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Modello Redditi Sc 2020 – 2: ritocchi ai quadri RQ, RS, RN ed FC

Modello Redditi Sc 2020 – 2:
ritocchi ai quadri RQ, RS, RN ed FC

In particolare, si fanno sentire gli interventi delle ultime leggi di bilancio che hanno cancellato, modificato, prorogato o introdotto regimi rilevanti per la determinazione del reddito d’impresa

Mario Leone – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Rideterminazione del valore di terreni o partecipazioni e relativa imposta sostitutiva, una nuova addizionale per i concessionari di autostrade, aeroporti, porti e ferrovie, sport bonus confermato, un bonus per la bonifica ambientale e una detrazione per chi acquista e gestisce le colonnine di ricarica dei veicoli elettrici.
Queste alcune delle novità accolte dalla dichiarazione SC 2020.

Le imposte sostitutive dell’Ires
Nel quadro RQ sono state introdotte alcune modifiche rilevanti.
Innanzitutto, quella contenuta nella legge di bilancio 2020 (articolo 1, comma 716), che ha previsto una nuova imposta addizionale all’Ires nella sezione XI-A per i soggetti che producono redditi derivanti da attività svolte sulla base di concessioni autostradali, concessioni di gestione aeroportuale, autorizzazioni e concessioni portuali rilasciate ai sensi degli articoli 16 e 18 della legge n. 84/1994, e concessioni ferroviarie.
Tale imposta è liquidata nel medesimo prospetto già utilizzato per la determinazione dell’imposta addizionale all’Ires relativa agli intermediari finanziari (fatta eccezione per le società di gestione dei fondi comuni d’investimento e le società di intermediazione mobiliare e della Banca d’Italia) come previsto dalla legge di Stabilità 2016 (legge n. 208/2015).

immagine dell modello Redditi SC 2020 rigo RQ43

I soggetti interessati applicano una addizionale pari a 3,5 punti percentuali all’aliquota Ires del 24 per cento. Questa sezione va compilata anche da coloro che hanno esercitato l’opzione per la tassazione di gruppo di cui all’articolo 117 del Tuir e dai contribuenti che hanno esercitato, in qualità di partecipati, l’opzione per la trasparenza fiscale di cui all’articolo 115 del Tuir. Quest’ultimi assoggettano autonomamente il proprio reddito imponibile all’addizionale e provvedono al relativo versamento. I contribuenti che hanno esercitato, in qualità di partecipanti, l’opzione per la trasparenza fiscale assoggettano il proprio reddito imponibile all’addizionale senza tener conto del reddito imputato dalla società partecipata.
Al fine di “identificare” l’utilizzo della sezione è stata modificata la compilazione della casella “Addizionali IRES” posta nel prospetto “Tipo di dichiarazione” del “Frontespizio” della dichiarazione. Infatti, va usato il codice 1 in caso di attivazione della sezione ai fini dell’imposta addizionale per gli intermediari finanziari mentre va utilizzato il codice 2 ai fini dell’imposta addizionale per i “concessionari”.

immagine del modello Redditi SC 2020 modello Redditi SC 2020 rigo RQ43 opzione addizionale Ires

Altre due novità emergono dalla legge di bilancio 2020 (articolo 1, legge 160/2019).
La prima – contenuta nei commi 693 e 694 – riguarda la compilazione della sezione XVII del quadro RQ. Si tratta di una nuova proroga della misura già recepita lo scorso anno con la facoltà di rideterminare i valori per i beni posseduti alla data del 1° gennaio 2019 (commi 1053 e 1054 della legge di bilancio 2019). Con la proroga i beni devono essere posseduti alla data del 1° gennaio 2020. I valori si riferiscono alle partecipazioni e ai terreni (sia agricoli sia edificabili) posseduti, individuati sulla base di una perizia giurata di stima (redatta entro il 30 giugno 2019 o 30 giugno 2020 per la nuova previsione normativa), rideterminati sotto condizione: il valore va assoggettato a un’imposta sostitutiva, il cui versamento va effettuato entro il 30 giugno 2019 e il 30 giugno 2020 per la rinnovata facoltà, in un’unica soluzione oppure può essere rateizzato fino a un massimo di tre rate annuali di pari importo, a decorrere dalla medesima data.

immagine del modello Redditi SC 2020 da RQ58 RQ61

Questo prospetto si rende applicabile alle società che, in base all’articolo 7, comma 2, lettera dd-bis), del Dl n. 70/2011, hanno inteso avvalersi della facoltà di rideterminazione ma che, per il periodo di applicazione delle disposizioni originarie della disciplina (contenute negli articoli 5 e 7 della legge n. 448/2001) hanno avuto i beni predetti sottoposti a misure cautelari e che all’esito del giudizio ne abbiano riacquistato la piena titolarità.
Per le partecipazioni e i terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2019 l’imposta sostitutiva è versata nella misura dell’10%, per le partecipazioni che risultano qualificate (ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c), del Tuir) possedute alla data del 1° gennaio 2019, è dell’11 per cento.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare (quindi per coloro che applicano la proroga della legge di Bilancio 2020), sia per le partecipazioni e i terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2020 sia per le partecipazioni che risultano qualificate, l’imposta sostitutiva è versata nella misura dell’11% per i beni posseduti alla data del 1° gennaio 2020.

L’altra novità – contenuta nei commi da 696 a 704 – riguarda, nello specifico, le sezioni XXIII-A, XXIII-B e XXIII-C sempre del quadro RQ, per le società di capitali, le cooperative, i trust e gli altri enti pubblici e privati i quali esercitano attività commerciali, residenti nel territorio dello Stato, che non adottano i princìpi contabili internazionali nella redazione del bilancio, la possibilità di rivalutare, in deroga alle disposizioni di legge vigenti in materia, i beni di impresa e le partecipazioni in società controllate e collegate costituenti immobilizzazioni, risultanti dal bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018.
La rivalutazione va eseguita nel bilancio o rendiconto dell’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018, per il quale il termine di approvazione scade successivamente alla data di entrata in vigore della legge di bilancio per il 2020 e deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea (e annotata nel relativo inventario e nella nota integrativa).

immagine del modello Redditi SC 2020 da RQ86 RQ88

Questo prospetto si rende applicabile alle società che, in base all’articolo 7, comma 2, lettera dd-bis), del Dl n. 70/2011, hanno inteso avvalersi della facoltà di rideterminazione ma che, per il periodo di applicazione delle disposizioni originarie della disciplina (contenute negli articoli 5 e 7 della legge n. 448/2001) hanno avuto i beni predetti sottoposti a misure cautelari e che all’esito del giudizio ne abbiano riacquistato la piena titolarità.
Per le partecipazioni e i terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2019 l’imposta sostitutiva è versata nella misura dell’10%, per le partecipazioni che risultano qualificate (ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c), del Tuir) possedute alla data del 1° gennaio 2019, è dell’11 per cento.
Per i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare (quindi per coloro che applicano la proroga della legge di Bilancio 2020), sia per le partecipazioni e i terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2020 sia per le partecipazioni che risultano qualificate, l’imposta sostitutiva è versata nella misura dell’11% per i beni posseduti alla data del 1° gennaio 2020.

L’altra novità – contenuta nei commi da 696 a 704 – riguarda, nello specifico, le sezioni XXIII-A, XXIII-B e XXIII-C sempre del quadro RQ, per le società di capitali, le cooperative, i trust e gli altri enti pubblici e privati i quali esercitano attività commerciali, residenti nel territorio dello Stato, che non adottano i princìpi contabili internazionali nella redazione del bilancio, la possibilità di rivalutare, in deroga alle disposizioni di legge vigenti in materia, i beni di impresa e le partecipazioni in società controllate e collegate costituenti immobilizzazioni, risultanti dal bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2018.
La rivalutazione va eseguita nel bilancio o rendiconto dell’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018, per il quale il termine di approvazione scade successivamente alla data di entrata in vigore della legge di bilancio per il 2020 e deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea (e annotata nel relativo inventario e nella nota integrativa).

immagine del modello Redditi SC 2020 da RQ86 RQ88

Il maggior valore attribuito ai beni in sede di rivalutazione si considera riconosciuto ai fini dell’Ires (e dell’Irap) a decorrere dal terzo esercizio successivo a quello con riferimento al quale la rivalutazione è stata eseguita. È necessario versare a tal fine un’imposta sostitutiva delle imposte pari al:
– 12% per i valori dei beni ammortizzabili
– 10% per i valori dei beni non ammortizzabili
– 10% per i valori delle partecipazioni in società controllate o collegate.

Si rinnova anche (comma 704 della legge di bilancio 2020) il riconoscimento fiscale di maggiori valori iscritti a bilancio, disposto dall’articolo 14 della legge n. 342/2000 (“riallineamento”), applicabile altresì dai soggetti che redigono il bilancio in base ai princìpi contabili internazionali (regolamento (CE) n. 1606/2002), anche con riferimento alle partecipazioni che costituiscono immobilizzazioni finanziarie ai sensi dell’articolo 85, comma 3-bis, del Tuir, a prescindere dal fatto che dalle medesime partecipazioni derivi un’influenza dominante o notevole nell’impresa partecipata.

immagine del modello Redditi SC 2020 da RQ89 RQ92

L’imposta sostitutiva è versata, nelle medesime misure come sopra indicate e per importi complessivi fino a 3 milioni di euro, in un massimo di tre rate di pari importo di cui la prima nel termine previsto per il versamento a saldo delle imposte sui redditi relative al periodo d’imposta con riferimento al quale la rivalutazione è eseguita (compilando la colonna 3 del rigo RQ93), le altre entro la scadenza prevista rispettivamente per il versamento a saldo delle imposte sui redditi relative ai periodi d’imposta successivi; per importi complessivi superiori a 3 milioni di euro, in un massimo di sei rate di pari importo, di cui la prima nella medesima scadenza stabilita per il versamento a saldo delle imposte sui redditi relative al periodo d’imposta con riferimento al quale la rivalutazione è eseguita (sempre compilando la colonna 3 del rigo RQ93), la seconda nel termine previsto per il versamento della seconda o unica rata di acconto delle imposte sui redditi relativa al periodo d’imposta successivo, le altre con scadenza, rispettivamente, entro il termine previsto per il versamento a saldo delle imposte sui redditi e il termine previsto per il versamento della seconda o unica rata di acconto delle imposte sui redditi, per i periodi d’imposta successivi.

Infine, i contribuenti che abbiano proceduto alla rivalutazione dei beni di impresa e delle partecipazioni possono affrancare, in tutto o in parte, il saldo di rivalutazione risultante come i soggetti che abbiano proceduto al riallineamento dei valori possono affrancare la riserva vincolata in sospensione d’imposta ai fini fiscali.

immagine delmodello Redditi SC 2020 rigo RQ93

L’affrancamento è effettuato con l’applicazione di un’imposta sostitutiva delle imposte nella misura del 10 per cento. In caso di versamento rateale, in colonna 3 del rigo RQ93, va indicato l’importo della prima rata. Anche per il versamento di questa imposta si tiene conto dell’ammontare degli importi complessivi, fino a 3 milioni di euro si potrà versare fino a un massimo di tre rate di pari importo e per importi complessivi superiori a 3 milioni di euro fino a un massimo di sei rate di pari importo (nei termini come sopra previsti).

