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Pace fiscale: rata entro 9 dicembre Chi non paga perde i benefici

Pace fiscale: rata entro 9 dicembre
Chi non paga perde i benefici

Slitta la scadenza: i contribuenti che nei mesi scorsi hanno aderito alla definizione agevolata possono avvalersi della tolleranza di 5 giorni per i versamenti effettuati in ritardo

Rosalba Totaro – Fisco Oggi

Fisco Oggi

C’è ancora tempo fino a lunedì 9 dicembre per pagare la rata della “rottamazione-ter” e del “saldo e stralcio” delle cartelle. I contribuenti che nei mesi scorsi hanno aderito ai due provvedimenti di definizione agevolata possono infatti avvalersi della cosiddetta tolleranza per i versamenti effettuati in ritardo. La tolleranza di 5 giorni, prevista dalla legge n. 136/2018, ha di fatto spostato il termine del 2 dicembre per i pagamenti (vedi articolo “Pace fiscale, fino al 2 dicembre per 1,8 milioni di contribuenti”) al 7 dicembre che, coincidendo nuovamente con il sabato, fa slittare la scadenza a lunedì prossimo.
Appuntamento importante: il mancato, insufficiente o tardivo pagamento della rata determina l’inefficacia della definizione agevolata, il debito non potrà essere più rateizzato e l’Agente della riscossione dovrà riprendere le azioni di recupero.

La scadenza del 9 dicembre riguarda il pagamento della prima o unica rata di coloro che hanno aderito al “saldo e stralcio” e dei “ritardatari” della “rottamazione-ter” (cioè chi ha usufruito della riapertura dei termini presentando la domanda entro il 31 luglio 2019), mentre versano la seconda rata i contribuenti che hanno aderito alla “rottamazione-ter” ad aprile. Ultima chance anche per coloro che hanno mancato l’appuntamento della prima rata della “rottamazione” fissato allo scorso 31 luglio e che possono rientrare nei benefici saldando prima e seconda rata entro il 9 dicembre.
Rientrano nel “saldo e stralcio” (legge n. 145/2018) i contribuenti persone fisiche che versano in una situazione di grave e comprovata difficoltà economica (Isee del nucleo familiare inferiore a 20mila euro). Per questa tipologia di agevolazione è previsto il pagamento nella misura che varia dal 16 al 35% dell’importo dovuto, già scontato di sanzioni e interessi. La “rottamazione-ter” (Dl n. 119/2018) prevede invece l’annullamento esclusivamente delle sanzioni e degli interessi di mora.

Come e dove pagare
Non è necessario andare agli sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione. I contribuenti hanno a disposizione molteplici canali, inclusi quelli telematici che consentono di procedere al versamento a qualsiasi ora del giorno, anche di sabato e domenica quando i tradizionali uffici sono chiusi. In particolare, si può pagare in banca, agli sportelli bancomat (Atm) abilitati ai servizi di pagamento Cbill, con il proprio internet banking, agli uffici postali, nei tabaccai aderenti a Banca 5 SpA e tramite i circuiti Sisal e Lottomatica, agli sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione, sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it e con l’App Equiclick tramite la piattaforma PagoPa. Infine, è possibile pagare mediante compensazione con i crediti commerciali non prescritti, certi liquidi ed esigibili (c.d. crediti certificati) maturati per somministrazioni, forniture, appalti e servizi nei confronti della pubblica amministrazione. Si devono utilizzare i bollettini Rav contenuti nella “Comunicazione delle somme dovute” inviata da Agenzia delle entrate-Riscossione insieme al piano complessivo dei pagamenti. Sul portale agenziaentrateriscossione.gov.it sono attivi i servizi online per richiedere la copia della “Comunicazione delle somme dovute” e per scegliere le cartelle/avvisi che si intendono effettivamente pagare in via agevolata.

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Ecofin: l’impatto climatico zero passa anche dalle imposte sull’energia

Ecofin: l’impatto climatico zero
passa anche dalle imposte sull’energia

Nella seduta di ieri, un invito alla Commissione a revisionare la direttiva del 2003 sulla tassazione dei prodotti energetici

Anna d’Angelo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Nell’agenda delle priorità dell’Unione europea è entrata la revisione della tassazione dell’energia. Nella seduta di oggi dell’Ecofin, i ministri dell’Economia europei hanno approvato un documento che invita la Commissione a riprendere mano in tempi brevi al testo della direttiva 2003/96/CE, ovvero al quadro europeo nel campo della tassazione dei prodotti energetici. I ministri europei si sono detti favorevoli a un aggiornamento delle regole fiscali comuni che vada nella stessa direzione degli obiettivi di politica ambientale che l’Ue si è prefissata a partire dall’accordo di Parigi per un futuro a impatto climatico zero e che poi ha confermato, rafforzandoli, con l’insediamento della nuova Commissione europea.

Un programma di revisione a sei punti
Il testo approvato dall’Ecofin contiene una serie di indirizzi verso cui dovrebbe muoversi la revisione della direttiva del 2003. In particolare, le linee prioritarie individuate sono sei: istituire un trattamento fiscale differenziato che premi l’uso dei biocarburanti e agli altri carburanti alternativi; applicare le disposizioni in materia di controllo e circolazione a specifici lubrificanti e carburanti; mettere mano alla tassazione dei nuovi prodotti energetici entrati nel frattempo nel mercato dell’energia e che attualmente non sono trattati dalla direttiva del 2003; ridisegnare il puzzle delle esenzioni esistenti nei diversi settori, compreso quello dei trasporti; tenere conto dell’incidenza delle imposte sull’energia all’interno del tax mix delle entrate pubbliche; infine, rivedere le procedure e le regole in materia di aiuti di Stato.

