.
In altre parole l’infrazione di omessa presentazione può essere sanata sul piano del rapporto impositivo, ai fini della detraibilità dell’eccedenza Iva, solo se si dispone comunque delle informazioni necessarie per dimostrare che il soggetto passivo ha il diritto di detrarre l’imposta pagata a titolo di rivalsa (Cassazione n. 3586/2016 e n. 25871/2015).

Sulla scorta di tali considerazioni, quindi, nell’ipotesi in cui il contribuente non si attenga alle prescrizioni formali-contabili prescritte dalla normativa interna sarà onere dello stesso, a fronte di contestazione per omissioni o irregolarità, provare l’esistenza delle condizioni sostanziali cui la normativa interna e comunitaria ricollega l’insorgenza del diritto alla detrazione. (Cassazione n. 11168/2014 e n. 18924/2015).

Nel caso di specie la Ctr si è attenuta correttamente a tali principi al momento in cui ha ritenuto di dover accertare l’esistenza dei requisiti sostanziali per la fruizione del credito in presenza di dichiarazione tardiva e, avendo constatato l’omesso assolvimento dell’onere probatorio, ha confermato la legittimità della pretesa fiscale.

La prassi dell’Agenzia
L’Amministrazione finanziaria si è espressa più volte sul tema in esame.
Con la risoluzione del 19/04/2007 n. 74, l’Agenzia ha affermato, sulla scorta degli articoli 8 del Dpr n. 322/1998 e 19 del Dpr n. 633/1972, che “la decadenza del diritto alla detrazione ricorre soltanto nel caso in cui il medesimo non è esercitato al  piu’  tardi,  con  la  dichiarazione  relativa al secondo anno successivo a  quello  in  cui  il  diritto  alla  detrazione  e’ sorto ed alle condizioni esistenti  al  momento  della  nascita del diritto medesimo“, fermo restando che il diritto è riconosciuto purché l’esistenza del credito   Iva sia accertata dall’ufficio a seguito dell’attività di controllo del periodo d’imposta nel quale la dichiarazione è stata omessa.

A questo orientamento ne è seguito un altro più restrittivo in base al quale “in caso di omessa dichiarazione annuale il contribuente non può riportare l’eccedenza di IVA detraibile nella dichiarazione dell’anno successivo né chiederne il rimborso”, a nulla rilevando che lo stesso sia, in ipotesi, effettivamente maturato (circolare n. 34/2012). Pertanto, il contribuente avrebbe potuto pagare le somme richieste dall’Ufficio per il mancato riconoscimento del credito e poi presentare istanza di rimborso entro i due anni successivi al pagamento, previa verifica della spettanza del credito da parte dell’Amministrazione.

Tuttavia tale posizione è stata rivista con la circolare n. 21/2013, in cui si è affermato che se, a seguito del ricevimento di una comunicazione di irregolarità, il contribuente avesse ritenuto il credito non dichiarato fondatamente ed effettivamente spettante, avrebbe potuto attestarne l’esistenza mediante la produzione all’ufficio competente, già entro i trenta giorni successivi  al ricevimento della comunicazione -evitando quindi il pagamento- di idonea documentazione (come i registri Iva e le relative liquidazioni o la dichiarazione cartacea relativa all’annualità omessa). L’Amministrazione finanziaria può sempre effettuare le attività di controllo ai fini dell’Iva, “anche al fine di accertare l’effettività sostanziale del credito maturato nel relativo periodo d’imposta, la dimostrazione dell’esistenza contabile del credito pone il contribuente, ancorché tardivamente.”

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Corte Ue: soltanto la prova di frode blocca il diritto alla detrazione

Corte Ue: soltanto la prova di frode
blocca il diritto alla detrazione

L’istituto, previsto dalla direttiva Iva, in linea di principio non può essere soggetto a limitazioni, a meno che non vengano accertati fenomeni di evasione, elusione ed eventuali abusi

Marcello Maiorino – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Per dire no alla detrazione Iva versata a monte, il Fisco deve constatare l’esistenza di un indebito vantaggio fiscale. L’acquisto avvenuto al termine di una catena di vendite e il fatto di ricevere il bene non direttamente da chi ha emesso la fattura non costituiscono elementi di prova che attestano la pratica abusiva (Corte Ue, causa C-273/18 del 10 luglio 2019).