Le agevolazioni
Veniamo ora ad alcuni benefici concessi a seguito del sostenimento di spese monitorate nel quadro RS del modello SC2020.
Il primo in esame riguarda lo “sport bonus”. Già la legge di bilancio 2018 (articolo 1, commi da 363 a 366) aveva previsto un credito d’imposta in relazione a erogazioni liberali effettuate nel 2018 per interventi di restauro o ristrutturazione di impianti sportivi pubblici, anche se destinati ai soggetti concessionari.
Il Bilancio 2019 (articolo 1, commi da 621 a 627) ha ampliato l’agevolazione in particolare dal lato oggettivo: infatti ha esteso il bonus al 2019 e ha elevato i limiti d’importo.
L’agevolazione consiste in un credito d’imposta pari al 65% dell’importo erogato nello scorso anno ed è fruibile in tre quote annuali di pari importo (non è cumulabile con altre previste da disposizioni di legge a fronte della stessa liberalità).
Il credito fiscale è riconosciuto nei casi di contributo effettuato sia a favore del proprietario dell’impianto sia nei confronti di soggetti che detengono la struttura in concessione o in altro tipo di affidamento.
Il bonus spetta in egual misura anche per l’anno 2020 grazie alla legge di bilancio 2020 (commi da 177 a 179) la quale rinvia, per l’attuazione delle disposizioni, in quanto compatibili, alle disposizioni del Dpcm. 30 aprile 2019.

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RS253

Il predetto decreto ha previsto la possibilità di riportare nella successiva dichiarazione dei redditi l’ammontare del credito che non ha trovato capienza nell’imposta dovuta; è stato quindi modificato il rigo RS253 per tenere conto anche della maturazione della somma spettante a seguito del medesimo riporto a nuovo dell’anno precedente e dell’ammontare emergente da nuove spese. A tal proposito merita ricordare che il credito d’imposta spetta nel limite del 20% del reddito imponibile.

Nel quadro RN è prevista l’indicazione dell’importo pari alla somma di quanto indicato nel rigo RS253, colonna 1, e un terzo degli importi indicati nelle colonne 2 e 3 del medesimo rigo fino a concorrenza dell’imposta netta diminuita degli altri crediti d’imposta nel rigo.

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RN14

Altra agevolazione prevista dalla legge di bilancio 2019 (articolo 1, commi da 156 a 161) focalizza l’attenzione sulle erogazioni liberali in denaro effettuate nei periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2018, per interventi su edifici e terreni pubblici, sulla base di progetti presentati dagli enti proprietari, ai fini della bonifica ambientale, compresa la rimozione dell’amianto dagli edifici, della prevenzione e risanamento del dissesto idrogeologico, della realizzazione o ristrutturazione di parchi e aree verdi attrezzate e il recupero di aree dismesse di proprietà pubblica, per le quali spetta un credito d’imposta nella misura del 65 per cento.
Il cosiddetto “bonus bonifica ambientale” è ripartito in tre quote annuali di pari importo; è riconosciuto nei limiti del 10‰ dei ricavi annui (agli enti non commerciali nei limiti del 20% del reddito imponibile) ed è riconosciuto qualora le erogazioni liberali siano destinate ai soggetti concessionari o affidatari dei beni oggetto degli interventi.
A tal fine è stato previsto il prospetto che segue nel quadro RS (rigo RS254).

Altra agevolazione prevista dalla legge di bilancio 2019 (articolo 1, commi da 156 a 161) focalizza l’attenzione sulle erogazioni liberali in denaro effettuate nei periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2018, per interventi su edifici e terreni pubblici, sulla base di progetti presentati dagli enti proprietari, ai fini della bonifica ambientale, compresa la rimozione dell’amianto dagli edifici, della prevenzione e risanamento del dissesto idrogeologico, della realizzazione o ristrutturazione di parchi e aree verdi attrezzate e il recupero di aree dismesse di proprietà pubblica, per le quali spetta un credito d’imposta nella misura del 65 per cento.
Il cosiddetto “bonus bonifica ambientale” è ripartito in tre quote annuali di pari importo; è riconosciuto nei limiti del 10‰ dei ricavi annui (agli enti non commerciali nei limiti del 20% del reddito imponibile) ed è riconosciuto qualora le erogazioni liberali siano destinate ai soggetti concessionari o affidatari dei beni oggetto degli interventi.
A tal fine è stato previsto il prospetto che segue nel quadro RS (rigo RS254).

Anche in questo caso i dati da indicare riguardano il credito calcolato e il credito effettivamente utilizzato in riduzione dell’imposta dovuta, dove, nel quadro RN, rigo RN14, è stato previsto un apposito campo per indicare l’ammontare del credito maturato nel periodo d’imposta corrispondente al 65% erogazioni liberali effettuate nel limite del 20% per cento del reddito imponibile.

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RN14

Le disposizioni attuative delle norme in commento sono definite con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il ministro dell’Economia e delle Finanze.

Ulteriore agevolazione è stata prevista dal Bilancio 2019 (articolo 1, commi 1039 e 1040) per l’acquisto e la posa in opera di infrastrutture di ricarica per i veicoli alimentati a energia elettrica. L’intervento modifica il Dl n. 63/2013 con il un nuovo articolo il 16-ter. È, quindi, possibile beneficiare di detrazione sull’imposta lorda, fino a concorrenza del suo ammontare, per le spese documentate, sostenute dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021, in relazione all’acquisto o posa in opera di infrastrutture di ricarica per i veicoli elettrici.
La detrazione è riconosciuta nella misura del 50% delle spese sostenute, è calcolata su un ammontare complessivo non superiore a 3mila euro ed è ripartita in dieci quote annuali di pari importo.
Sempre nel quadro RS, nei righi da RS420 a RS422, quindi, vanno indicati i dati utili per gli utilizzi dell’agevolazione.

immagine del modello Redditi SC 2020 da RS420 a RS422

Qualora la società dichiarante abbia aderito al regime del consolidato o della trasparenza (ex articoli 115 o 116 del Tuir) tale sezione non deve essere compilata. Va riempito, invece, il rigo RS421 qualora le spese siano state sostenute dalla società trasparente di cui il dichiarante è socio. L’importo del rigo RS422 è la detrazione spettante che deve essere indicata, in particolare, nel quadro RN, nel nuovo campo 5 del rigo RN10.

immagine del modello Redditi SC 2020 rigo RN10

I redditi dei soggetti controllati non residenti
È stato recepito nell’ordinamento nazionale, con il Dlgs n. 142/2018, la direttiva 2016/1164/Ue (Anti tax avoidance directive – Atad), che fa parte del pacchetto antielusione (Anti tax avoidance package) della Commissione europea, finalizzato a introdurre negli Stati membri un insieme di misure di contrasto alle pratiche di elusione fiscale.
In particolare, l’articolo 4 ha sostituito l’articolo 167 del Tuir in tema di società controllate non residenti (Controlled foreign companies, Cfc) il quale, sinteticamente, prevede l’imputazione per trasparenza al soggetto residente nel territorio dello Stato italiano dei redditi conseguiti dal soggetto controllato non residente, anche in assenza di effettiva distribuzione di utili, qualora lo stesso sia assoggettato a tassazione privilegiata.
Il decreto Atad prevede, dunque, l’imputazione al residente di tutti i redditi del soggetto controllato non residente localizzato in un Paese a fiscalità privilegiata. Ampliato l’ambito soggettivo della disciplina Cfc (nuovo comma l dell’articolo 167 del Tuir) e i requisiti per la sussistenza del controllo (comma 2), l’articolo 167 citato (al comma 3) include tra i soggetti controllati non residenti anche le stabili organizzazioni all’estero dei soggetti controllati esteri, nonché le stabili organizzazioni all’estero dei soggetti residenti per le quali è stata effettuata l’opzione per la branch exemption.
La disciplina si applica anzitutto (prima condizione, recata nella lettera a) del comma 4) quando vi è una tassazione effettiva nel Paese di localizzazione del soggetto controllato non residente inferiore alla metà di quella a cui sarebbe stato assoggetto qualora fosse stato residente in Italia. La seconda condizione (lettera b) del comma 4) si integra al ricorrere di “passive income”, quando il soggetto estero controllato consegue oltre un terzo del proprio reddito attraverso le seguenti tipologie di reddito: interessi o qualsiasi altro reddito generato da attivi finanziari; canoni o qualsiasi altro reddito generato da proprietà intellettuale; dividendi e redditi derivanti dalla cessione di partecipazioni; redditi da leasing finanziario; redditi da attività assicurativa, bancaria e altre attività finanziarie; redditi da operazioni di cessione di beni o prestazione di servizi a valore economico aggiunto scarso o nullo con soggetti che, direttamente o indirettamente, controllano il soggetto controllato non residente, ne sono controllati o sono controllati dallo stesso soggetto che controlla il soggetto non residente.
Per l’applicazione della disciplina Cfc devono ricorrere congiuntamente, in capo al soggetto controllato, entrambe le due precedenti condizioni. Il contribuente può dimostrare la sussistenza dell’esimente di cui al comma 5 dell’articolo 167 del Tuir (situazioni in cui il soggetto controllato non residente svolge un’attività economica sostanziale mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali) anche attraverso la presentazione dell’interpello facoltativo (articolo 11, comma l, lettera b), della legge n. 212/2000).
Come chiarisce la relazione al decreto Atad al fine di garantire una maggiore equivalenza della base imponibile del reddito estero, imputato per trasparenza in capo al socio italiano, rispetto allo stesso reddito qualora questo fosse stato prodotto in Italia, il nuovo comma 7 dell’articolo 167 richiamato ha previsto l’applicazione delle regole di determinazione del reddito ai fini Ires previste per le imprese residenti, a eccezione delle disposizioni riguardanti, tra gli altri, ai nostri fini: le società di comodo, le società in perdita sistematica, l’aiuto alla crescita economica (Ace) e la rateizzazione delle plusvalenze (articolo 86, comma 4, del Tuir).
Rispetto al quadro FC, che ospita la determinazione del suddetto reddito della Cfc, del modello Redditi SC dello scorso anno è stato, quindi, eliminato il prospetto per la “Verifica dell’operatività e determinazione del reddito imponibile minimo dei soggetti considerati di comodo”.

immagine del modello Redditi SC 2020 da FC44 a FC53

 

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Algoritmo per creare o applicare il diritto? Rischi di una giustizia robotizzata

Algoritmo per creare o applicare il diritto?
Rischi di una giustizia robotizzata

Dinanzi a un problema così vasto e inquietante, si rinnova nell’uomo l’antico conflitto tra la sua indole ‘scientifica’, razionale-probabilistica, e la sua indole ‘etica’, ragionevole-spirituale

Marco Versiglioni – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Pensando al futuro prossimo del diritto, vien da chiedersi come trovare un modo per adattare la creazione e l’attuazione delle leggi alle potenzialità del digitale e dei big data che in Europa destano un senso di smarrimento, specialmente se volte a risolvere casi giudiziari. In sostanza, possono ‘algoritmi extra-umani’ sostituire gli ‘algoritmi umani’ del diritto che c’è?

Negli ultimi mesi si sono svolti numerosi convegni nei quali è stato affrontato il tema del rapporto tra diritto e intelligenza artificiale e si è progressivamente sviluppata, a più livelli, la dialettica che concerne il problema della “giustizia predittiva”. Del resto, in alcune parti del mondo e per taluni settori del diritto, l’idea di un algoritmo giudiziale basato su big data è divenuta realtà sia per prevedere, con un certo margine di errore, il probabile esito di una lite, sia, addirittura, per pronunciare una sentenza.

Così, pensando al futuro prossimo del diritto, viene da chiedersi come trovare un modo per adattare la produzione e l’attuazione delle leggi alle potenzialità del digitale e dei big data che in Europa destano un senso di smarrimento, specialmente quando tali potenzialità sono rivolte alla creazione di un modo di soluzione di casi giuridici concreti. Si teme, forse, che ‘algoritmi extra-umani’ vestiti di efficienza possano divenire via via dominanti nel diritto vivente e sostituirsi subdolamente agli ‘algoritmi umani’ del diritto che c’è, sia esso di common-law, sia esso di civil-law.
Si percepisce, probabilmente, il rischio di disperdere ‘algoritmi impliciti’, ma esplicitabili, a noi consegnati da tradizioni millenarie che, pur mutevolmente, hanno comunque garantito il vivere sociale dell’uomo.