Il report di settembre dell’ufficio studi della Commissione Ue
L’invito di oggi si inserisce in un percorso di revisione di cui si parla ormai da diversi mesi. Recentemente un report  dell’ufficio studi della Commissione europea ha analizzato l’impatto attuale della direttiva del 2003 valutandone l’efficacia sotto diversi profili. La conclusione è stata che l’attuale cornice europea sulla tassazione dell’energia è ormai superata e occorre una revisione generale che sia in grado prima di tutto di aggiornare la normativa all’ingresso nel mercato di nuovi prodotti, come l’idrogeno o le nuove miscele di gas sintetici, ma anche di tararla rispetto agli impegni di sostenibilità dell’Unione europea assunti con l’accordo di Parigi, premiando i sistemi di produzione energetica meno inquinanti e le forme di consumo più sostenibili. Il report aveva inoltre sottolineato la bassa funzionalità delle attuali regole comuni per quanto riguarda l’armonizzazione delle normative nazionali, pur rimarcando la necessità di mantenere la flessibilità necessaria per garantire diverse politiche energetiche nazionali.

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Immobiliare, calo dei prezzi in vista. Cosa dice il sondaggio delle agenzie

Immobiliare, calo dei prezzi in vista. Cosa dice il sondaggio delle agenzie

Disponibile la rilevazione sull’andamento del mercato delle abitazioni di Bankitalia, realizzata in collaborazione con Tecnoborsa e Agenzia. Ecco cosa affermano gli operatori

Fabio Brocceri – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Sumentano le agenzie immobiliari che segnalano un calo dei prezzi nel trimestre luglio-settembre 2019 e che prevedono la prosecuzione del trend nei prossimi mesi. Cresce anche la percentuale di sconto applicata rispetto alle richieste iniziali dei venditori e dei locatori e si allungano i tempi di vendita, soprattutto nelle aree non urbane.
È questo lo scenario del mercato immobiliare secondo gli operatori, rilevato all’interno del sondaggio congiunturale del mercato delle abitazioni, l’indagine curata da Bankitalia in collaborazione con Tecnoborsa e con l’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate.
La rilevazione, condotta dal 14 ottobre al 18 novembre 2019, ha interessato un campione di 1.117 agenzie immobiliari. Il periodo di osservazione è il terzo trimestre dell’anno e le informazioni raccolte ed elaborate in forma aggregata, riguardano le vendite delle abitazioni, i prezzi medi delle case, il mercato degli affitti e la struttura del mercato in cui opera l’agenzia.

Come sono andate le vendite…
Otto agenti su dieci hanno dichiarato di aver venduto almeno un immobile nel trimestre in esame, ma sono aumentate le giacenze di abitazioni invendute nelle aree non urbane. Gli operatori indicano però una riduzione del numero di potenziali acquirenti, più marcato nelle aree non urbane.
La maggioranza degli agenti continua a segnalare una certa stabilità dei prezzi (56%) ma aumenta, rispetto alle rilevazioni precedenti, la quota di chi segnala una tendenza al ribasso (34%).
Rispetto all’ultima rilevazione, lo sconto medio sui prezzi di vendita rispetto alle richieste iniziali del venditore aumenta. Si è passati, infatti, dal 9,8% al 12,6%, più o meno sui valori di due anni fa.
Anche i tempi medi di vendita sono aumentati, da 6,3 a 7,5 mesi, con una crescita più marcata nelle aree non urbane.
Sul fronte mutui, scende la quota di acquisti finanziati dal mutuo ipotecario, attestandosi su valori simili a quelli registrati all’inizio del 2016: si passa, infatti, dal 79,6% al 73,6%. Aumenta, invece di due punti percentuali il rapporto fra il prestito e il valore dell’immobile (76,2%).

…e le locazioni
Per quanto riguarda le locazioni, sale al 36,7% la quota di agenzie che segnalano una riduzione nel numero di nuovi incarichi a locare. Aumenta, però, anche per gli affitti il margine medio di sconto applicato rispetto alle richieste iniziali del locatore, che passa dal 2,3% al 3,8 per cento.

Perché cessano gli incarichi a vendere?
Il mandato, nella maggior parte dei casi, decade a causa dei prezzi ritenuti troppo alti dagli acquirenti e troppo bassi dai venditori. A volte, invece, la decadenza del mandato è dovuta alle difficoltà di accesso al mutuo da parte degli acquirenti oppure al fatto che i venditori decidono di posticipare la vendita in attesa di prezzi più favorevoli.

Le previsioni degli agenti
Intervistando gli operatori in merito alle prospettive a medio termine del proprio mercato di riferimento, emerge che il 63,6% si aspetta una certa stabilità, il 21,4% mostra un giudizio negativo mentre il 14,9% è ottimista. Il livello atteso dei prezzi resta stabile per la maggioranza degli intervistati (62,7%), ma aumenta fino a raggiugere il 31,4% la quota di chi si attende un calo generalizzato.
In riferimento al mercato italiano più in generale, la quota di agenzie che si attendono una situazione invariata del mercato rimane largamente maggioritaria (superiore al 70%), ma il saldo fra aspettative di miglioramento e peggioramento è tornato negativo in tutte le aree geografiche.

Domani i dati Omi definitivi
Arrivano domani i dati definitivi dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate per il periodo luglio-settembre 2019. Si tratta dei dati ufficiali desunti dalle note di trascrizione degli atti di compravendita, incrociati con i dati del catasto edilizio urbano. Grafici e tabelle di dettaglio, con focus sulle principali città italiane, saranno disponibili in due pubblicazioni: una per il settore residenziale e una per quello non residenziale.