Il fatto
La domanda di pronuncia pregiudiziale all’esame della Corte Ue verte sull’interpretazione dell’articolo 168, lettera a), della direttiva 2006/112/Ce sull’Iva ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una società all’amministrazione tributaria lettone, in ordine al diniego opposto, da quest’ultima, al riconoscimento del diritto alla detrazione dell’Iva per acquisti di beni effettuati presso un’altra società perché ritenuti, in realtà, non avvenuti.

In particolare la società “A” ha sede in Lettonia e ha dichiarato di avere acquistato beni dalla società “B,” stabilita anch’essa in Lettonia, e detratto l’Iva versata a monte relativa a dette operazioni.
In occasione di un accertamento fiscale, l’amministrazione tributaria ha appurato che tali acquisti erano avvenuti al termine di una serie di passaggi avvenuti tra diverse società. In mancanza di una giustificazione logica alla predetta catena di operazioni, l’amministrazione ha ritenuto, da un lato, che le società intermediarie non avessero in realtà esercitato alcuna attività nella realizzazione dell’acquisto dei beni in oggetto e, dall’altro, che “A” non poteva ignorare la natura artificiale delle cessioni.

La vicenda è approdata dinanzi alla competente autorità giurisdizionale che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue la seguente questione, con cui si chiede di stabilire se l’articolo 168, lettera a), della direttiva Iva debba essere interpretato nel senso che, per negare il diritto di detrarre l’Iva versata a monte, la circostanza che un acquisto sia avvenuto al termine di una catena di operazioni di vendita tra varie persone e che il soggetto passivo sia entrato in possesso dei beni nel deposito di un appartenente alla catena, diverso da chi compare quale fornitore nella fattura, sia di per sé sufficiente a constatare l’esistenza di una pratica abusiva a opera del soggetto passivo o delle altre persone coinvolte nella catena o se sia anche necessario dimostrare quale sia l’indebito vantaggio fiscale di cui avrebbero beneficiato detto soggetto passivo o le altre persone.

Le valutazioni della Corte Ue
La Corte di giustizia perviene alla conclusione che l’autorità tributaria per constatare l’esistenza di una pratica abusiva debba dimostrare l’esistenza di un indebito vantaggio fiscale sulla base delle seguenti considerazioni.
Il diritto alla detrazione dell’Iva, previsto dagli articoli 167 e seguenti della direttiva Iva, in linea di principio non può essere soggetto a limitazioni. Tuttavia, il contrasto alle evasioni, elusioni ed eventuali abusi costituisce obiettivo riconosciuto dalla stessa direttiva. Spetta alle autorità e ai giudici nazionali negare la detrazione ove si dimostri, sulla base di elementi oggettivi, che tale diritto è invocato fraudolentemente o abusivamente.
La Corte ha già dichiarato che, ai fini Iva, l’accertamento di una pratica abusiva richiede la sussistenza di due condizioni e cioè, da un lato, che le operazioni, nonostante l’applicazione formale delle condizioni previste dalle pertinenti disposizioni della direttiva Iva e della normativa nazionale di trasposizione, abbiano come risultato l’ottenimento di un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria all’obiettivo perseguito da dette disposizioni e, dall’altro, che da un insieme di elementi oggettivi risulti che lo scopo essenziale delle operazioni si limiti all’ottenimento di tale vantaggio fiscale.