In effetti, ‘app oracolari’, da utilizzare via web, potrebbero dar vita a un globale diritto-veloce (fast-law) che sarebbe figlio di “correlazioni” potenti ed efficaci che rimarrebbero, però, imperscrutabili e irreversibili, in specie se fatte di medie, clusters, regressioni lineari e altre analisi massive di tipo iterativo incompatibili con le logiche di verità di giustizia del nostro diritto. L’applicazione generalizzata di tali “correlazioni” lascia prefigurare, soprattutto in un ambiente di civil-law, una società non più normata da uomini ma normalizzata da non-umani, una ‘non-società’, nella quale, in fondo, gli uomini sarebbero destinati “a viver come bruti”.

Dinanzi a un problema così vasto e inquietante, si rinnova nell’uomo l’antico conflitto tra la sua indole scientifica, razionale-probabilistica, e la sua indole etica, ragionevole-spirituale. La prima, sulla premessa del primato della scienza, considera possibile la decisione giudiziale presa da un robot e conduce l’uomo a ritenere di poter conseguire in questo modo un diritto migliore di quello attuale. La seconda, sulla premessa che mai i numeri potranno giungere ove le parole, le idee e i concetti possono arrivare, considera il diritto fatto di parole, idee e concetti carattere imprescindibile del vivere sociale e denuncia il rischio di produrre, ricorrendo al robot, un diritto peggiore di quello attuale. Che fare dunque? Se rimanere inerti non è possibile, allora forse occorre concentrare ogni sforzo nel cercare il tipo dell’algoritmo umano (il ‘civil-law-algorithm’) che è motore (‘core’) implicito della nostra tradizione logica sussuntiva, causale o giustificativa, e  che concorre con l’altro algoritmo (il common-law-algorithm) che è, invece, core della tradizione analogica, anch’essa causale o giustificativa.

Reperiti in natura i due tipi di algoritmo e fatta di essi l’unione, il risultato ottenuto dovrebbe costituire il più credibile alternativo di quel ‘extra-human-algorithm’ che allo stato non esiste, ma che viene da molti considerato il probabile prossimo portato dell’intelligenza artificiale e che, comunque, ben diverso sarebbe, almeno sul piano logico, da un più lontano, ma non impossibile, algoritmo che fosse “correlato” ai ‘film della vita di ognuno’ (‘personal life-movies’).

Ovviamente la ricerca del civil-law-algorithm pone il problema di fissarne il metodo. A tal proposito, forse, il criterio è ‘scegliere l’algoritmo più risalente e più accomunante reperibile nel passato del diritto che c’è’. Se si adotta questo criterio metodologico, allora, con un po’ di calcolato coraggio, può forse essere trovato nel nostro diritto continentale un tipo di civil-law-algorithm che può chiamarsi ‘dirittomatematico’, così scritto per sottolineare l’unitarietà della cosa.
Quanto al significato, il senso dato dal nome è ‘diritto producibile o applicabile mediante verità, parole, non numeri, metodi, concetti e simboli matematici’. Come tale, “diritto softwarizzabile” sia a fini legistici, sia a fini applicativi (per i profili concettuali, per i quali è possibile eventualmente consultare www.dirittomatematico.it). Tuttavia, esso è reperibile nei diritti con verità, ossia nei diritti che, a priori, sono validi se veri, cioè conformi a parametri costituzionali o internazionali, e invalidi se falsi, cioè non-conformi a parametri costituzionali o internazionali.

Questi diritti, in genere di fonte legale e indisponibili, sono basati su una relazione a funzionalità dipendente del tipo Y= f (x) che vede la verità portata dal diritto (Y) dipendere dalla verità della legge (f) e dalla verità della fattispecie (x); essi implicano, perciò, un continuo e naturale combinamento delle ‘verità scientifiche’ o delle ‘verità etiche’ incorporate nelle (f) e nelle (x) delle disposizioni giuridiche, siano esse ideali (≡) o puntuali (·), intervallari (—) o impossibili (Æ).
Il ‘dirittomatematico’, alla luce del metodo seguito, tende comunque per forza di cose a essere inclusivo: infatti, considera e relativizza ai loro ambiti di competenza anche i pur marginali ‘diritti senza verità’. Questi diritti, in genere di fonte privatistica e disponibili, sono basati su una relazione a funzionalità indipendente del tipo Y=d che vede, invece, il diritto prescindere dalla verità (in quanto diktat privo di parametri di validità diversi da quelli che legittimano l’autorità al diktat).

In estrema sintesi, rispetto all’algoritmo giudiziale predittivo ottenuto da “correlazioni” poste tra big data, che potrebbe al più essere usato per la selezione e identificazione di categorie di casi e di norme, il ‘dirittomatematico’ si presenta come algoritmo ‘logico-naturale’ utilizzabile come vincolo di metodo della decisione sul caso concreto perché:
a) reale, perciò falsificabile
b) di base, ossia profondo
c) generale, perché utile sia a creare sia ad applicare il diritto
d) semplice, se non banale, perciò senza tempo
e) efficace, perché capace di un immancabile effetto tecnico di validità/invalidità
f) esclusivamente metodologico, ossia non condizionato dall’illusione dell’univocità del giudizio di merito
g) trasparente, perciò controllabile puntualmente dall’uomo
h) analogico-digitale-analogico, e dunque assistito da un doppio controllo umano
i) autonomo dal punto di vista logico, ossia non necessitante né di big data, né di complesse attività di elaborazione informatica
l) inoffensivo, ossia non invasivo della privacy e non implicante profilazioni identitarie
m) “green”, ossia “energy-saving”.

Forse estrarre ‘dirittomatematico’ dal diritto che c’è, e così garantire la pacifica convivenza dell’indole scientifica con l’indole etica secondo la ragione di verità ‘a ciascuno il suo’, implica ancor oggi un coraggio non calcolabile?
O, invece, è proprio la velocità con la quale si diffonde nelle società e nelle culture la “pandemia digitale” basata sul “big data virus a suggerirci di iniziare a sperimentare, come “anti-virus”, un modo nuovo per formulare una ‘leggematematica’, un ‘provvedimentomatematico’, un ‘contrattomatematico’, una ‘sentenzamatematica’, una ‘circolarematematica’, un modo, cioè, per evolvere, e al tempo stesso preservare, l’algoritmo umano del diritto che c’è? Se ogni tentativo inziale è in genere fallace, ma di rado in tutto inutile, perché non iniziare a provare?

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Modello Redditi Sc 2020 – 1 le novità dei quadri RF e OP

Modello Redditi Sc 2020 – 1 le novità dei quadri RF e OP

Torna il superammortamento per gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi, ma cambiano le modalità applicative, aggiustamenti necessari anche in materia di variazioni in diminuzione

Mario Leone – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 31 gennaio è stato approvato il modello di dichiarazione Redditi 2020 Società di capitali (SC) per il periodo d’imposta 2019, con le relative istruzioni.
Le novità legislative di maggior rilievo di Redditi SC-2020 arrivano dall’introduzione nel nostro ordinamento tributario delle disposizioni contenute nel decreto Atad (decreto legislativo n. 142/2018) recante norme contro le pratiche di elusione fiscale, che incidono direttamente sul funzionamento del mercato interno, in particolare sulla disciplina degli interessi passivi (ex articolo 96 del Tuir), in materia di imprese estere controllate (ex articolo 167 del Tuir) e di regimi fiscali privilegiati. Altri interventi si sono resi necessari per recepire le diverse innovazioni dettate dal decreto crescita (Dl n. 34/2019), recante misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi, dal collegato fiscale 2020 (Dl n. 124/2019), avente a oggetto disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili e, infine, dalla recente legge di bilancio 2020 (legge n. 160/2019).

La determinazione del reddito d’impresa
Una delle novità per il periodo d’imposta 2019 riguarda l’agevolazione “patent box” sia nel quadro RF sia nel quadro OP.
Per quanto riguarda la determinazione del reddito, nel quadro RF, con l’articolo 4 del decreto crescita si è semplificata la procedura di fruizione della tassazione agevolata (prevista dall’articolo 1, commi 37 e seguenti, della legge n. 190/2014) sui redditi derivanti dall’utilizzo di taluni beni immateriali al fine di consentire ai contribuenti di determinare (e dichiarare) direttamente il proprio reddito agevolabile in alternativa alla procedura di accordo preventivo e in contraddittorio con l’Agenzia delle entrate.
I contribuenti che optano, quindi, per il regime patent box possono scegliere in alternativa alla procedura di accordo preventivo e in contraddittorio con l’Agenzia delle entrate (articolo 31-ter del Dpr n. 600/1973) di determinare e dichiarare direttamente il reddito agevolabile rimandando il relativo confronto con l’amministrazione finanziaria a una successiva fase di controllo.

Tra le variazioni in diminuzione del quadro RF è stata prevista l’indicazione dei dati nel rigo RF50.

Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 30 luglio 2019, ha chiarito, in sede di opzione, quali sono le informazioni necessarie (per la determinazione del reddito agevolabile) contenute nella documentazione, che servirà all’amministrazione finanziaria per controllare la correttezza della quantificazione dell’agevolazione.
In particolare, nel suddetto rigo RF50 è prevista la possibilità di indicare gli importi deducibili in caso di opzione alternativa all’istanza di ruling. Il decreto crescita ha stabilito che i contribuenti ripartiscono la variazione in diminuzione in tre quote annuali di pari importo, da indicare nella dichiarazione relativa al periodo di imposta in cui viene esercitata l’opzione e in quelle relative ai due periodi d’imposta successivi. A tal fine è stata prevista la colonna 3 dove, appunto, segnalare la predetta quota annuale.

L’opzione per la determinazione diretta del reddito agevolabile nonché la segnalazione della detenzione della documentazione prevista dal provvedimento richiamato è comunicata nella stessa dichiarazione dei redditi del periodo di imposta al quale si riferisce l’agevolazione patent box nel quadro OP (dedicato all’esercizio di alcune opzioni).

La sezione IV del quadro OP è stata integrata; l’opzione qui esercitata, nel rigo OP21 (mediante la barratura della colonna 1), ha durata annuale ed è irrevocabile e rinnovabile. La segnalazione del possesso della documentazione avviene barrando la colonna 2.

Sono, inoltre, escluse dal reddito d’impresa le plusvalenze derivanti dalla cessione dei beni immateriali di cui all’articolo 6, a condizione che almeno il 90% del corrispettivo derivante dalla cessione dei predetti beni sia reinvestito, prima della chiusura del secondo periodo d’imposta successivo a quello nel quale si è verificata la cessione, in attività di ricerca e sviluppo finalizzate allo sviluppo, mantenimento e accrescimento di altri beni immateriali.
A tal fine, autonoma possibilità di indicazione, sempre nel quadro RF, rigo RF55, è stata data, con un apposito codice (80), alla quota annuale delle plusvalenze da “patent box”, sempreché il contribuente abbia optato, in alternativa all’istanza di ruling, per l’indicazione delle informazioni necessarie alla determinazione del reddito agevolabile nella documentazione su richiamata.

Ricordiamo che, come precisato dal provvedimento del 30 luglio 2019, per gli esercizi antecedenti a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto crescita, il contribuente che abbia determinato autonomamente e indicato in dichiarazione il reddito agevolabile, effettua la comunicazione del possesso della documentazione prevista nel predetto provvedimento tramite Pec o raccomandata a/r da inviare all’ufficio competente in ragione del proprio domicilio fiscale, purché tale comunicazione sia presentata prima della formale conoscenza dell’inizio di qualunque attività di controllo relativa al regime agevolativo.