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Alternatività Iva/Registro, la scelta spetta unicamente alla disciplina

Alternatività Iva/Registro, la scelta
spetta unicamente alla disciplina

Il solo tributo dovuto è quello applicabile in base alla normativa di riferimento per quel tipo di compravendita, sono del tutto irrilevanti valutazioni e considerazioni di altro genere

a cura di Giurisprudenza delle Imposte edita da ASSONIME

Fisco Oggi

In ipotesi di imposizione alternativa tra l’Iva e l’imposta di registro, è dovuto unicamente il tributo applicabile in base alla disciplina prevista e non il primo corrisposto o quello scelto in base a considerazioni soggettive. Il principio vale anche se una delle due imposte è stata già versata. A ribadirlo la Cassazione con la sentenza n. 23219 del 17 settembre 2019.

La fattispecie sottoposta all’attenzione della Corte suprema trae origine da un avviso di liquidazione per imposta di registro emesso in relazione a una sentenza del tribunale civile, ricognitiva di un contratto di compravendita immobiliare soggetta a imposta sul valore aggiunto, in quanto conclusa fra due soggetti Iva.
In particolare, con l’atto impositivo, l’ufficio chiedeva il versamento dell’imposta di registro, nella misura proporzionale del 3%, ai sensi di quanto disposto dall’articolo 8, comma 1, lettera b), della Tariffa, parte I, allegata al Dpr n.131/1986. Secondo l’ente impositore, infatti, nella fattispecie non poteva trovare applicazione il principio di alternatività Iva-Registro, di cui all’articolo 40 del Dpr n. 131/1986, in quanto non vi era alcun riscontro documentale dell’avvenuto assoggettamento a Iva della compravendita conclusa fra le parti.

La Corte di cassazione, investita della controversia a seguito del contenzioso instaurato mediante impugnazione dell’atto impositivo de quo, ha ritenuto opportuno prioritariamente ricordare alcuni principi fondamentali che regolano il nostro ordinamento, il primo dei quali è quello del carattere imperativo e della natura inderogabile dell’obbligazione tributaria il quale resta, pertanto, sottratto alle libere scelte sia dei soggetti attivi sia di quelli passivi di detto rapporto obbligatorio.
Per questo motivo, già da tempo è stato osservato che, nei casi di imposizione alternativa (come quelli collegati al principio di alternatività Iva-Registro), il contribuente e, ancor di più, l’ufficio hanno rispettivamente l’obbligo di corrispondere e di richiedere il tributo effettivamente dovuto in base alla singola fattispecie e non quello scelto in base a considerazioni di tipo soggettivo come già affermato dalla Cassazione con le sentenze n. 3726/1991, n. 5225/2019, n. 18524/2010, n. 3427/1996 e n. 2021/1996.

Infatti già nel 1991 la Cassazione aveva affermato il principio secondo il quale “perché un atto sia assoggettato all’IVA e non al registro non rileva il semplice fatto che sia già stata corrisposta un’imposta anziché un’altra, posto che nei casi di imposizione alternativa il contribuente, e ancora di più l’Ufficio, hanno rispettivamente l’obbligo di corrispondere o di richiedere il tributo effettivamente dovuto e non quello per primo corrisposto o scelto dal contribuente in base a considerazioni soggettive. In altri termini, l’intervenuta definitività dell’imposta di registro corrisposta dalla società ricorrente non importa alcuna preclusione all’effettivo accertamento del tributo legalmente dovuto, poiché il regime fiscale normativamente determinato non è modificabile neppure dall’Amministrazione finanziaria le cui determinazioni non possono influire sul regime tributario collegato ope legis all’atto o all’operazione in esame”.

Prendendo le mosse dal richiamato principio di diritto, la Cassazione, con riferimento alla fattispecie sub iudice, ha osservato che, ai fini dell’individuazione del regime impositivo applicabile alla compravendita in esame, non assume alcuna rilevanza l’assenza di un riscontro probatorio in merito al fatto che detta compravendita sia stata assoggettata a Iva dalle parti, in quanto ciò che rileva, al fine del principio di alternatività è che l’operazione rientri nel campo di applicazione della cennata imposta. In tal senso già le decisioni della Cassazione n. 24268/2015 20 aprile 2007, n. 9403/1990 e n.4577/1990, e ciò perché, come anticipato, il contribuente ha l’obbligo di effettuare il versamento, e l’ente impositore di richiedere il pagamento, del solo tributo previsto dalla legge e non di quello scelto in base a considerazioni di tipo soggettivo. 

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Buonuscita “composita” del Fondo: va per natura a tassazione separata

Buonuscita “composita” del Fondo:
va per natura a tassazione separata

Si tratta, infatti, di somme costituite oltre che dalle contribuzioni dei dipendenti, anche da entrate di natura diversa, come sanzioni pecuniarie e percentuali di vincita del gioco del lotto

Sapia Rutigliano – Fisco Oggi

Fisco Oggi

L’indennità erogata al dipendente, all’atto della cessazione dal servizio, dal Fondo di previdenza per il personale del ministero dell’Economia e delle Finanze rappresenta una forma di retribuzione differita, con applicazione della tassazione separata e non integrale.
È quanto chiarito dalla Corte di cassazione con l’ordinanza n. 27804 del 30 ottobre 2019, che valorizza la natura composita del Fondo, costituito oltre che dalle contribuzioni dei dipendenti, anche da entrate di natura diversa (sanzioni pecuniarie, percentuali di vincita del gioco del lotto, nonché altre indennità perequative pensionabili).

