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Dagli Studi ci si può difendere, non contrastano con la Costituzione

Dagli Studi ci si può difendere,
non contrastano con la Costituzione

La legittimità dello strumento accertativo è stata confermata anche dalla stessa Consulta, la quale ha affermato che è proprio la norma di riferimento a imporre l’obbligo di contraddittorio preventivo

Emiliano Marvulli – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

La disciplina dell’accertamento del reddito sulla base delle risultanze degli studi di settore è costituzionalmente compatibile ogniqualvolta è garantito il diritto di difesa del contribuente. È compito del giudice di merito accertare, caso per caso, che la procedura di accertamento sia stata applicata nel pieno rispetto di tale diritto, con particolare riferimento all’instaurazione di un corretto contraddittorio tra Amministrazione finanziaria e contribuente. Questo il contenuto della sentenza della Cassazione n. 16544 del 20 giugno 2019.
 
Il fatto
La controversia nasce a seguito del ricorso proposto da una società immobiliare contro un avviso d’accertamento, recante i risultati di una verifica fondata sugli studi di settore con cui l’Agenzia delle entrate aveva rettificato il reddito dichiarato perché divergente da quello stimato sulla base dello strumento induttivo.
In seguito al rigetto della Commissione tributaria competente, la società ha proposto ricorso al Collegio di secondo grado lamentando, in via preliminare, che gli studi di settore costituiscono uno strumento che viola la soggettività del cittadino e, per questo, sono in contrasto con il disposto di cui all’articolo 53 della Costituzione.
Nel merito la ricorrente ha contestato che né l’Amministrazione finanziaria né il giudice di prime cure avessero preso in debita considerazione la situazione di “stallo e perdurante inattività produttiva” in cui la società versava nel periodo d’imposta accertato, con conseguente inapplicabilità dei parametri emergenti dagli studi di settore.
 
Anche la Ctr ha respinto le doglianze della società e ha affermato, con riferimento al primo punto, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, “perché gli studi di settore sono uno strumento di accertamento del reddito, che prevede la partecipazione al procedimento del contribuente, e non uno strumento di determinazione del reddito stesso”.
Anche nel merito i giudici d’appello hanno respinto il motivo della ricorrente, non avendo questa fornito adeguati elementi atti a dimostrare la misura in cui gli eventi invocati avrebbero inciso sui risultati ottenuti dall’applicazione degli studi di settore.
 
La società ha così impugnato la decisione assunta dalla Ctr invocando i medesimi motivi proposti nel processo di merito.
La suprema Corte ha rigettato in via definitiva il ricorso proposto dalla società immobiliare.
 
Sulla legittimità degli studi di settore
A parere della ricorrente, la previsione di una modalità di accertamento analitico-induttivo basata sull’esistenza di incongruenze tra i ricavi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore, elaborati ai sensi dell’articolo 62-bis del Dl n. 331/1993, violerebbe i precetti costituzionali che garantiscono e tutelano la soggettività del singolo cittadino.
Di parere contrario la Cassazione, secondo cui la disciplina in materia di accertamento induttivo del reddito basato sulle risultanze degli studi di settore è compatibile con il dettato costituzionale.
Costituisce principio oramai consolidato, infatti, che gli accertamenti standardizzati, previsti dall’articolo 62-sexies del Dl n. 331/1993 per tutti i contribuenti obbligati alla tenuta delle scritture contabili, sono legittimi nella misura in cui è garantita l’attivazione da parte dell’Agenzia delle entrate del contraddittorio endoprocedimentale, grazie al quale il contribuente ha la possibilità di partecipare attivamente al procedimento amministrativo. In quest’ottica gli studi di settore assumono la veste di metodologia di accertamento e non di strumento di mera “determinazione del reddito.
Fatto salvo questo principio, ciò che il giudice è chiamato a valutare, con un approccio “caso per caso”, è se la normativa in materia di accertamento induttivo del reddito sia stata applicata nel pieno rispetto del diritto di difesa del contribuente “e in particolare del suo diritto all’instaurazione di un corretto contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria”.
 
Non può sottacersi, infine, che la legittimità costituzionale dell’utilizzazione degli studi di settore è stata confermata, seppur indirettamente, dalla stessa Corte costituzionale che, nell’ordinanza n. 187/2017 ha affermato come, nell’ipotesi di accertamento fondato su parametri standardizzati quali gli studi di settore, “l’obbligo di contraddittorio preventivo è imposto dal relativo dato normativo di riferimento”.
 
Applicando tale principio al caso concreto la Corte, avendo verificato il corretto svolgimento del contraddittorio, ha ribadito la legittimità della pretesa erariale. Nel merito, ha respinto le doglianze della società, non avendo questa fornito nel corso del procedimento elementi sufficienti a dimostrare come gli eventi invocati (ad esempio, la situazione di “stallo” e la perdurante inattività produttiva) avrebbero potuto giustificare il grave scostamento tra i ricavi dichiarati e quelli desunti dall’applicazione degli studi di settore. Da qui la soccombenza della società.

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