L’articolo 1 del decreto crescita ha reintrodotto (dal 1° aprile 2019) la misura del “superammortamento”, l’agevolazione che consente di maggiorare del 30% il costo di acquisizione a fini fiscali degli investimenti in beni materiali strumentali nuovi.
La misura è stata, dunque, prorogata al 2019 nella stessa percentuale del 30% prevista per il 2018 e con il medesimo perimetro operativo.
Come con la precedente legge di bilancio 2019, sono esclusi dall’agevolazione gli investimenti in veicoli e altri mezzi di trasporto, sia che vengano utilizzati esclusivamente per l’esercizio dell’impresa (la cui deducibilità è integrale) sia che vengano usati con finalità non esclusivamente imprenditoriali.
Rispetto alle precedenti edizioni del superammortamento è stato introdotto un limite agli investimenti in beni strumentali nuovi agevolabili: la maggiorazione del costo non si applica, infatti, sulla parte di investimenti complessivi eccedenti il limite di 2,5 milioni di euro.

Quindi, tra le “Altre variazioni in diminuzione” del quadro RF (rigo RF55), è stato previsto un nuovo codice (79) per indicare l’importo della maggiorazione del costo di acquisto del 30% per gli investimenti effettuati dal 1° aprile 2019 al 31 dicembre 2019 ovvero posti in essere entro il 30 giugno 2020, a condizione che entro la data del 31 dicembre 2019 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione.

Sempre nel quadro RF (rigo RF41) è prevista l’indicazione dell’eccedenza deducibile delle svalutazioni e delle perdite su crediti verso la clientela, iscritti in bilancio a tale titolo, e le perdite diverse da quelle realizzate mediante cessione a titolo oneroso dagli enti creditizi e finanziari (oggi intermediari finanziari) e dalle imprese di assicurazione, nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 (pari al 25% dell’ammontare iscritto in bilancio), e le svalutazioni e le perdite su crediti iscritte in bilancio fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2014 e non ancora dedotte, ai sensi dell’articolo 106, comma 3, del Tuir, nel testo in vigore anteriormente alle modifiche operate dall’articolo 16, comma 1 del Dl n. 83/2015, convertito dalla legge n. 132/2015 (articolo 16, commi 2 e 3, del Dl n. 83/2015).

Questi importi dovevano essere deducibili nella misura del 10% nel periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, ma il Bilancio 2019 (articolo 1, comma 1056, legge n. 145/2018) ha previsto il differimento della deducibilità al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2026.
Per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019, la deducibilità doveva essere del 12% ma, anche in questo caso, la legge di bilancio 2020 (articolo 1, comma 712, legge n. 1602019) ha disposto il differimento, in quote costanti, al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2022 e ai tre successivi della quota prevista.

Veniamo ora a una delle principali novità del modello Redditi SC 2020, ancora nel quadro RF. Il “Prospetto interessi passivi non deducibili” era stato previsto per i soggetti che fruiscono della deducibilità degli interessi passivi ai sensi dell’articolo 96 del Tuir (fatta eccezione per gli intermediari finanziari, le imprese di assicurazione nonché le società capogruppo di gruppi assicurativi).
Con il decreto Atad (Dlgs n. 142/2018,) il prospetto ha avuto una rimodulazione generale per tenere conto delle rilevanti novità normative.
Il decreto, che attua la direttiva 2016/1164, modificata dalla direttiva 2017/952, ha modificato l’articolo 96 del Tuir introducendo nuovi criteri per la determinazione degli interessi passivi non deducibili per evitare i possibili arbitraggi fiscali derivanti anche dalla deduzione degli interessi nei Paesi con un livello impositivo più elevato.
La disciplina previgente disponeva che l’eccedenza degli interessi passivi rispetto agli interessi attivi potesse essere dedotta nel limite del 30% del Risultato operativo lordo (Rol) della gestione caratteristica. La quota del Rol non utilizzata per la deduzione degli interessi passivi del periodo di competenza poteva essere portata a incremento del Rol dei periodi d’imposta successivi.

Dal periodo d’imposta 2019, con la modifica apportata dal decreto Atad, gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati (compresi quelli inclusi nel costo dei beni ai sensi del comma 1, lettera b), dell’articolo 110 del Tuir), sono deducibili in ciascun periodo d’imposta fino a concorrenza dell’ammontare complessivo degli interessi attivi e proventi finanziari assimilati di competenza del periodo d’imposta e (novità) degli interessi attivi e proventi finanziari assimilati riportati da periodi d’imposta precedenti.

Inoltre, l’eccedenza degli interessi passivi e degli oneri finanziari assimilati rispetto all’ammontare complessivo degli interessi attivi e proventi finanziari assimilati è deducibile nel limite dell’ammontare risultante dalla somma tra il 30% del Rol relativo al periodo d’imposta e il 30% del Rol riportato da periodi d’imposta precedenti.
A tal fine si utilizza prioritariamente il 30% del Risultato operativo lordo del periodo d’imposta e, successivamente, il 30% del Rol riportato da periodi d’imposta precedenti, a partire da quello meno recente (comma 2, dell’articolo 96 del Tuir).

Il ROL (eccedente) non è più riportabile in avanti indefinitamente, ma può essere portata ad incremento del ROL dei successivi 5 periodi d’imposta.

Altra novità consiste nell’assumere anziché il valore del Risultato sulla base delle voci che lo compongono nella loro quantificazione contabile, nell’utilizzo di un Rol fiscale: esso è dato dalla differenza tra il valore e i costi della produzione indicati nel codice civile (articolo 2425 cc, lettere A) e B), con esclusione delle voci di cui al numero 10), lettere a) e b), ammortamento delle immobilizzazioni immateriali e materiali, nonché dei canoni di leasing finanziario di beni strumentali) assunti nella misura risultante dall’applicazione delle disposizioni volte alla determinazione del reddito di impresa.

Resta possibile la riportabilità ai successivi periodi d’imposta degli interessi passivi.

Con le modifiche del decreto Atad, tale riporto potrà avvenire se questi interessi, in un determinato periodo d’imposta, eccedono la somma tra:

  • gli interessi attivi di competenza di tale periodo
  • gli interessi attivi riportati da periodi d’imposta precedenti
  • il 30% del Rol del periodo
  • il 30% del Rol riportato dai periodi d’imposta precedenti.

Tale eccedenza è deducibile nei successivi periodi d’imposta, senza limiti temporali, se la somma degli interessi attivi e del Risultato operativo lordo di tali periodi è superiore all’ammontare degli interessi passivi di competenza dei periodi medesimi.
Infine, qualora l’importo degli interessi attivi e dei proventi finanziari assimilati di competenza sia superiore alla somma tra gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati di competenza e gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati riportati da periodi d’imposta precedenti, l’eccedenza può essere riportata nei periodi d’imposta successivi.
Ne caso in cui il contribuente abbia aderito al regime del consolidato nazionale, previsto dagli articoli da 117 a 129 del Tuir, l’eventuale eccedenza di interessi passivi e oneri assimilati indeducibili, come anche di Rol, maturata in capo a un soggetto a esclusione di quella generatasi in periodi d’imposta anteriori all’ingresso nel consolidato nazionale, può essere trasferita alla determinazione del reddito complessivo di gruppo.

Un’ultima precisazione va fatta per gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati, sostenuti in relazione a prestiti stipulati prima del 17 giugno 2016, la cui durata o il cui importo non sono stati modificati successivamente a tale data a seguito di variazioni contrattuali. In tal caso, il comma 4 dell’articolo 13 del decreto Atad ha previsto che a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018 sono deducibili per un importo corrispondente alla somma tra:

a) il 30% del Rol prodotto a partire dal terzo periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 e che, al termine del periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018, non era stato utilizzato per la deduzione degli interessi passivi e degli oneri finanziari ai sensi della disciplina contenuta nell’articolo 96 del Tuir nella formulazione previgente
b) l’importo che risulta deducibile in applicazione delle disposizioni dell’articolo 96 del Tuir come modificato dall’articolo 1 del decreto Atad.

A tal fine, il successivo comma 5 prevede che il contribuente possa scegliere se utilizzare prioritariamente l’ammontare di cui alla lettere a) o l’importo di cui alla lettera b).

Altra novità di particolare rilievo all’interno del quadro RF è rappresentata dal nuovo prospetto “Strumenti finanziari convertibili”.
Il decreto crescita (articolo 9) ha previsto che il maggiore o minor valore di strumenti finanziari con determinate caratteristiche (definite dal comma 2), derivante dall’attuazione di specifiche clausole contrattuali, non costituisce, per i relativi emittenti, reddito imponibile ai fini dell’Ires (e dell’Irap).
La norma ha stato esteso, quindi, a tutti gli emittenti, il trattamento fiscale previsto dall’articolo 2, comma 22-bis, del Dl n. 138/2011 (inserito dalla legge n. 147/2013), ora abrogato, specificando ulteriormente le caratteristiche di cui devono essere dotati gli strumenti finanziari.
La diposizione aveva previsto che tali valori derivanti dall’attuazione di specifiche previsioni contrattuali degli strumenti finanziari (diversi da azioni e titoli similari) rilevanti in materia di adeguatezza patrimoniale emessi da intermediari vigilati dalla Banca d’Italia o da soggetti vigilati dall’Ivass dopo il 1° gennaio 2014, non partecipassero alla formazione del reddito imponibile degli emittenti ai fini dell’Ires (e dell’Irap).
Il decreto crescita ha specificato però alcuni obblighi a carico degli emittenti per beneficiare della deduzione. In particolare, gli emittenti devono:

  • indicare di aver emesso gli strumenti finanziari “nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui è avvenuta l’emissione”.
    In tal caso si tratta di darne evidenza tra le variazioni in aumento del quadro RF (rigo RF31) per i minori valori deducibili (quindi recuperando a tassazione) indicando il codice 40 e il relativo importo:

oppure tra le variazioni in diminuzione (rigo RF55) per i maggiori valori (deducibili) indicando il codice 37 e il relativo importo:

fornire “separata evidenza, nella relativa dichiarazione dei redditi, dei maggiori o minori valori che non concorrono alla formazione del proprio reddito imponibile ai fini dell’Ires (e Irap)”, al fine di consentire l’accertamento della conformità dell’operazione con le disposizioni dell’articolo 10-bis della legge n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), che disciplinano l’abuso del diritto o elusione fiscale. In questo caso compilando, appunto, il nuovo prospetto del quadro RF (rigo RF140):

con l’anno di emissione degli strumenti finanziari e l’ammontare del maggiore o minore valore degli strumenti finanziari relativi al singolo anno di riferimento.

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Legge di bilancio per il 2020 – 14 la nuova versione del bonus R&S

Legge di bilancio per il 2020 – 14
la nuova versione del bonus R&S

Per poter beneficiare dell’agevolazione le imprese dovranno effettuare un’apposita comunicazione al Ministero dello sviluppo economico. A breve il decreto attuativo con modello e contenuto

Filippo Gagliardi – Fisco Oggi

Fisco Oggi

I commi da 198 a 209 dell’articolo 1 della legge della legge di Bilancio per il 2020 (la n. 160/2019) introducono la rinnovata disciplina del credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, in transizione ecologica, in innovazione tecnologica 4.0 e altre attività innovative, quali quelle di design e ideazione estetica svolte dalle imprese dei settori tessile e moda, calzaturiero, occhialeria, orafo, del mobile, dell’arredo e della ceramica, per la concezione e realizzazione dei nuovi prodotti e campionari, che sostituisce la vecchia disciplina a partire dal 1° gennaio 2020.