La vicenda processuale
Il contribuente, dipendente del ministero delle Finanze, cessato dal servizio, ha impugnato, innanzi alla Commissione tributaria provinciale di Isernia, il silenzio-rifiuto opposto dall’Amministrazione finanziaria con riferimento all’istanza di rimborso Irpef presentata nel 2007.
Il dipendente, con la predetta istanza, aveva dedotto l’errata tassazione dell’indennità di buonuscita,
erogata dal Fondo di previdenza per il personale del ministero delle Finanze.
Secondo il ricorrente, l’amministrazione aveva effettuato una ritenuta non corretta, generando una maggiore imposta, di cui conseguentemente aveva chiesto il rimborso.

La sentenza della Commissione tributaria provinciale di Isernia, che ha accolto il ricorso proposto dal contribuente dichiarando l’illegittimità del silenzio-rifiuto dell’amministrazione, è stata confermata dalla successiva pronuncia della Commissione tributaria regionale del Molise.
La pronuncia di secondo grado ha, quindi, rigettato l’appello dell’Agenzia delle entrate, stabilendo che “il contribuente ha dimostrato che il fondo era costituito mediante i versamenti effettuati dai dipendenti e pertanto le somme versate ed accantonate non possono essere soggette a tassazione”.

L’Agenzia delle entrate ha impugnato la seconda sentenza in Corte di cassazione, deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 17 e 19 del Dpr n. 917/1986 (Tuir), nonché dell’articolo 2 del Dpr n. 1034/1984 (ovvero del “Regolamento amministrazione del fondo di previdenza del Ministero delle Finanze”, che all’articolo 2 definisce la composizione delle entrate del Fondo), in relazione all’articolo 360, comma 1, n. 3, cpc.
Secondo la difesa erariale, proprio per la peculiare natura della composizione del Fondo, la Commissione tributaria regionale sarebbe dovuta pervenire a conclusioni contrarie.

Il quadro normativo di riferimento
In base agli articoli 49 e 51 del Tuir, costituiscono redditi di lavoro dipendente le somme e i valori percepiti in ragione di rapporti aventi a oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri, incluse le erogazioni liberali, le pensioni di ogni genere e gli assegni a essi equiparati.
Le predette norme sanciscono, quindi, il “principio di onnicomprensività della retribuzione”, in base al quale rientra nella nozione di reddito di lavoro dipendente tutto ciò che è conseguito in relazione a un rapporto di lavoro.

Tra i principi che governano la determinazione del reddito di lavoro dipendente, l’articolo 51 del Tuir annovera il criterio di cassa, in applicazione del quale le somme e i valori percepiti dai lavoratori dipendenti sono imputati al periodo d’imposta nel quale detti emolumenti entrano nella disponibilità del percipiente.
Il criterio di imputazione temporale per cassa è mitigato per effetto della previsione di cui all’articolo 17, recante la disciplina della tassazione separata degli emolumenti, i quali vengono esclusi dal reddito complessivo del periodo d’imposta nel quale sono percepiti, al fine di evitare che il sistema della progressività delle aliquote determini un pregiudizio per il contribuente, con una lesione del principio di capacità contributiva.
La tassazione separata, infatti, è un particolare regime impositivo applicato a specifici redditi percepiti con ritardo rispetto alla loro maturazione, avvenuta in periodi d’imposta precedenti a quello della percezione.

L’articolo 17 del Tuir, come detto, individua una serie di ipotesi tassative per le quali il legislatore, in deroga al principio generale di tassazione dei redditi basato sulla progressività, prevede la determinazione dell’imposta dovuta con il sistema della tassazione separata.
Le fattispecie di redditi soggetti a tassazione separata possono essere raggruppate in due categorie:

  • redditi derivanti dalla cessazione di un’attività lavorativa (trattamento di fine rapporto e indennità “equipollenti” percepite dai lavoratori dipendenti, indennità per la cessazione di rapporti di agenzia, eccetera), disciplinati dall’articolo 19 del Tuir
  • redditi conseguiti a seguito del verificarsi di eventi di natura eccezionale (emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, redditi conseguiti a seguito di liquidazione, anche concorsuale, di imprese commerciali esercitate da più di cinque anni, eccetera), disciplinati dall’articolo 21 del Tuir.

La decisione della Cassazione e ulteriori osservazioni
Anzitutto la Corte di cassazione chiarisce che l’indennità spettante al dipendente del ministero dell’Economia e delle Finanze, erogata dal Fondo di previdenza per il personale di detto ministero all’atto della cessazione dal servizio, è senza dubbio “equipollente” al trattamento di fine rapporto.
Ciò per cui v’è contestazione è, invece, proprio la composizione del predetto Fondo, dalla quale, poi, farne discendere la tassazione.
Invero, in base all’articolo 2 del Dpr n. 1034/1984 il Fondo si compone, oltre che delle contribuzioni dei dipendenti, anche di entrate di natura diversa (sanzioni pecuniarie, percentuali di vincita del gioco del lotto, nonché altre indennità perequative pensionabili).
Secondo l’Agenzia delle entrate tale Fondo sarebbe, quindi, formato da entrate tipiche della contribuzione pubblica, cui andrebbe applicata la tassazione separata.