Ciò premesso, il fatto che si riceva un bene direttamente da colui che emette la fattura non è necessariamente la conseguenza di un occultamento fraudolento del reale fornitore e non costituisce necessariamente una pratica abusiva, ma può avere altre motivazioni, quali, in particolare, l’esistenza di due vendite successive relative ai medesimi beni, i quali, su ordine, sono trasportati direttamente dal primo venditore al secondo acquirente, cosicché si verificano due cessioni successive (articolo 14, paragrafo 1, direttiva Iva), ma un solo trasporto effettivo.
Inoltre, non è necessario che il primo acquirente sia diventato proprietario dei beni al momento del trasporto, dato che l’esistenza di una cessione sulla base di tale disposizione non presuppone il trasferimento della proprietà giuridica del bene.
La Corte osserva che, nell’ipotesi al suo esame, l’amministrazione tributaria non ha né dimostrato l’indebito vantaggio fiscale di cui la società “A” avrebbe beneficiato né ha individuato gli eventuali indebiti vantaggi fiscali ottenuti dalle altre società coinvolte nella catena di operazioni successive di vendita dei beni al fine di verificare se l’obiettivo reale di tali operazioni consistesse unicamente nell’ottenimento di un illegittimo vantaggio fiscale.
Da ciò deriva che la sola esistenza di una catena di operazioni e il fatto che la contribuente sia entrata fisicamente in possesso dei beni senza riceverli effettivamente dalla società che compare quale fornitore nella fattura, ossia “B”, non possono, di per sé, giustificare la conclusione che “A” non abbia effettuato gli acquisti da “B”.
Pertanto, laddove l’autorità tributaria competente non abbia fornito alcun elemento di prova che attesti l’esistenza di una pratica abusiva, non può essere negato al soggetto passivo il diritto alla detrazione.

Le conclusioni della Corte Ue  
Tutto ciò premesso, la Corte di giustizia europea conclude che l’articolo 168, lettera a), della direttiva Iva deve essere interpretato nel senso che, per negare il diritto alla detrazione dell’imposta versata a monte, la circostanza che un acquisto di beni sia avvenuto al termine di una catena di vendite tra varie persone e che il soggetto passivo sia entrato in possesso dei beni nel deposito di una persona facente parte della stessa catena, diversa dalla persona che compare quale fornitore sulla fattura, non è di per sé sufficiente per constatare l’esistenza di una pratica abusiva da parte del contribuente o delle altre persone coinvolte nei diversi passaggi, essendo l’autorità tributaria competente tenuta a dimostrare l’esistenza di un indebito vantaggio fiscale di cui abbiano goduto il soggetto passivo o le altre parti.


 
Data della sentenza
10 luglio 2019

Numero della causa
C-273/18

Nome delle parti
SIA “Kursu zeme”

contro

Valsts ienemumu dienests

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Agevolazioni fiscali spese sanitarie aggiornata la guida dell’Agenzia

Agevolazioni fiscali spese sanitarie
aggiornata la guida dell’Agenzia

Una panoramica sulle prestazioni mediche, farmaci, medicinali e altri prodotti per i quali è possibile indicare nella dichiarazione dei redditi gli importi pagati e usufruire delle riduzioni Irpef

Paolo Calderone – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

È in rete, nella sezione del sito che ospita le guide fiscali “l’Agenzia informa”, la versione aggiornata della pubblicazione dedicata alle spese sanitarie che si possono portare in detrazione dall’Irpef o, quale onere deducibile, in diminuzione dal reddito complessivo. Per ogni tipo di spesa sono specificati i documenti che è necessario possedere, per esibirli all’intermediario che predispone e invia la dichiarazione o conservarli per eventuali futuri controlli dell’Agenzia.

Aspetti generali
La guida ricorda, anzitutto, le regole generali per poter “scaricare” gli importi spesi nel proprio “modello 730”, o in “Redditi Pf”. Tra queste, il principio secondo il quale è possibile riportare nella dichiarazione dei redditi solo le spese rimaste effettivamente a carico di chi le sostiene e nel limite dell’imposta lorda annua. Gli importi eccedenti, infatti, non si possono mai chiedere a rimborso né utilizzare in periodi d’imposta successivi.
Per la verifica del sostenimento della spesa, i documenti rilevanti sono costituiti soltanto dalle fatture, dalle ricevute fiscali e dagli scontrini “parlanti”. Il contribuente, pertanto, non è tenuto a mostrare la prova del pagamento.
La detrazione è riconosciuta anche se la spesa è sostenuta nell’interesse di un familiare fiscalmente a carico e, in alcune circostanze, nell’interesse di familiari non a carico, come nel caso delle spese sanitarie per patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario.
Come evidenzia la guida, un familiare si considera fiscalmente a carico se ha un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. Dal 1° gennaio 2019 questo limite è aumentato a 4.000 euro per i figli di età non superiore a 24 anni.
Non è previsto, invece, un limite massimo di detraibilità ma la possibilità di ripartire la detrazione in quattro quote annuali di pari importo se l’ammontare annuo complessivo delle spese è superiore a 15.493,71 euro.
Stesso trattamento di quelle “italiane”, infine, per le spese mediche sostenute all’estero, se corredate di idonea documentazione dalla quale sia possibile ricavare le stesse indicazioni richieste per le spese sostenute in Italia.