Ambito soggettivo
Possono accedere al credito d’imposta tutte le imprese residenti nel territorio dello Stato, incluse le stabili organizzazioni di non residenti, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico di appartenenza, dalla dimensione e dal regime fiscale di determinazione del reddito d’impresa, che effettuano investimenti in una delle attività ammissibili alla misura agevolativa.
Sono tuttavia escluse:

  • le imprese in stato di liquidazione volontaria, fallimento, liquidazione coatta amministrativa, concordato preventivo senza continuità aziendale, altra procedura concorsuale prevista dalla legge fallimentare, dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza o da altre leggi speciali, o che abbiano in corso un procedimento per la dichiarazione di una di tali situazioni
  • le imprese destinatarie di sanzioni interdittive.

La fruizione del beneficio spettante è, comunque, subordinata al rispetto delle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro applicabili in ciascun settore e al corretto adempimento degli obblighi di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori.

Attività di ricerca ammissibili
Sono considerate attività di ricerca e sviluppo ammissibili al credito d’imposta le attività di ricerca fondamentale, industriale e sviluppo sperimentale in campo scientifico o tecnologico.
Con apposito decreto del ministero dello Sviluppo Economico, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di Bilancio, verranno dettati i criteri per la corretta qualificazione di tali attività, tenendo conto dei principi generali e dei criteri contenuti nelle linee guida dell’Ocse.

Spese agevolate
Ai fini della determinazione della base di calcolo del credito d’imposta, sono ammissibili, nel rispetto delle regole di effettività, pertinenza e congruità, le spese per il personale, relative ai ricercatori e ai tecnici titolari di rapporto di lavoro subordinato o autonomo o altro rapporto diverso dal lavoro subordinato, direttamente impiegati nelle operazioni di ricerca e sviluppo svolte internamente all’impresa, nei limiti del loro effettivo impiego in tali operazioni. E anche quelle relative a giovani ricercatori, assunti dall’impresa con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e impiegati esclusivamente nei lavori di ricerca e sviluppo, che concorrono in modo maggiorato a formare la base di calcolo del credito d’imposta per un importo pari al 150% del loro ammontare. Tale maggiorazione si applica solo nel caso in cui i neoassunti qualificati siano impiegati in laboratori e altre strutture di ricerca situati nel territorio dello Stato.

Sono inoltre ammissibili le quote di ammortamento, i canoni di locazione finanziaria o di locazione semplice e le altre spese relative ai beni materiali mobili e ai software utilizzati nei progetti di ricerca e sviluppo, anche per la realizzazione di prototipi o impianti pilota, per l’importo ordinariamente deducibile ai fini della determinazione del reddito d’impresa relativo al periodo d’imposta di utilizzo e nel limite massimo complessivo pari al 30% delle spese del personale.
Nel caso in cui i suddetti beni siano utilizzati anche per le ordinarie attività dell’impresa, si considera solo la parte delle quote di ammortamento e delle altre spese imputabile alle attività di ricerca e sviluppo.

Sono agevolabili le spese per contratti di ricerca extra-muros, riguardanti il diretto svolgimento da parte del soggetto commissionario delle attività di ricerca e sviluppo ammissibili al credito d’imposta.
Le spese per contratti di ricerca extra-muros, stipulati con università e istituti di ricerca residenti nel territorio dello Stato, concorrono in modo maggiorato a formare la base di calcolo del credito d’imposta per un importo pari al 150% del loro ammontare.
I contratti stipulati con imprese o soggetti appartenenti al medesimo gruppo della committente sono assoggettati alle stesse regole applicabili nel caso che l’attività di ricerca e sviluppo sia svolta internamente all’impresa. Per la definizione di imprese dello stesso gruppo, la disposizione normativa rinvia direttamente all’articolo 2359 del codice civile.

Tra le spese agevolabili rientrano, altresì, le quote di ammortamento conseguenti all’acquisto da terzi, anche in licenza d’uso, di privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o una nuova varietà vegetale, nel limite massimo complessivo di spesa di 1 milione di euro e a condizione che siano utilizzate direttamente ed esclusivamente per lo svolgimento delle attività inerenti ai progetti ammissibili al credito d’imposta.
Non sono, invece, accettate le spese per l’acquisto, anche in licenza d’uso, dei suddetti beni immateriali derivanti da operazioni intercorse con imprese appartenenti allo stesso gruppo dell’acquirente.

Rientrano nel bonus le spese per servizi di consulenza ed equivalenti, inerenti alle attività di R&S ammissibili, nel limite massimo complessivo del 20% delle spese del personale ovvero dei costi per contratti di ricerca extra-muros, senza considerare le maggiorazioni ivi previste. Ciò a condizione che i relativi contratti siano stipulati con residenti nel territorio dello Stato o con soggetti fiscalmente residenti o localizzati in altri Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti al See o in Stati compresi nell’elenco di quelli con i quali è attuabile lo scambio di informazioni per evitare le doppie imposizioni sul reddito.

Sono, infine, ammesse all’agevolazione, le spese per materiali, forniture e altri prodotti analoghi impiegati nei progetti di R&S ammissibili, svolti internamente dall’impresa anche per la realizzazione di prototipi o impianti pilota, nel limite massimo del 30% delle spese del personale ovvero, nel caso di ricerca extra-muros, del 30% dei costi di tali contratti.

Attività di innovazione tecnologica: le spese da “credito”
La legge individua, al comma 201, le attività di innovazione tecnologica ammissibili al credito di imposta, diverse dalle precedenti, finalizzate alla realizzazione di prodotti o processi di produzione nuovi o sostanzialmente migliorati.
Sono considerate ammissibili all’agevolazione fiscale, nel rispetto delle regole generali di effettività, pertinenza e congruità, le spese per il personale, le quote di ammortamento, i canoni di locazione finanziaria o semplice e le altre spese relative ai beni materiali mobili e ai software, le spese per contratti relativi al diretto svolgimento da parte del commissionario delle attività di It, le spese per servizi di consulenza ed equivalenti, le spese per materiali, forniture e altri prodotti analoghi impiegati nelle attività di It, anche per la realizzazione di prototipi o impianti pilota.

Attività innovative di design e ideazione estetica: le spese da “credito”
Sono considerate ammissibili al credito di imposta le attività di design e ideazione estetica svolte dalle imprese dei settori tessile e moda, calzaturiero, occhialeria, orafo, del mobile, dell’arredo e della ceramica, per la concezione e realizzazione dei nuovi prodotti e campionari.
Sono ammissibili, inoltre, sempre nel rispetto delle regole generali di effettività, pertinenza e congruità, le stesse tipologie di spese individuate per le attività di innovazione tecnologica, sostenute nell’ambito dello svolgimento delle attività di design e ideazione estetica.

Misura del credito d’imposta
Il credito di imposta è riconosciuto:

  • per le attività di ricerca e sviluppo, in misura pari al 12% al netto delle altre sovvenzioni o contributi ricevuti per le stesse spese, nel limite massimo di 3 milioni di euro
  • per le attività di innovazione tecnologica, separatamente, in misura pari al 6% al netto delle altre sovvenzioni o contributi ricevuti sulle stesse spese, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro
  • per le attività di innovazione tecnologica, in misura pari al 10% al netto delle altre sovvenzioni o contributi ricevuti sulle stesse spese, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro
  • per le attività di design e ideazione estetica, in misura pari al 6% al netto delle altre sovvenzioni o contributi a qualunque titolo ricevute, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro.

Modalità di utilizzo
Il credito d’imposta spettante è utilizzabile esclusivamente in compensazione tramite modello F24, in tre quote annuali di pari importo, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello di maturazione, subordinatamente all’avvenuto adempimento degli obblighi di certificazione delle spese sostenute.
Per poter beneficiare dell’agevolazione le imprese dovranno effettuare un’apposita comunicazione al ministero dello Sviluppo Economico. Con successivo decreto direttoriale del Mise saranno stabiliti il modello, il contenuto, le modalità e i termini di invio della comunicazione.
A tal proposito, ricordiamo che la disposizione normativa prevede espressamente che il credito d’imposta non può essere ceduto o trasferito neanche all’interno del consolidato.
Il beneficio, irrilevante ai fini fiscali, è cumulabile con altre agevolazioni aventi a oggetto i medesimi costi, a condizione che tale cumulo, tenuto conto anche della non concorrenza alla formazione del reddito e della base imponibile dell’Irap, non porti al superamento del costo sostenuto.

Oneri documentali
La norma, poi, prevede che l’effettivo sostenimento delle spese ammissibili e la corrispondenza delle stesse alla documentazione contabile predisposta dall’impresa devono risultare da apposita certificazione rilasciata dal soggetto incaricato della revisione legale dei conti.
Per le imprese non obbligate per legge alla revisione legale dei conti, il legislatore ha previsto un credito d’imposta di importo non superiore a 5mila euro per le spese sostenute per adempiere all’obbligo di certificazione.
Oltre all’obbligo di certificazione, le imprese beneficiarie hanno il dovere di redigere e conservare una relazione tecnica che illustri le finalità, i contenuti e i risultati delle attività ammissibili svolte in ciascun periodo d’imposta in relazione ai progetti o ai sotto-progetti in corso di realizzazione.

Controlli
I controlli sulla spettanza del credito di imposta sono affidati all’Agenzia delle entrate che verifica la corretta applicazione della disciplina agevolativa, anche avvalendosi del supporto del Mise.

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Legge di bilancio per il 2020 – 13: proroga per il bonus formazione 4.0

Legge di bilancio per il 2020 – 13:
proroga per il bonus formazione 4.0

È utilizzabile, in compensazione, dal periodo d’imposta successivo a quello di sostenimento delle spese ammissibili e non può essere ceduto o trasferito neanche all’interno del consolidato fiscale

Filippo Gagliardi – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Con le modifiche apportate in sede di approvazione al Senato, i commi da 210 a 217 dell’articolo 1 della legge di bilancio (legge n. 160/2019) prorogano al 2020 il credito d’imposta formazione 4.0, rimodulano i limiti massimi annuali ed eliminano l’obbligo di disciplinare espressamente lo svolgimento delle attività di formazione attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali. Analizziamo da vicino le disposizioni.

Proroga del credito d’imposta
In dettaglio, il comma 210 stabilisce che la disciplina del bonus per le spese di formazione del personale dipendente finalizzate all’acquisizione o al consolidamento delle competenze nelle tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale previste dal Piano nazionale impresa 4.0 si applica anche alle spese di formazione sostenute nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019. Il beneficio è confermato per il 2020.
La legge di bilancio 2018, ricordiamo, ha previsto un credito d’imposta in favore delle imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano nonché dal regime contabile adottato, fino ad un importo massimo annuale di 300mila euro per ciascun beneficiario, qualora le attività di formazione siano pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali.
Tali attività devono essere svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale industria 4.0 quali big data e analisi dei dati, cloudfog computingcyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali.
Escluse dal beneficio sono le attività di formazione, ordinaria o periodica, organizzata dall’impresa per conformarsi alle norme in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro e di protezione dell’ambiente o ad altre norme obbligatorie in materia di formazione.
Con la legge di Bilancio 2019 (articolo 1, comma 79 della legge n. 145 del 2018) il beneficio è stato rimodulato secondo la dimensione delle imprese: il credito d’imposta, fermo restando il limite massimo annuale di 300mila euro, è attribuito nella misura del 50% delle spese ammissibili sostenute dalle piccole imprese e del 40% di quelle sostenute dalle medie imprese. Alle grandi imprese, come definite dalla normativa europea, il credito d’imposta è attribuito nel limite massimo annuale di 200mila euro e nella misura del 30 per cento.