Per il contribuente, invece, poiché trattasi di contributi a carico del dipendente e da questi interamente versati al Fondo previdenziale, si tratterebbe di contributi esclusi integralmente dalla tassazione.
La tesi del contribuente si sposa con l’orientamento più risalente della Corte di cassazione, (cfr Cassazione n. 9430/2003), che per l’appunto valorizzava la partecipazione al fondo di contributi a carico del dipendente stesso.
La predetta posizione è stata però superata da un successivo approdo giurisprudenziale, che invece ha valorizzato la natura composita del Fondo, costituito in massima parte da premi di produttività o da incentivi (cfr Cassazione nn. 19859/2016, 25396/2017 e 5330/2019). Da tale premessa, la Corte è giunta alla conclusione di riconoscere all’indennità in oggetto funzione previdenziale ed essendo assimilabile all’indennità equipollente di cui all’articolo 17 citato, rappresenta una forma di retribuzione differita con applicazione della tassazione separata e non integrale.

L’ordinanza della Cassazione n. 27804/2019, oggi in commento, ritiene condivisibile il più recente orientamento giurisprudenziale, che valorizza il principio di onnicomprensività della retribuzione sancito dagli articoli 49 e 51 del Tuir, da cui fa discendere la tassazione separata dell’indennità che così rientra nel perimetro normativo degli articoli 17 e 19 del Tuir.
La Corte accoglie, quindi, il ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente.

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Repubblica Ceca, ok dell’Ue al reverse charge generalizzato

Repubblica Ceca, ok dell’Ue al reverse charge generalizzato

La misura, prevista dalla direttiva 2018/2057, ha carattere temporaneo e mira a contrastare le frodi e a ridurre il tax gap Iva

Anna D’Angelo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Via libera europeo all’applicazione temporanea del reverse charge in modo generalizzato in Repubblica Ceca. Con una decisione dello scorso 8 novembre, il Consiglio dell’Unione europea ha accolto la richiesta inviata dal paese est europeo a gennaio scorso di poter istituire temporaneamente l’applicazione del reverse charge per tutte le operazioni Iva al di sopra di 17.500 euro. Si tratta di una misura straordinaria di carattere temporaneo, con validità dal 1° gennaio 2020 al 30 giugno 2022, mirata a contrastare le frodi e a ridurre il tax gap Iva. Secondo le stime, l’introduzione del regime straordinario dovrebbe portare alle casse dello Stato 10 miliardi di corone in più, all’incirca 400 milioni di euro pari cioè al 20% dell’ammanco Iva registrato dal Paese nel 2017, 2 miliardi di euro.  

Che cos’è il GRCM, il meccanismo generalizzato di inversione contabile
La direttiva Ue n. 2018/2057 del 20 dicembre 2018 ha introdotto la possibilità per gli Stati membri di richiedere al Consiglio dell’Unione europea il via libera ad applicare temporaneamente nel proprio ordinamento, in deroga al regime ordinario, un reverse charge generalizzato per tutte le operazioni Iva interne di importo superiore a 17.500 euro. Si tratta di una misura straordinaria volta espressamente a contrastare le frodi nei Paesi più colpiti da questi fenomeni e dove il tax gap Iva si presenta superiore alla media europea: secondo le regole previste dalla direttiva, infatti, possono accedere al GRCM (Generalised reverse charge mechanism) solo i Paesi membri che presentano stringenti requisiti, tra cui un tax gap Iva (riferito al 2014) superiore di almeno 5 punti percentuali rispetto alla media europea e derivante per oltre il 25% da fenomeni associabili alle frodi carosello e che possano dimostrare l’inefficacia di altre misure di controllo. Una volta ottenuto il via libera da parte dell’Ue, il Paese può quindi introdurre il meccanismo, ma per ora solo limitatamente al periodo dal 1° gennaio 2020 al 30 giugno 2022.  

Il caso della Repubblica Ceca
La Repubblica Ceca è uno dei Paesi europei che presentano un tax gap Iva superiore alla media Ue. Nell’ultimo report pubblicato in materia, riguardante il 2017, la percentuale dell’Iva sottratta all’Erario ceco si è attestata al 12,4% a fronte di un dato complessivo dell’Unione pari al 11,2% e a una media del 10,1%. Il via libera del Consiglio dell’Unione europea tiene conto però dei dati al 2014, in cui il tax gap ceco si attestava al 16,14% a fronte di una media europea del 10,4%. Dalla misura le autorità ceche si aspettano di ottenere un maggiore gettito di circa 10 miliardi di corone (391 milioni di euro) a fronte di maggiori costi derivanti dall’adeguamento al nuovo sistema stimato, tra operatori e Fisco, in 604 milioni di corone.  Maggiori introiti che, se raggiunti, potranno far recuperare al Paese circa il 20% del proprio ammanco Iva, stimato intorno a 2 miliardi di euro. 

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Dl crescita: spinta alle società. Riproposto il “Bonus aggregazioni”

Dl crescita: spinta alle società.
Riproposto il “Bonus aggregazioni”

L’agevolazione è finalizzata a incentivare le operazioni straordinarie fra compagini, come fusioni o scissioni ed è riconosciuta anche nell’ipotesi di conferimento di azienda

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

L’articolo 11 del Dl n. 34/2019 (decreto crescita), ha reintrodotto una disciplina finalizzata ad agevolare le operazioni di aggregazione aziendale (“bonus aggregazione”). La disposizione in questione ripropone una misura già prevista in passato dalla legge n. 296/2006 (articolo 1, commi 242-249) e dal decreto legge n. 5/2009.