L’elenco delle spese
È lunga la “lista” delle spese detraibili dall’Irpef contenuto nel terzo capitolo della pubblicazione: dalle visite specialistiche alle prestazioni chirurgiche e degenze ospedaliere, dalle analisi e indagini radioscopiche all’assistenza infermieristica e riabilitativa, dai farmaci e medicinali (anche omeopatici) all’acquisto o al noleggio dei dispositivi medici.
Alcune di queste spese si possono portare in detrazione anche senza prescrizione medica (per esempio, le prestazioni specialistiche rese da psicologi, psicoterapeuti, infermieri professionali), mentre altre si possono detrarre solo se accompagnate da idonea prescrizione, dalla quale risulti il collegamento tra prestazione e patologia (per esempio, quelle per i trattamenti di mesoterapia e ozonoterapia, per le prestazioni chiropratiche e per le cure termali).
Regole precise per detrarre le spese di acquisto o di noleggio dei dispositivi medici, tra i quali rientrano le “protesi”, a cominciare dalla necessità che la certificazione (scontrino fiscale o fattura) contenga la descrizione del prodotto acquistato e la persona che effettua la spesa. Niente scontrini e fatture, quindi, con la sola scritta “dispositivo medico”. Inoltre, per alcuni dispositivi è sufficiente conservare solo la documentazione dalla quale risulta che il prodotto acquistato ha la marcatura CE. Per altri, occorre che il dispositivo stesso riporti, oltre alla marcatura CE, anche la conformità ad alcune direttive europee (la 93/42/CEE, la 90/385/CEE e la 98/79/CE).

Interventi chirurgici e assistenza specifica
Precisazioni importanti, infine, per le spese direttamente inerenti un intervento chirurgico e per l’assistenza specifica.
Si considerano spese chirurgiche quelle relative a interventi chirurgici veri e propri, compresi quelli di piccola chirurgia, che possono essere eseguiti anche soltanto ambulatorialmente (day hospital) da parte di un medico chirurgo, con anestesia locale e senza necessità di alcuna degenza.
Sono detraibili anche le spese direttamente inerenti l’intervento, come quelle sostenute per l’anestesia, per l’acquisto del plasma sanguigno o del sangue necessario all’operazione, eccetera. Se le spese collegate a un intervento chirurgico sono certificate da più documenti, la detrazione spetta per l’intero importo pagato, a condizione che il collegamento delle diverse spese con l’intervento chirurgico si evinca dai documenti di spesa. Se questo collegamento non è evidente, è necessario che sia attestato dalla struttura sanitaria, mediante integrazione dei predetti documenti o una documentazione aggiuntiva.
Per quanto riguarda l’assistenza specifica, sono detraibili, anche senza una dettagliata prescrizione medica, le somme pagate agli infermieri professionali o al personale autorizzato a effettuare prestazioni sanitarie specialistiche (per esempio, prelievi per analisi, applicazioni con apparecchiature elettromedicali, esercizio di attività riabilitativa). Allo stesso modo, si possono portare in detrazione i compensi pagati a personale appartenente alle figure professionali elencate nel decreto interministeriale del 29 marzo 2001.

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Dagli Studi ci si può difendere, non contrastano con la Costituzione

Dagli Studi ci si può difendere,
non contrastano con la Costituzione

La legittimità dello strumento accertativo è stata confermata anche dalla stessa Consulta, la quale ha affermato che è proprio la norma di riferimento a imporre l’obbligo di contraddittorio preventivo

Emiliano Marvulli – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

La disciplina dell’accertamento del reddito sulla base delle risultanze degli studi di settore è costituzionalmente compatibile ogniqualvolta è garantito il diritto di difesa del contribuente. È compito del giudice di merito accertare, caso per caso, che la procedura di accertamento sia stata applicata nel pieno rispetto di tale diritto, con particolare riferimento all’instaurazione di un corretto contraddittorio tra Amministrazione finanziaria e contribuente. Questo il contenuto della sentenza della Cassazione n. 16544 del 20 giugno 2019.
 