I nuovi limiti
Il comma 211 effettua alcune rimodulazioni del limite massimo annuale del credito da applicarsi secondo la dimensione delle imprese, prevedendo che:

  • nei confronti delle piccole imprese il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 50% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 300mila
  • nei confronti delle medie imprese, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 40% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 250mila euro
  • nei confronti delle grandi imprese il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 30% delle spese ammissibili e nel limite massimo annuale di 250mila.


La misura del credito d’imposta è comunque aumentata per tutte le imprese, fermi restando i tetti massimi annuali, al 60% se l’attività di formazione ammissibili riguarda lavoratori dipendenti svantaggiati o ultra svantaggiati.

Le altre novità
Il comma 212 stabilisce che, ferma restando l’esclusione delle imprese in difficoltà, la disciplina del credito d’imposta non si applica alle aziende destinatarie di sanzioni interdittive.
L’effettiva fruizione del bonus è, dunque, subordinata alla condizione che l’impresa non sia destinataria di sanzioni interdittive e risulti in regola con le normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e con gli obblighi di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori.
Il comma 213 dispone che, nel caso in cui le attività di formazione siano erogate da soggetti esterni all’impresa, si considerano ammissibili al credito d’imposta, oltre alle attività commissionate ai soggetti accreditati per lo svolgimento di attività di formazione finanziata presso la regione o provincia autonoma, le università, pubbliche o private, o le strutture a esse collegate, e ai soggetti accreditati presso i fondi interprofessionali e in possesso della certificazione di qualità in base alla norma Uni En Iso 9001:2000 settore EA 37, anche le attività commissionate agli istituti tecnici superiori.
Il comma 214 specifica che il beneficio fiscale è utilizzabile, a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello di sostenimento delle spese ammissibili, esclusivamente in compensazione e che non può formare oggetto di cessione o trasferimento neanche all’interno del consolidato fiscale.
La disposizione prevede, inoltre, che, al solo fine di consentire al ministero dello Sviluppo economico di acquisire le informazioni necessarie per valutare l’andamento, la diffusione e l’efficacia della misura agevolativa, anche in funzione del perseguimento degli obiettivi generali del Piano nazionale impresa 4.0, le imprese che si avvalgono del credito d’imposta devono effettuare una comunicazione al Mise, il cui modello, contenuto, modalità e i termini di invio saranno stabiliti
con apposito decreto direttoriale.
Il comma 215 elimina l’obbligo di disciplinare espressamente lo svolgimento delle attività di formazione in contratti collettivi aziendali o territoriali.
Tale modifica recepisce le osservazioni espresse da Confindustria nelle audizioni parlamentari in cui era stato rappresentato lo scarso appeal del beneficio dovuto all’obbligo di disciplinare espressamente lo svolgimento delle attività di formazione in contratti collettivi aziendali o territoriali.
Infine, il comma 217 prevede che agli adempimenti previsti dal regolamento Ue n. 651/2014, in materia di aiuti compatibili con il mercato interno, provvede il ministero dello Sviluppo Economico. Al riguardo, l’articolo 31 di tale regolamento Ue consente gli aiuti alla formazione a determinate condizioni, tra cui quella che l’intensità di aiuto non superi il 50% dei costi ammissibili, nell’ambito dei quali rientrano le spese di personale relative ai partecipanti alla formazione.

 

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Trasmissione telematica corrispettivi: nel I semestre, ritardo non sanzionato

Trasmissione telematica corrispettivi: nel I semestre, ritardo non sanzionato

Quando l’unica violazione posta in essere consista nell’omesso invio dei dati nei termini fissati norma, nessuna contestazione sarà rivolta ai soggetti con volume d’affari superiore a 400mila euro

Pier Paolo del Franco – Fisco Oggi

Fisco Oggi

L’invio dei dati dei corrispettivi giornalieri è indispensabile  ai fini del corretto adempimento degli obblighi fissati dall’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo n. 127/2015. Non è comunque necessario soddisfare gli stessi laddove le operazioni siano state documentate tramite fattura. È questa, in estrema sintesi, l’indicazione principale contenuta nella risoluzione n. 6/E del 10 febbraio 2020.

La norma e i relativi dubbi
L’articolo 2, comma 1, del Dlgs n. 127/2015 declina, nell’attuale quadro normativo, la regola generale propria delle operazioni di commercio al minuto in locali aperti al pubblico e di quelle assimilate (articolo 22 del Dpr n. 633/1972), ossia l’obbligo di memorizzare elettronicamente e inviare telematicamente i dati dei relativi ai corrispettivi giornalieri. Ciò in luogo dei vecchi scontrini e ricevute fiscali, “sopravvissuti” solo per operazioni residuali (cfr Dm 10 maggio 2019).

L’obbligo, che decorre dal 1° gennaio 2020 per la generalità dei soggetti passivi, è stato anticipato al 1° luglio 2019 per quelli con volume d’affari, realizzato nel 2018, superiore a 400mila euro.
Lo stesso porta con sé, in caso di violazione, le sanzioni indicate nel successivo comma 6 del medesimo articolo 2, ovvero, stante il rinvio ivi contenuto, quelle dell’articolo 6, comma 3 e 12, comma 2, del Dlgs n. 471/1997 (rispettivamente, cento per cento dell’imposta corrispondente all’importo non documentato, con un minimo di 500 euro e chiusura temporanea dell’esercizio nelle ipotesi di quattro distinte violazioni in giorni diversi all’interno di un quinquennio).
Si tratta di sanzioni onerose che, unite alle difficoltà che sempre accompagnano i nuovi adempimenti, specie quando la platea dei contribuenti coinvolti è molto ampia e deve dotarsi degli strumenti necessari (nel caso concreto il registratore telematico – RT – di cui al provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 28 ottobre 2016), hanno spinto il legislatore a escludere le stesse, nel primo semestre di vigenza dei nuovi adempimenti, in caso di trasmissione telematica dei dati relativi ai corrispettivi giornalieri entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, fermi restando i termini di liquidazione dell’imposta sul valore aggiunto (cfr l’articolo 2, comma 6-ter, del Dlgs n. 127).

L’amministrazione finanziaria, con la circolare n. 15/2019, aveva peraltro evidenziato che, in attesa di dotarsi di un RT, i soggetti coinvolti avrebbero potuto adempiere temporaneamente all’obbligo di memorizzazione giornaliera dei corrispettivi mediante i registratori di cassa già in uso, ovvero tramite ricevute fiscali, fermo il rispetto degli altri obblighi legislativamente fissati (invio dei dati entro il mese successivo e corretta liquidazione dell’Iva).
Trascorso, per i soggetti con volume d’affari superiore a 400mila euro, il primo semestre di vigenza dell’obbligo, si è posto il dubbio della possibile applicazione di sanzioni per coloro che, in luogo di memorizzazione e inviare i dati dei corrispettivi giornalieri, avessero documentato le proprie operazioni tramite altri strumenti.

La soluzione fornita dall’Agenzia delle entrate
Il dubbio è stato prontamente dissipato dall’amministrazione finanziaria che, nel richiamare il corretto iter dell’adempimento previsto dall’articolo 2 del Dlgs n. 127/2015 – ossia memorizzazione dei dati (sostituita, nel caso, per il primo semestre, dall’emissione di scontrini/ricevute fiscali), trasmissione telematica degli stessi e corretta liquidazione dell’Iva – ha altresì ricordato che né tale disposizione, né altre, hanno modificato la previsione dell’articolo 22 del Dpr n. 633/1972 e la possibilità, o l’obbligo (a fronte di una richiesta del cliente), di documentare le operazioni ivi richiamate tramite fatture (ex articolo 21 o 21-bis del medesimo decreto).
In tale ipotesi, dunque, precisa la risoluzione, gli obblighi di memorizzazione e invio dei corrispettivi giornalieri sono esclusi, al pari di quanto accade per le operazioni specificamente indicate nel Dm 10 maggio 2019 (si tratta, ad esempio, delle operazioni non soggette all’obbligo di certificazione dei corrispettivi ai sensi dell’articolo 2 del Dpr n. 696/1996, di quelle di trasporto pubblico collettivo di persone, veicoli e bagagli al seguito o della gestione del servizio delle lampade votive nei cimiteri).

Nessuna sanzione sarà comunque contestata ai soggetti con volume d’affari superiore a 400mila euro per il periodo 1° luglio-31 dicembre 2019, in applicazione dei principi fissati dallo Statuto del contribuente (cfr in particolare, l’articolo 10 della legge n. 212/2000 in tema di errori del contribuente), quando l’unica violazione posta in essere consista nell’omesso invio dei dati dei corrispettivi nei termini fissati dal richiamato articolo 2, comma 6-ter, del Dlgs n. 127/2015.
Ciò purché l’omissione sia sanata entro il termine di presentazione della dichiarazione Iva relativa al 2019 (ossia entro il 30 aprile 2020). Trascorso anche tale ultimo termine, evidenzia l’Agenzia delle entrate, sarà comunque possibile avvalersi del ravvedimento operoso (ex articolo 13 decreto legislativo n. 472/1997), istituto al quale ricorrere anche nelle ipotesi di ulteriori inadempimenti od omissioni (ad esempio, in rifermento al corretto versamento dell’Iva) di cui ci si sia avveduti direttamente o tramite le comunicazioni che l’amministrazione finanziaria, nella propria complessiva attività per favorire l’adempimento spontaneo, ha inviato onde segnalare possibili anomalie.                 

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Bonus mobili ed elettrodomestici, le regole nella guida aggiornata

Bonus mobili ed elettrodomestici,
le regole nella guida aggiornata

Prorogata dalla recente legge di bilancio a tutto il 2020 la detrazione fiscale del 50% fino a 10mila euro della spesa destinata agli immobili oggetto di ristrutturazione edilizia

Gianni Liprandi – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Arredare gli appartamenti è più facile con la guida Bonus mobili ed elettrodomestici. La pubblicazione, disponibile  nella sezione “l’Agenziainforma” del sito internet delle Entrate e sulla rivista telematica FiscoOggi, contiene tutte le informazioni necessarie per beneficiare dell’agevolazione, suddivise per aree tematiche: quando si può avere, per quali acquisti, importo detraibile, pagamenti, documenti da conservare e domande frequenti.

Come e quando ottenere il bonus
Focus sulla tempistica: fino al 31 dicembre 2020 è possibile fruire dell’agevolazione per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione. La detrazione può essere richiesta solo da chi realizza un intervento di recupero edilizio iniziato a partire dal 1° gennaio 2019. Per gli acquisti effettuati nel 2019, invece, è possibile fruire della detrazione solo se l’intervento di ristrutturazione è iniziato non prima del 1° gennaio 2018.

Quali sono i beneficiari
La guida chiarisce che il bonus spetta unicamente al contribuente che usufruisce della detrazione per le spese di intervento di recupero del patrimonio edilizio. In altri termini, solo chi sostiene effettivamente i costi di un intervento di restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia, ha diritto alla detrazione del 50%. Attenzione, dunque, perché se in una coppia, uno dei coniugi sostiene tutte le spese per ristrutturare l’immobile e l’altro quelle per l’arredo, il bonus per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici non spetta a nessuno dei due.

Gli step da seguire
Riguardo gli interventi edilizi che danno diritto alla detrazione, il bonus mobili non trova applicazione se l’intervento è di manutenzione ordinaria all’interno di una singola unità abitativa. Al contrario, l’agevolazione spetta se si tratta di un intervento di manutenzione straordinaria su singole unità immobiliari residenziali. Regole diverse per quanto riguarda interventi su parti comuni di edifici sempre residenziali: in tal caso anche la manutenzione ordinaria consente di beneficiare del bonus mobili.