L’articolo in esame prevede che alle società di capitali residenti in Italia e soggette all’imposta sui redditi delle società (Ires), risultanti da fusioni o scissioni effettuate a decorrere dal 1° maggio 2019 al 31 dicembre 2022 sia riconosciuto il maggior valore di avviamento e/o il maggior valore attribuito ai beni strumentali materiali e immateriali derivante dall’imputazione su tali poste di bilancio del disavanzo di concambio, per un ammontare complessivo non eccedente l’importo di 5 mln di euro.
La medesima agevolazione è riconosciuta in caso di operazioni di conferimento di azienda sui maggiori valori iscritti in bilancio a titolo di avviamento o sui beni strumentali materiali e immateriali, nel limite di 5 mln di euro.
In entrambe le ipotesi, il maggior valore attribuito all’avviamento e ai beni strumentali materiali e immateriali viene riconosciuto, ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap), a decorrere dall’esercizio successivo a quello in cui ha avuto luogo l’operazione di aggregazione aziendale o di conferimento.

Il riferimento esplicito ai beni strumentali e all’avviamento, inoltre, esclude la possibilità di dare riconoscimento fiscale a quella parte di disavanzo da concambio imputato ai beni del magazzino e/o alle partecipazioni. Nei casi in cui il disavanzo generato per effetto dell’operazione aziendale sia superiore all’importo di 5 mln di euro, il contribuente dovrà individuare i beni per i quali i maggiori valori dovranno essere considerati fiscalmente rilevanti.

Conformemente alla ratio della norma, viene riconosciuta valenza fiscale al solo disavanzo da concambio e non anche a quello d’annullamento. La norma di favore introdotta con il decreto crescita, infatti, ha lo scopo di promuovere le concentrazioni tra soggetti indipendenti, pertanto esclude la possibilità di ottenere il riconoscimento fiscale dei maggiori valori iscritti in bilancio per effetto dell’imputazione del disavanzo da annullamento, quale posta di equilibrio contabile che si può  generare solo nell’ambito di operazioni di fusione e scissione tra società legate tra loro da vincoli partecipativi.
Tuttavia, la caratteristica principale del bonus aggregazioni è rappresentata dal fatto che tale disposizione introduce una deroga al principio di neutralità fiscale, tipico delle operazioni straordinarie, con lo scopo di incentivare operazioni di aggregazione aziendale effettuate fra soggetti indipendenti.

Gli articoli 172 e 173 del Tuir, infatti, sanciscono, in linea generale, il principio della neutralità delle operazioni di fusione e scissione con riferimento ai beni delle società incorporate o fuse ovvero della società scissa: i beni delle società fuse, incorporate o scisse, transitano nel bilancio della società risultante dalla fusione, incorporazione o scissione, con lo stesso valore fiscalmente riconosciuto che avevano  presso  le società di provenienza.
A conferma del principio di neutralità, viene sancita l’irrilevanza fiscale dell’avanzo e del disavanzo, sia da annullamento che da concambio, eventualmente emergenti nel bilancio della società incorporante o risultante dalla fusione ovvero della società beneficiaria. Ordinariamente, pertanto, non si tiene conto, nella determinazione del reddito della società risultante dalla fusione o dalla scissione, dell’iscrizione di tali differenze contabili.

In altri termini, il costo dei beni trasferiti per effetto di dette operazioni straordinarie resta, ai fini fiscali, quello precedente all’operazione, pertanto gli ammortamenti calcolati sui maggiori valori iscritti non sono fiscalmente deducibili e/o le plusvalenze e minusvalenze, emergenti in caso di cessione dei beni rivalutati, andranno calcolate non tenendo conto delle rivalutazioni effettuate con l’utilizzo del disavanzo.

Anche per i conferimenti di azienda è previsto il principio di neutralità che rende irrilevante, ai  fini fiscali, l’eventuale iscrizione nelle scritture contabili della conferente o della conferitaria di valori diversi da quelli fiscalmente riconosciuti.
Ne consegue che il soggetto conferente conserverà come valore fiscale delle partecipazioni ricevute quello dell’azienda conferita, mentre il soggetto conferitario, indipendentemente dal valore attribuito in bilancio ai beni ricevuti, subentrerà in toto nei valori fiscali già riconosciuti in capo al conferente.

Per individuare il momento esatto in cui le operazioni di fusione, scissione o di conferimento d’azienda, si considerano “effettuate”, si dovrà fare riferimento alla data in cui l’operazione è perfezionata. Nello specifico, per le operazioni di fusione, tale momento coincide con la data dell’ultima delle iscrizioni dell’atto di fusione presso il Registro delle imprese. Qualora sia stata prevista la postdatazione dell’efficacia dell’operazione di una fusione per incorporazione, ai sensi dell’articolo 2504-bis del codice civile, rileva tale data successiva.
Per le operazioni di scissione, tale momento coincide con la data dell’ultima delle iscrizioni dell’atto di scissione presso il Registro delle imprese. Qualora sia stata prevista la postdatazione dell’efficacia dell’operazione, che ai sensi del medesimo articolo 2506-quater del codice civile è possibile solo in assenza di costituzione di nuove società, rileva tale data successiva.
In relazione ai conferimenti d’azienda, tale momento coincide con la data di iscrizione della  delibera di aumento del capitale sociale presso il Registro delle imprese, ai sensi dell’articolo 2436, comma 5, del codice civile.

L’articolo 11 del decreto crescita subordina il riconoscimento dell’agevolazione in commento alle condizioni che le imprese partecipanti all’operazione di aggregazione:
-siano operative da almeno due anni
-non facciano parte dello stesso gruppo societario
-non siano legate da un rapporto di partecipazione superiore al 20%
-non siano controllate, anche indirettamente, dallo stesso soggetto ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile.