Il fatto
La controversia nasce a seguito del ricorso proposto da una società immobiliare contro un avviso d’accertamento, recante i risultati di una verifica fondata sugli studi di settore con cui l’Agenzia delle entrate aveva rettificato il reddito dichiarato perché divergente da quello stimato sulla base dello strumento induttivo.
In seguito al rigetto della Commissione tributaria competente, la società ha proposto ricorso al Collegio di secondo grado lamentando, in via preliminare, che gli studi di settore costituiscono uno strumento che viola la soggettività del cittadino e, per questo, sono in contrasto con il disposto di cui all’articolo 53 della Costituzione.
Nel merito la ricorrente ha contestato che né l’Amministrazione finanziaria né il giudice di prime cure avessero preso in debita considerazione la situazione di “stallo e perdurante inattività produttiva” in cui la società versava nel periodo d’imposta accertato, con conseguente inapplicabilità dei parametri emergenti dagli studi di settore.
 
Anche la Ctr ha respinto le doglianze della società e ha affermato, con riferimento al primo punto, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, “perché gli studi di settore sono uno strumento di accertamento del reddito, che prevede la partecipazione al procedimento del contribuente, e non uno strumento di determinazione del reddito stesso”.
Anche nel merito i giudici d’appello hanno respinto il motivo della ricorrente, non avendo questa fornito adeguati elementi atti a dimostrare la misura in cui gli eventi invocati avrebbero inciso sui risultati ottenuti dall’applicazione degli studi di settore.
 
La società ha così impugnato la decisione assunta dalla Ctr invocando i medesimi motivi proposti nel processo di merito.
La suprema Corte ha rigettato in via definitiva il ricorso proposto dalla società immobiliare.
 
Sulla legittimità degli studi di settore
A parere della ricorrente, la previsione di una modalità di accertamento analitico-induttivo basata sull’esistenza di incongruenze tra i ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore, elaborati ai sensi dell’articolo 62-bis del Dl n. 331/1993, violerebbe i precetti costituzionali che garantiscono e tutelano la soggettività del singolo cittadino.
Di parere contrario la Cassazione, secondo cui la disciplina in materia di accertamento induttivo del reddito basato sulle risultanze degli studi di settore è compatibile con il dettato costituzionale.
Costituisce principio oramai consolidato, infatti, che gli accertamenti standardizzati, previsti dall’articolo 62-sexies del Dl n. 331/1993 per tutti i contribuenti obbligati alla tenuta delle scritture contabili, sono legittimi nella misura in cui è garantita l’attivazione da parte dell’Agenzia delle entrate del contraddittorio endoprocedimentale, grazie al quale il contribuente ha la possibilità di partecipare attivamente al procedimento amministrativo. In quest’ottica gli studi di settore assumono la veste di metodologia di accertamento e non di strumento di mera “determinazione del reddito.
Fatto salvo questo principio, ciò che il giudice è chiamato a valutare, con un approccio “caso per caso”, è se la normativa in materia di accertamento induttivo del reddito sia stata applicata nel pieno rispetto del diritto di difesa del contribuente “e in particolare del suo diritto all’instaurazione di un corretto contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria”.
 
Non può sottacersi, infine, che la legittimità costituzionale dell’utilizzazione degli studi di settore è stata confermata, seppur indirettamente, dalla stessa Corte costituzionale che, nell’ordinanza n. 187/2017 ha affermato come, nell’ipotesi di accertamento fondato su parametri standardizzati quali gli studi di settore, “l’obbligo di contraddittorio preventivo è imposto dal relativo dato normativo di riferimento”.
 