I beni agevolati
Box colorati e tabelle evidenziano i focus cui concentrarsi, come quello sulla tipologia di acquisti agevolati. Tra i mobili rientrano, per esempio, divani e poltrone, letti e materassi, armadi e librerie, tavoli e sedie. L’elenco degli elettrodomestici comprende, tra gli altri,  frigoriferi e congelatori, stufe elettriche e forni a microonde, lavatrici, asciugatrici e, da quest’anno,  anche lavasciuga.

Occhio alle regole
La detrazione Irpef del 50%, calcolata su un massimo di 10mila euro, ripartita in dieci quote annuali di pari importo, può essere usufruita anche se i beni acquistati sono destinati ad arredare un ambiente diverso dello stesso immobile oggetto di intervento edilizio. Spetta, infine, se i beni sono destinati ad arredare l’immobile, ma l’intervento di ristrutturazione viene effettuato su una pertinenza dell’immobile, anche accatastata autonomamente.
Attenzione a non perdere il beneficio: la detrazione non utilizzata (in tutto o in parte) non si trasferisce né in caso di decesso del contribuente né in caso di cessione dell’immobile oggetto di intervento di recupero edilizio. Pertanto, il contribuente potrà continuare a usufruire delle quote di detrazione non utilizzate anche se l’abitazione oggetto di ristrutturazione è ceduta prima che sia trascorso l’intero periodo per usufruire del bonus.
Da ricordare che per fruire del bonus mobili i pagamenti delle fatture vanno eseguiti con bonifico bancario o postale, carta di credito o carta di debito. Occorre, inoltre, conservare la ricevuta del bonifico, quella di avvenuta transazione (per i pagamenti con carta di credito o di debito), la documentazione di addebito sul conto corrente e le fatture di acquisto dei beni, riportanti la natura, la qualità e la quantità dei beni e dei servizi acquisiti.

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Il contratto di locazione nullo torna in vita con la registrazione

Il contratto di locazione nullo
torna in vita con la registrazione

Anche se i termini per l’adempimento sono scaduti, il negozio resta in auge grazie alla norma che protegge l’interesse di rilevanza pubblicistica alla riscossione delle imposte

Marcello Cardone – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La tardiva registrazione di un contratto di locazione fa venir meno la nullità del contratto stesso prevista dall’articolo 1, comma 346 della legge n. 311/2004.
Questo il principio espresso dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 34156 del 20 dicembre 2019.
 
Prima di esaminare nel merito la vicenda processuale, è necessario premettere che la disposizione sopra riportata ha stabilito che “i contratti di locazione, o che comunque costituiscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari ovvero di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli se, ricorrendone i presupposti, non sono registrati”.
Il legislatore, con questa norma, ha inteso contrastare l’evasione fiscale connessa alla mancata registrazione, principalmente, dei contratti di locazione e di quelli di comodato, con conseguente perdita del gettito erariale sia ai fini delle imposte sui redditi che del Registro.
 
Al riguardo, occorre precisare che, con riferimento alle locazioni e ai comodati di immobili situati nel territorio italiano, sussiste l’obbligo di registrazione in termine fisso, in caso di:

  • locazione formata mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata, prescindendo dalla durata del contratto
  • locazione formata per scrittura privata non autenticata di durata superiore a 30 giorni nel corso dell’anno
  • contratto verbale di locazione di durata superiore a 30 giorni nel corso dell’anno
  • contratto di locazione formato all’estero
  • contratto di comodato formato per iscritto nel territorio italiano. 

In relazione al citato comma 346 dell’articolo 1 della legge n. 311/2004 è stata sollevata, più volte, la questione di legittimità costituzionale.
La Corte costituzionale, infatti, si è pronunciata su tale problematica con le ordinanze nn. 420/2007,  389/2008 e 110/2009.
In tutti i casi è stata negata la fondatezza della questione di legittimità costituzionale, che era stata sollevata in riferimento agli articoli 3, 24 e 41 della Costituzione.
In particolare:

  • con riferimento all’articolo 41 della Costituzione si era ritenuto, che considerare la registrazione del contratto quale requisito necessario ai fini della validità del contratto stesso, limitasse l’autonomia contrattuale delle parti e, di conseguenza, intralciasse la libertà dell’iniziativa economica
  • con riferimento all’articolo 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza, si era ritenuto che la previsione di cui al comma 346 fosse irrazionale e discriminatoria in quanto fa conseguire dalla mancata registrazione dell’atto la nullità, solo per alcune fattispecie contrattuali e non per tutti gli atti per i quali è previsto l’obbligo di registrazione
  • con riferimento all’articolo 24 della Costituzione, che riconosce il diritto di agire in giudizio per la difesa dei propri diritti e interessi legittimi, si era ritenuto che il comma 346 limitasse il diritto del locatore di agire in giudizio e, nello stesso tempo, limitasse anche la tutela del conduttore, il quale, a causa della nullità del contratto, doveva essere considerato come un mero occupante sine titulo dell’immobile. 

La Corte costituzionale, con le tre ordinanze citate, ha inoltre affermato che con la norma in esame il legislatore:

  • non ha introdotto un limite al diritto di agire in giudizio
  • ha introdotto una causa di nullità non prevista dal codice civile.  

Al riguardo, è opportuno precisare che, nell’indicare le cause di nullità del contratto, l’articolo 1418 del codice civile stabilisce che il contratto è nullo:

  • se è contrario a norme imperative, salvo la legge disponga diversamente
  • se è privo di uno dei requisiti indicati nell’articolo 1325 cc (accordo delle parti, causa, oggetto, forma, se richiesta dalla legge a pena di nullità)
  • se la sua causa è illecita
  • se le parti lo hanno concluso esclusivamente sulla base di un motivo illecito comune a entrambe
  • se il suo oggetto non è possibile, lecito, determinato o determinabile
  • negli altri casi stabiliti dalla legge. 

Secondo l’orientamento della Corte costituzionale, nel caso di specie, la nullità derivante dalla mancata registrazione del contratto, sarebbe da attribuire alla contrarietà dell’atto a norme imperative.
Il caso esaminato dalla Cassazione con la sentenza in commento è nato in quanto un inquilino si era rivolto al Tribunale di Milano al fine di ottenere:
– la risoluzione di un contratto di locazione relativo a un immobile del quale il ricorrente non aveva mai avuto la disponibilità
– la condanna del proprietario alla restituzione di 25mila euro, corrisposti a titolo di anticipo sui canoni.
 
Il Tribunale di Milano, con decisione confermata dalla Corte d’appello, ha respinto la domanda di risoluzione del contratto di locazione, dichiarando che lo stesso era nullo a causa della mancata registrazione nei termini.
In seguito al ricorso presentato dal proprietario dell’immobile, la Corte di cassazione ha ritenuto che la registrazione tardiva del contratto di locazione produce effetti sananti e, quindi, fa venir meno la nullità del contratto derivante dalla mancata registrazione.
Nella motivazione, pur evidenziando che, secondo quanto disposto dall’articolo 1423 cc, il contratto nullo, può essere convalidato solo nei casi espressamente previsti dalla legge e che, in relazione all’ipotesi in esame, il richiamato comma 346 non preveda la sanatoria della nullità, si è affermato che:

  • le norme tributarie consentono di procedere alla registrazione anche tardivamente
  • nel caso di specie si è in presenza di una nullità “atipica o impropria”, considerato che la nullità deriva dal mancato compimento di un’attività esterna al negozio stesso, il quale, di per sé, risulta perfezionato e privo di difetti strutturali. 

Sulla base di queste considerazioni, la stessa sentenza ha affermato che “la registrazione provoca un effetto sanante ex tunc, retroagendo alla data di conclusione del negozio, considerata l’evidente anomalia della vicenda, che diacronicamente alterna una fase di piena validità ed efficacia del rapporto ad una in cui subentra la totale invalidità ed inefficacia proprie della disciplina della nullità e la stabilizzazione definitiva degli effetti del contratto che può dare l’efficacia sanante retroattiva”.
 
In questo modo si è confermata l’efficacia sanante della registrazione tardiva del contratto di locazione, in conformità con l’orientamento già espresso dalla Corte di cassazione con le sentenze nn. 23601/2017, 10498/2017, 20858/2017 e 26912/2018. Con quest’ultima pronuncia si era evidenziato che l’interesse protetto dal comma 346 dell’articolo 1 della legge n. 311/2004 non è l’interesse della parte debole del contratto di locazione, ovvero il conduttore, ma è quello di rilevanza pubblicistica, al regolare introito delle imposte. Pertanto, si è ribadito che la norma in esame ha carattere imperativo, in quanto finalizzata a tutelare un interesse di natura pubblicistica.
Una volta che l’interesse erariale è stato tutelato, anche attraverso la registrazione tardiva dell’atto, non vi sono ragioni per confermare la nullità dell’atto stesso.

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L’accertamento è parziale, ma pur sempre accertamento

L’accertamento è parziale,
ma pur sempre accertamento

L’utilizzo di tale modalità procedurale è nella disponibilità degli uffici anche quando a essi pervenga una segnalazione o processo verbale di constatazione della Guardia di finanza

Marco Viti – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Con la sentenza n. 34518 del 27 dicembre 2019 la Corte di cassazione ha affermato che l’accertamento parziale è strumento diretto esclusivamente a perseguire finalità di sollecita emersione della materia imponibile e non costituisce un metodo di accertamento autonomo rispetto alle previsioni di cui agli articoli 38 e 39 del Dpr n. 600/1973 e 54 e 55 del Dpr n. 633/1972. Trattasi dunque di una modalità procedurale che segue le regole classiche dell’accertamento tributario, per cui può basarsi senza limiti anche sul metodo induttivo e il relativo avviso può essere emesso pur in presenza di una contabilità tenuta in modo regolare.
 
La vicenda
In seguito alla notifica di un avviso di accertamento, con il quale sono stati ripresi a tassazione maggiori redditi ai fini Ires, Iva e Irap, per l’anno d’imposta 2006, una società a responsabilità limitata ha proposto ricorso che è stato parzialmente accolto dalla Commissione tributaria di primo grado. I giudici regionali aditi hanno respinto l’appello confermando la sentenza della Ctp.
Tra gli altri motivi di impugnazione proposti, la parte privata ha eccepito, in sede di legittimità, la presunta violazione dell’articolo 41-bis del Dpr n. 600/1973, avendo la Commissione tributaria regionale errato nel non considerare la diversità dall’accertamento ordinario rispetto a quello parziale, del quale, nella vicenda in esame, non ricorrevano i presupposti applicativi.
 
La soluzione della Corte
La suprema Corte con la sentenza in esme ha confermato l’orientamento giurisprudenziale prevalente in materia affermando che “Priva di qualsivoglia consistenza, poi, si mostra la doglianza riferita all’accertamento parziale oggetto di impugnazione, per l’assorbente considerazione che detto strumento è diretto esclusivamente a perseguire finalità di sollecita emersione della materia imponibile, ma non costituisce un metodo di accertamento autonomo rispetto alle previsioni di cui agli artt. 38 e 39 del d.p.r. n. 600 del 1973 e degli artt. 54 e 55 del d.p.r. n. 633 del 1972, bensì una modalità procedurale che ne segue le stesse regole, per cui può basarsi senza limiti anche sul metodo induttivo e il relativo avviso può essere emesso pur in presenza di una contabilità tenuta in modo regolare”.
 