Risultano, pertanto, escluse dall’agevolazione in commento:
-le imprese costituite da meno di due anni
-le imprese che nel biennio non abbiano esercitato un’effettiva attività di impresa.

L’agevolazione si applica a condizione che le imprese che partecipano all’operazione di aggregazione aziendale “si trovino o si siano trovate ininterrottamente, nei due anni precedenti l’operazione, nelle condizioni  che  consentono il riconoscimento fiscale…”.
Ne deriva che il beneficio può essere concesso a condizione che le imprese partecipanti alle descritte operazioni di aggregazione aziendale possiedano i requisiti soggettivi e oggettivi (richiesti ai fini del riconoscimento fiscale) non solo al momento in cui viene posta in essere l’operazione  di fusione, scissione o conferimento, ma che li abbiano posseduti ininterrottamente anche nel corso dei due anni precedenti l’operazione stessa. La disposizione in argomento è volta a contrastare iniziative strumentali assunte al solo scopo di avvalersi del beneficio fiscale.

Per espressa previsione normativa, la decadenza dall’agevolazione si verifica se le ulteriori operazioni straordinarie e/o la cessione dei beni rivalutati avvengono “nei primi quattro periodi d’imposta dalla effettuazione dell’operazione”, includendo nel computo anche il periodo d’imposta nel corso del quale l’operazione è effettuata.
Tale disposizione, con chiaro intento antielusivo, prevede la decadenza dall’agevolazione in esame per la società che pone in essere ulteriori operazioni straordinarie (rispetto a quella che ha determinato la spettanza del beneficio fiscale) ovvero che aliena i beni oggetto dell’agevolazione stessa.
In caso di decadenza dall’agevolazione, la società è tenuta a liquidare e a versare, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel corso del quale si è verificata la decadenza, l’imposta sul reddito delle società e l’imposta regionale sulle attività produttive dovute sul maggior reddito, relativo anche ai periodi di imposta precedenti,  determinato  senza  tener conto dei maggiori valori fiscalmente riconosciuti.

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Versamento acconti d’imposta 2019: la partita si chiude il 2 dicembre

Versamento acconti d’imposta 2019:
la partita si chiude il 2 dicembre

Appuntamento imminente con il secondo anticipo dell’anno che, a differenza del primo, dovrà essere versato per intero, senza la possibilità di suddividere il dovuto in rate

Paola Pullella Lucano – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Con il prossimo 2 dicembre (la scadenza naturale del 30 novembre cade di sabato) si conclude la fase più calda degli adempimenti fiscali. Scade, infatti, il termine per il pagamento della seconda o unica rata degli acconti Irpef, Ires, Irap e di diverse altre imposte.
Sono chiamate all’adempimento tutte le categorie di contribuenti (persone fisiche, società di persone ed equiparate e soggetti Ires) anche se con alcune differenze relative sia alla misura dell’acconto sia alle modalità di versamento. In merito a queste ultime, tenuto conto del “denominatore” comune, costituito dall’utilizzo dell’F24, l’unica diversità riguarda le procedure di presentazione del modello, obbligatoriamente telematiche solo per i titolari di partita Iva, e l’utilizzo di diversi codici tributo.

Più articolato è, invece, il calcolo dell’importo da pagare, che dipende sia dalla tipologia d’imposta sia da quella del contribuente. Ad esempio, per quest’anno, i soggetti che esercitano attività per le quali sono stati approvati i relativi Isa e hanno fruito della proroga al 30 settembre per il versamento della prima rata d’acconto, godono di uno sconto del 10 per cento. Il collegato fiscale (articolo 58, Dl n. 124/2019), infatti, per tali contribuenti ha rimodulato i versamenti in acconto, prevedendo, in relazione al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019, per Irpef, Ires e Irap due rate al 50%, fatta salva l’eventuale prima tranche nella misura del 40%, o l’unica soluzione al 90 per cento. la novità si applica anche ai contribuenti che:

  • applicano il regime forfettario agevolato o determinano il reddito con altre tipologie di criteri forfetari
  • applicano il regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità
  • ricadono nelle altre cause di esclusione dagli Isa.

Infine, la rimodulazione del versamento degli acconti è applicabile anche alla cedolare secca sul canone di locazione, all’imposta dovuta sul valore degli immobili situati all’estero – Ivie – o sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero – Ivafe (risoluzione n. 93/2019 – vedi articolo “Rimodulazione versamenti in acconto: per Irpef, Ires e Irap due rate al 50%”).

In generale, dunque, i versamenti delle imposte sui redditi (Irpef o Ires) avvengono in due fasi: il saldo relativo all’anno oggetto della dichiarazione e l’acconto per l’anno successivo, che va pagato in una o in due rate, a seconda dell’importo.

Metodi di calcolo
In linea generale, sono due i criteri attraverso i quali procedere al calcolo dell’acconto:

  • metodo storico – il calcolo viene effettuato sulla base dell’imposta dovuta per l’anno precedente (2018), al netto di detrazioni, crediti d’imposta e ritenute d’acconto risultanti dalla relativa dichiarazione dei redditi
  • metodo previsionale – il calcolo viene effettuato sulla base dell’imposta presumibilmente dovuta per l’anno in corso (2019), considerando, quindi, i redditi che il contribuente ipotizza di realizzare nonché gli oneri deducibili/detraibili che dovrebbero essere sostenuti e i crediti d’imposta spettanti.