Applicando tale principio al caso concreto la Corte, avendo verificato il corretto svolgimento del contraddittorio, ha ribadito la legittimità della pretesa erariale. Nel merito, ha respinto le doglianze della società, non avendo questa fornito nel corso del procedimento elementi sufficienti a dimostrare come gli eventi invocati (ad esempio, la situazione di “stallo” e la perdurante inattività produttiva) avrebbero potuto giustificare il grave scostamento tra i ricavi dichiarati e quelli desunti dall’applicazione degli studi di settore. Da qui la soccombenza della società.

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Incentivi per chi investe in start up e Pmi innovative: le regole operative

Incentivi per chi investe in start up 
e Pmi innovative: le regole operative

Pubblicato in Gazzetta il decreto Mef, emanato di concerto con lo Sviluppo economico, che consolida in un unico provvedimento le modalità di attuazione di più disposizioni normative

Nicola Buongrido – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Dopo il lasciapassare concesso dalla Commissione europea a fine 2018, arriva il “decalogo” per le agevolazioni fiscali spettanti alle persone fisiche e ai soggetti Ires che effettuano conferimenti in denaro a favore di start-up innovative e piccole medie imprese innovative.
Si tratta del decreto ministeriale 7 maggio 2019, approdato nella G.U. di venerdì 5 luglio, le cui disposizioni si applicano agli investimenti effettuati nei periodi di imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Breve excursus normativo
La norma primaria dell’agevolazione, inizialmente prevista per i soli anni dal 2013 al 2015, è contenuta nel Dl n. 179/2012 (articoli da 25 a 32), cui è stata data concreta attuazione con il Dm 30 gennaio 2014 (vedi “Sostegno agevolato alle start up: ufficializzato il decreto attuativo”), poi rimpiazzato dal Dm 25 febbraio 2016 (vedi “Investimenti in start up innovative, nuove norme per gli incentivi”).
Nel frattempo, l’articolo 9, comma 16-ter, del Dl 76/2013, aveva esteso l’incentivo anche all’anno 2016.
Successivamente, l’articolo 1, comma 66, legge 232/2016, ha reso stabile l’agevolazione a partire dal 2017, innalzandone la misura – tanto per i soggetti Irpef quanto per quelli Ires – nonché, per le persone fisiche, il tetto massimo di investimento agevolabile.
Infine, come già accennato, il 17 dicembre 2018 è arrivata la decisione della Commissione europea, che ha dato il necessario via libera per l’applicazione della norma alle Pmi innovative, considerando la misura di aiuto di Stato compatibile con il mercato interno ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera c), del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (vedi “Investimenti in Pmi innovative: dalla Ue, il sì agli incentivi fiscali”).

Investimenti agevolati e soggetti beneficiari 
Le agevolazioni spettano per i conferimenti in denaro iscritti alla voce del capitale sociale e della riserva da sovrapprezzo delle azioni o quote delle start-up innovative, delle Pmi innovative o delle società di capitali che investono prevalentemente in start-up innovative o Pmi innovative, e per gli investimenti in quote degli Oicr. Si considera conferimento in denaro anche la compensazione dei crediti in sede di sottoscrizione di aumenti del capitale, ad eccezione di quelli risultanti da cessioni di beni o prestazioni di servizi diverse da quelle previste dall’articolo 27 del Dl 179/2012.

Destinatari delle agevolazioni sono sia i soggetti passivi Irpef sia quelli Ires che effettuano investimenti agevolati in una o più start-up innovative o Pmi innovative nei periodi di imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2016, anche indirettamente tramite organismi di investimento collettivo del risparmio o altre società di capitali che investono prevalentemente in start-up o Pmi innovative.

Entità dell’incentivo fiscale
Ai soggetti Irpef spetta una detrazione dall’imposta lorda di ammontare pari al 30% dei conferimenti effettuati, fino a un massimo di 1 milione di euro, in ciascun periodo d’imposta.
Per i soci di Snc e Sas, l’importo su cui calcolare il beneficio è determinato in proporzione alle quote di partecipazione agli utili e il limite di 1 milione va riferito al conferimento fatto dalla società.
Se la detrazione supera l’imposta lorda, l’eccedenza è sfruttabile per l’Irpef dovuta nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, fino a concorrenza del suo ammontare.

soggetti Ires, invece, possono dedurre dal reddito complessivo un importo pari al 30% dei conferimenti rilevanti effettuati, fino a un massimo di 1,8 milioni di euro, per ciascun periodo d’imposta. Anche in questo caso, se l’ammontare deducibile supera il reddito complessivo, l’eccedenza può essere scalata dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, fino a concorrenza del suo ammontare.