Brevi osservazioni
Ai sensi del predetto articolo 41-bis, “senza pregiudizio dell’ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti dall’articolo 43, i competenti uffici dell’Agenzia delle entrate, qualora dalle attività istruttorie […], nonché dalle segnalazioni […], risultino elementi che consentono di stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato o il maggiore ammontare di un reddito parzialmente dichiarato, che avrebbe dovuto concorrere a formare il reddito imponibile […] possono limitarsi ad accertare, in base agli elementi predetti, il reddito o il maggior reddito imponibili ovvero la maggior imposta da versare…”.
Orbene, la premessa che introduce la disciplina dettata dall’ articolo in esame “senza pregiudizio dell’ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti dall’art. 43…” mediante il richiamo a quest’ultima norma, deputata a circoscrivere il termine complessivo entro il quale l’Amministrazione può esercitare la potestà accertativa, costituisce il cardine argomentativo che evidenzia l’errore in cui è incorsa la ricorrente, confondendo il metodo di accertamento con la tempistica dello stesso.
 
Come la suprema Corte ha già avuto modo di affermare (cfr Cassazione nn. 5977/2007, 2761/2009, 25335/2010, 27323/2014 e 25989/2014), l’accertamento parziale non costituisce un metodo di accertamento autonomo rispetto alle previsioni di cui al Dpr n. 600/1973, articoli 38 e 39, ai fini reddituali, e Dpr n. 633/1972, articoli 54 e 55, ai fini Iva, né prevede limiti in relazione al metodo di accertamento induttivo, consentito, in linea di principio, anche in presenza di contabilità tenuta in modo regolare, quanto piuttosto una modalità procedurale che segue le stesse regole previste per gli accertamenti.
 
Inoltre, come è stato anche chiarito, l’utilizzo dell’accertamento parziale è nella disponibilità degli uffici anche quando a essi pervenga una segnalazione o processo verbale di constatazione della Guardia di finanza (Cassazione n. 23729/2013) che fornisca elementi per ritenere la sussistenza di un reddito non dichiarato, senza che tale strumento debba essere subordinato a una particolare semplicità della segnalazione pervenuta.
 
In conclusione, gli uffici dell’Agenzia delle entrate, senza pregiudizio dell’ulteriore attività accertatrice nei termini stabiliti dall’articolo 43, possono procedere con l’accertamento parziale che non è, dunque, circoscritto all’accertamento del reddito d’impresa o solo a talune delle categorie di redditi di cui all’articolo 6 del Tuir né, del resto, è richiesto all’ufficio di fornire la “prova certa” del maggior reddito, prova che può invece essere raggiunta anche con le presunzioni di cui alla fonte legale.

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Legge di bilancio per il 2020 – 12: prelievo su fringe benefit, fumo, premi

Legge di bilancio per il 2020 – 12:
prelievo su fringe benefit, fumo, premi

Le norme riguardano la deducibilità dei costi per veicoli aziendali, le accise su tabacchi lavorati e la nuova imposta sui prodotti accessori ai tabacchi e le modifiche della tassa sulla fortuna

Lilia Chini – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La legge di Bilancio 2020 diventa “green” e lega la tassazione delle auto aziendali al livello di inquinamento prodotto, introduce tassazioni sui tabacchi e gli accessori da fumo allo scopo di disincentivarne l’uso e tutelare la salute dei cittadini, aumenta la “tassa sulla fortuna” per incrementarne il gettito nelle casse erariali. Analizziamo da vicino le novità. 
 

Auto aziendali, più inquinano più pagano
I commi 632 e 633 dell’articolo 1 della legge di Bilancio 2020 modificano la percentuale di deducibilità dei costi sostenuti per i veicoli aziendali concessi in uso promiscuo ai dipendenti, che sarà collegata ai valori di emissione di anidride carbonica; di conseguenza all’aumentare dei valori di emissione, aumenterà il reddito figurativo.
 
Il fringe benefit (compenso in natura) è una forma di remunerazione complementare, riconosciuta dall’azienda al dipendente per integrare la retribuzione principale. Ai fini reddituali, per alcune specifiche tipologie, il legislatore, in deroga al criterio generale del valore normale, ha previsto una determinazione forfetaria del quantum da assoggettare a tassazione.
In particolare, oggi, gli autoveicoli concessi in uso promiscuo concorrono alla formazione del reddito imponibile del dipendente nella misura del 30% dell’importo corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15mila chilometri, calcolato sulla base del costo chilometrico di esercizio desumibile dalle tabelle nazionali Aci, al netto degli importi eventualmente trattenuti al dipendente (articolo 51, comma 4, lettera a), Tuir).

Le tabelle nazionali dei costi chilometrici sono elaborate dall’Automobile club d’Italia entro il 30 novembre di ciascun anno e comunicate al Mef che, a sua volta, provvede alla loro pubblicazione entro il 31 dicembre, con effetto dal periodo d’imposta successivo (vedi articolo “Fringe benefit: i costi per il 2020. In Gazzetta le nuove tabelle Aci”.

Le innovazioni apportate dai commi in esame riguardano innanzitutto una riscrittura dell’articolo 51, comma 4, lettera a) del Tuir nel quale si stabilisce che a partire dal 1° luglio 2020 per le autovetture, gli autoveicoli per trasporto promiscuo di persone e cose, gli autocaravan, i motocicli e i ciclomotori di nuova immatricolazione, concessi in uso promiscuo, che presentano valori di emissione di anidride carbonica non superiori a 60 grammi per chilometro, per la determinazione del reddito di lavoro dipendente si assumerà il 25% dell’importo corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15mila chilometri, calcolato sulla base del costo chilometrico Aci; per quelli con CO2superiore a 60 g/km ma non superiore a 160 g/km la percentuale sale al 30%; per i veicoli con CO2superiore a 160 g/km ma entro 190 g/km la percentuale sarà del 40% per il 2020 per poi salire al 50% nell’anno 2021 e infine per i veicoli con CO2oltre i 190 g/km si assumerà il 50% che diventerà il 60% dal 1° gennaio 2021.
Il successivo comma stabilisce che l’attuale disciplina vigente al 31 dicembre 2019, che prevede l’applicazione di un’unica percentuale, pari al 30%, per  tutti i veicoli, continua ad applicarsi per i veicoli concessi in uso promiscuo con contratti stipulati entro il 30 giugno 2020.
 
Tabacchi e accessori: prima di tutto la salute
Il comma 659 alza le accise che gravano sui tabacchi lavorati, mentre il comma  660 introduce una nuova imposta sui prodotti accessori al consumo dei tabacchi da fumo (filtri e cartine per arrotolare le sigarette), nella misura di 0,0036 euro al pezzo.
Il primo comma apporta, innanzitutto, modifiche all’articolo 39-octies del Dlgs n. 504/1995 (Testo unico accise) stabilendo che viene innalzato l’importo dell’accisa minima gravante – per ogni chilogrammo convenzionale – sui sigari che passa da 30 a 35 euro, sui sigaretti che aumenta da 32 a 37 euro e sul tabacco trinciato a taglio fino da utilizzare per arrotolare le sigarette che va da 125 a 130 euro.
Sale anche l’onere fiscale minimo sulle sigarette che passa da 95,22% al 96,22% della somma dell’accisa globale e dell’Iva, calcolate riferite al prezzo medio ponderato delle sigarette.
Viene anche modificato l’allegato 1 del Tua allo scopo di elevare le aliquote di base sui tabacchi lavorati e di unificare il prelievo sul tabacco da fiuto o da mastico.
Le aliquote di base dei tabacchi lavorati, pertanto, sono così rideterminate:

  • sigari dal 23 al 23,5 per cento
  • sigaretti dal 23,5 al 24 per cento
  • sigarette dal 59,5 al 59,8 per cento
  • tabacco trinciato a taglio fino da usarsi per arrotolare le sigarette dal 56 al 59 per cento
  • altri tabacchi da fumo dal 56 al 56,5 per cento
  • tabacco da fiuto e da mastico dal 24,78 al 25,28 per cento.

Il comma 660 introduce un nuovo articolo 62-quinquies nel Tua che assoggetta a imposta di consumo le cartine, le cartine arrotolate senza tabacco e i filtri funzionali ad arrotolare le sigarette.
L’imposta di consumo sui prodotti accessori ai tabacchi da fumo è pari a 0,0036 euro per ciascun pezzo contenuto nella confezione destinata alla vendita al pubblico,
I prodotti sopra descritti andranno inseriti in un’apposita tabella di commercializzazione tramite una determinazione del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Gli stessi prodotti saranno venduti al pubblico esclusivamente tramite i rivenditori autorizzati di generi di monopolio; in caso di vendita di detti articoli da parte di esercizi non autorizzati ricorre il reato di contrabbando doganale con le relative sanzioni che comportano la chiusura dell’esercizio o la sospensione della licenza o dell’autorizzazione dell’esercizio stesso.
L’imposta è dovuta dal produttore o fornitore nazionale o dal rappresentante fiscale del produttore o fornitore estero al momento della cessione dei prodotti alle rivendite autorizzate.
Sempre con una determinazione del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli verranno stabilite le modalità di presentazione e i contenuti della richiesta di inserimento dei prodotti nelle tabelle di commercializzazione previste per ciascuna delle categorie di prodotto, nonché gli obblighi contabili e amministrativi dei soggetti obbligati al pagamento dell’imposta
Per i prodotti sottoposti all’imposta di consumo è vietata la vendita a distanza, anche transfrontaliera, ai consumatori che acquistano in Italia.
 
Anche la fortuna ha il suo “prezzo”
I commi da 731 a 735 dell’articolo 1 della legge di bilancio 2020 stabiliscono l’incremento del prelievo erariale sulle new slot e sugli apparecchi in rete che si attivano solo in presenza del collegamento a un sistema di elaborazione della rete stessa; riducono la percentuale delle somme giocate destinata alle vincite; aumentano al 20% sia il prelievo sulle vincite eccedenti i 200 euro sia il diritto sulla parte della vincita eccedente i 500 euro.
 
Con il comma 731 si stabilisce che a decorrere dal 1° gennaio 2020 venga aumentata la misura del prelievo erariale unico (Preu) sulle new slot e fissata al 23,85% fino al 31 dicembre 2020 e al 24% dal 1° gennaio 2021 e per quanto riguarda le apparecchiature di Videolottery (Vlt) aumenta all’8,50% sino al 31 dicembre 2020 e all’8,60% dal 1° gennaio 2021.
Il comma 732 prevede che con decorrenza 1° gennaio 2020 la percentuale delle somme giocate destinate alle vincite (payout) è fissato in misura non inferiore al 65% per le new slot e in misura non inferiore all’83% per le Vlt. Le operazioni tecniche per l’adeguamento della percentuale di restituzione in vincite sono concluse entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di Bilancio.
I successivi commi 733 e 734 introduco nuovi aumenti sulla cosiddetta “tassa sulla fortuna”.
Il comma 733 dispone che dal 15 gennaio 2020 il prelievo sulle vincite eccedenti i 200 euro sia portato dal 12% al 20% per gli apparecchi Vlt.
Il comma 734 invece, a decorrere dal 1° marzo 2020, porta al 20% il diritto sulla parte della vincita eccedente i 500 euro in riferimento ai giochi numerici a totalizzatore e alle lotterie nazionali ad estrazione istantanea. Nello stesso comma è previsto che con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli venga modificata la percentuale del prelievo sulla vincita dei giochi Superenalotto e Superstar destinate al fondo utilizzato per integrare il montepremi riguardante le vincite di quarta e quinta categoria dell’Enalotto per adeguarla alle nuove aliquote del prelievo sulle vincite.
Infine il comma 735 dispone l’abrogazione dell’articolo 26 del Dl n. 124/2019  che prevedeva che a partire dal 10 febbraio 2020 la misura del Preu per le new slot e le Vlt fosse fissata rispettivamente nel 23% e nel 9 per cento.

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