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Piani di risparmio a lungo termine: modifiche del collegato fiscale – 1

Piani di risparmio a lungo termine:
le modifiche del collegato fiscale – 1

Le novità in materia di investimenti destinati ai Pir introdotte dalla legge di conversione del Dl fiscale, l’evoluzione e le modalità di impatto delle nuove regole

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La disciplina fiscale dei Pir è stata introdotta con il Bilancio 2017 (articolo 1, commi da 88 a 114, legge n. 232/2016). L’obiettivo del legislatore era quello di indirizzare il risparmio delle famiglie verso gli strumenti finanziari emessi dalle imprese radicate sul territorio italiano, maggiormente bisognose di risorse finanziarie a fronte di  un approvvigionamento bancario insufficiente.
Con l’acronimo Pir, in particolare, il legislatore individuava i piani di risparmio di durata non inferiore ai 5 anni, caratterizzati dalla destinazione di somme o valori per un importo complessivo non superiore a 150mila euro, (ripartiti in misura non superiore a 30mila euro per ciascun anno solare), in investimenti effettuati per il tramite di intermediari o di imprese di assicurazione residenti ovvero non residenti operanti nel territorio dello Stato tramite stabile organizzazione o in regime di libera prestazione di servizi.

La disciplina originaria, più volte modificata, prevedeva che in ciascun anno di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso (ovvero 243 giorni l’anno), le somme o i valori oggetto del piano dovevano essere investiti, per almeno il 70% del totale, in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese che svolgevano attività diverse da quella immobiliare, purché residenti nel territorio dello Stato o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo con stabili organizzazioni nel territorio medesimo.

Con la circolare n. 3/2018, l’Agenzia delle entrate chiariva che per società “immobiliare” si doveva far riferimento alla società il cui patrimonio fosse costituito prevalentemente da beni immobili diversi dai beni merce e da quelli strumentali per destinazione. Si trattava, nello specifico, di società immobiliari in cui prevaleva la detenzione degli immobili tra le immobilizzazioni (elementi patrimoniali destinati ad essere utilizzati durevolmente nell’impresa) e la cui attività consisteva principalmente nella mera locazione di immobili a terzi.
La quota del 70%, inoltre, doveva essere investita per almeno il 30% in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. L’indice Ftse Mib, infatti, è un indice azionario che racchiude le 40 principali società quotate in Italia con elevata liquidità nei diversi settori Icb (Industry Classification Benchmark).

Per quanto riguarda i mercati esteri, la circolare considerava “equivalenti” al Ftse Mib i principali indici di tali mercati regolamentati. A titolo esemplificativo erano indicati i seguenti indici: il Ftse 100, per il mercato inglese, il Dax, per il mercato tedesco, il Cac 40 per il mercato francese, l’Aex per il mercato olandese, l’Ibex, per il mercato spagnolo e il Psi 20, per il mercato portoghese.

In presenza dei requisiti sopra descritti, i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria, percepiti da persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, derivanti dagli investimenti nei piani di risparmio a lungo termine non avrebbero concorso alla formazione del reddito complessivo.

La legge di bilancio 2017, inoltre, stabiliva che ciascuna persona fisica non poteva essere titolare di più di un piano di risparmio a lungo termine e ciascun piano di risparmio non avrebbe potuto avere più di un titolare. A tal fine, al momento di ricevere l’incarico, l’intermediario o l’impresa di assicurazioni avrebbero dovuto acquisire un’autocertificazione, con la quale il titolare avrebbe dovuto dichiarare di non essere intestatario di un altro piano di risparmio a lungo termine (principio di unicità).

Il mancato rispetto del vincolo quinquennale di detenzione dell’investimento avrebbe comportato la perdita del beneficio fiscale con la ripresa a tassazione (recapture) dei redditi realizzati nel periodo di investimento e non assoggettati ad imposizione.

La decadenza dal regime, inoltre, avrebbe comportato l’obbligo di corrispondere le imposte non pagate, unitamente agli interessi, senza applicazione di sanzioni, sui redditi degli strumenti finanziari detenuti nel piano. In tal caso, il versamento avrebbe dovuto essere effettuato dall’intermediario, entro il giorno 16 del secondo mese successivo a quello in cui le cause di decadenza si sarebbero verificate.

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