In caso di consolidato nazionale (o mondiale), l’eccedenza è deducibile dal reddito complessivo globale di gruppo dichiarato, fino a concorrenza dello stesso. L’eccedenza è deducibile dal reddito complessivo dei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, dichiarato dalle singole società fino a concorrenza del suo ammontare. Le eccedenze ante opzione non sono attribuibili al consolidato, ma sono deducibili dal reddito delle singole società.

In caso di opzione per la trasparenza fiscale, l’eccedenza è deducibile dal reddito complessivo di ciascun socio in misura proporzionale alla sua quota di partecipazione agli utili. L’eccedenza è scomputabile dal reddito complessivo dichiarato dal socio nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il terzo, fino a concorrenza del suo ammontare. Le eccedenze ante opzione non sono attribuibili ai soci, ma sono deducibili dal reddito complessivo della società partecipata.

Le agevolazioni spettano fino ad un ammontare complessivo dei conferimenti non superiore a 15 milioni di euro per ciascuna start-up innovativa o Pmi innovativa, considerando tutti i conferimenti ricevuti nei periodi di imposta di vigenza del regime agevolativo.

Documenti necessari 
Gli investitori devono procurarsi e conservare:

  • una certificazione della start-up o Pmi innovativa che attesti di non avere superato il limite di 15 milioni di euro ovvero, se superato, l’importo per il quale spetta la deduzione o detrazione. La certificazione deve essere rilasciata entro 60 giorni dal conferimento o, per i conferimenti fatti a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016 e fino alla data di entrata in vigore del Dm, entro 90 giorni dalla data della pubblicazione dello stesso in Gazzetta, avvenuta il 5 luglio 2019
  • copia del piano di investimento della start-up o Pmi innovativa, contenente informazioni dettagliate sull’oggetto dell’attività prevista, sui relativi prodotti e sull’andamento (previsto o attuale) di vendite e profitti.

Per la Pmi innovativa, dopo sette anni dalla prima vendita commerciale, al piano di investimento bisogna allegare:

  • per un’impresa fino a dieci anni dalla prima vendita commerciale, la valutazione eseguita da un esperto esterno attestante che l’impresa non ha ancora dimostrato il potenziale di generare rendimenti o l’assenza di una storia creditizia sufficientemente solida e di non disporre di garanzie
  • per un’impresa senza limiti di età, un business plan relativo a un nuovo prodotto o a un nuovo mercato geografico che sia superiore al 50% del fatturato medio annuo dei precedenti cinque anni.

Decadenza dalle agevolazioni
Il diritto ai benefici decade se, entro tre anni dalla data in cui rileva l’investimento, si verifica:

  • la cessione a titolo oneroso, anche parziale, delle partecipazioni o quote ricevute in cambio degli investimenti agevolati
  • la riduzione di capitale nonché la ripartizione di riserve o altri fondi costituiti con sovrapprezzi di emissione delle azioni o quote delle start-up o delle Pmi innovative o delle altre società che investono prevalentemente in start-up o Pmi innovative e le cui azioni non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione
  • il recesso o l’esclusione degli investitori
  • la perdita di uno dei requisiti previsti dall’articolo 25, comma 2, del Dl 179/2012, da parte della start-up innovativa
  • la perdita di uno dei requisiti previsti dall’articolo 4, comma 1, del Dl 3/2015, da parte della Pmi innovativa.

L’intervento della legge di bilancio 2019 
L’articolo 1, comma 218, della legge 145/2018, relativamente agli investimenti in start-up innovative, ha incrementato, per l’anno 2019:

  • l’aliquota della detrazione Irpef/deduzione Ires dal 30% al 40%
  • l’aliquota della deduzione al 50%, per i soggetti Ires che acquisiscono l’intero capitale sociale della start-up innovativa, mantenendolo per almeno tre anni.

Le novità sono subordinate all’autorizzazione della Commissione europea (successivo comma 220).

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