La prima procedura, a occhio, si addice ai contribuenti che hanno una situazione reddituale “stabile”. Al contrario, coloro che, per l’anno in corso, presumono di avere un risultato economico inferiore possono ricorrere al metodo previsionale. Questa scelta può essere vantaggiosa, ma sicuramente più incerta e rischiosa. Infatti, da un lato, comporta la riduzione (o il non pagamento dell’acconto), dall’altro espone al rischio di errore, con il conseguente versamento di un acconto in misura inferiore rispetto a quanto realmente dovuto e l’eventuale successiva applicazione di sanzioni e interessi sulla differenza non versata. Ma veniamo al dunque.

L’acconto Irpef

Il saldo che risulta dal modello Redditi Pf 2019 e l’eventuale prima rata di acconto sono stati  versati entro lo scorso 30 giugno, oppure nei successivi 30 giorni pagando una maggiorazione dello 0,40 per cento. La scadenza per la seconda o unica rata di acconto è, quest’anno, il 2 dicembre (anziché il 30 novembre).
In particolare, l’acconto Irpef  è pari al 100% dell’imposta dichiarata nel 2019 (riferita al 2018) ed è dovuto solo se questa, al netto delle detrazioni, dei crediti d’imposta, delle ritenute e delle eccedenze, evidenziata al rigo RN34 del modello Redditi Pf, supera i 51,65 euro. In tal caso, l’anticipo va versato in una o due rate, a seconda dell’importo:

  • unico versamento, entro il 2 dicembre, se l’acconto è inferiore a 257,52 euro
  • due rate, se l’acconto è pari o superiore a 257,52 euro; la prima pari al 40% entro il 30 giugno (insieme al saldo), la seconda – il restante 60% – entro il 2 dicembre.

Al di là del metodo scelto per la sua determinazione, per pagare la seconda o unica rata dell’acconto Irpef 2019 deve essere utilizzato il modello di pagamento F24, nel quale va indicato il codice tributo 4034 (Irpef – acconto seconda rata o acconto in unica soluzione).

L’acconto Ires
Anche questo anticipo è fissato nella misura del 100% e va pagato in due rate, salvo che il versamento da eseguire alla scadenza della prima non superi i 103 euro. All’appello di lunedì 2 dicembre sono chiamati, quindi, pure i soggetti Ires con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare. Il 40% dell’acconto dovuto è stato versato alla scadenza della prima rata e il residuo importo (60%) alla scadenza della seconda, cioè entro il prossimo 2 dicembre.
Se utilizzano il metodo storico, per il calcolo dell’acconto dovuto devono fare riferimento al rigo RN17 del modello Redditi Sc 2019 o al rigo RN28 del modello Redditi Enc 2019 (“Ires dovuta o differenza a favore del contribuente”). L’acconto non è dovuto se gli importi indicati in tali righi non supera i 20,66 euro.

In alternativa al metodo storico, è possibile ricorrere al metodo previsionale: in tal caso, il soggetto Ires, che ritiene di realizzare un minor reddito nel 2019 può parametrare l’acconto all’imposta che presume di dover versare per l’anno successivo. Anche in questo caso il contribuente si espone al rischio di errore con la possibilità di dover successivamente pagare sanzioni e interessi sull’importo non versato.

I soggetti Ires, in sede di compilazione del modello F24, devono indicare il codice tributo 2002 (Ires acconto – seconda rata o acconto in unica soluzione).

L’acconto Irap
Il versamento in acconto dell’Irap deve essere effettuato secondo le stesse regole stabilite per le imposte sui redditi.
Il codice tributo da utilizzare per il pagamento, entro il prossimo 2 dicembre, della seconda rata (o, nei casi previsti, dell’acconto in unica soluzione) e da indicare sul modello F24 è il 3813.

Acconto cedolare secca
Per stabilire se è dovuto o meno l’anticipo relativo alla cedolare secca per l’anno 2019 è necessario controllare l’importo indicato nel rigo LC1 del modello Redditi Pf 2019, colonna 5, “Differenza”.
Se questo importo non supera i 51,65 euro l’acconto non è dovuto, se va oltre tale cifra l’anticipo è dovuto nella misura del 95% del suo ammontare.
Per quanto riguarda modalità e termini di versamento si applicano le regole previste per l’Irpef.
Per il pagamento con F24 della seconda rata si utilizza il codice tributo 1841.

Casi di acconti ricalcolati
In tema di calcolo, c’è poi da prendere in considerazione  l’ipotesi in cui il contribuente presenti una dichiarazione integrativa da cui emerge una maggiore imposta, con conseguente nuova determinazione degli acconti dovuti in misura superiore. Ebbene – dice la circolare n. 42/2016 – se l’integrativa viene presentata dopo il termine di pagamento del secondo acconto (quello in argomento) non potrà essere irrogata la sanzione per carente versamento, pari al 30% di ogni importo non versato (articolo 13, Dlgs n. 471/1997).
In ogni caso – prosegue la richiamata circolare – anche quando l’integrazione avvenga prima dell’adempimento in esame, il primo acconto non sarà sanzionabile se con il secondo il contribuente versa la differenza dovuta calcolata con riferimento alla dichiarazione integrata. “Come chiarito con circolare n. 23 del 9 giugno 2015, infatti, la fattispecie dell’insufficiente o omesso versamento dell’acconto si perfeziona solo con l’inutile decorso del termine di scadenza del versamento stesso ed è autonoma rispetto alla dichiarazione che semplicemente ne determina l’ammontare. Pertanto, se l’importo versato per gli acconti è commisurato a quello determinato nella dichiarazione vigente al momento del versamento, il contribuente non potrà essere assoggettato a sanzione per carente versamento”.

Gli altri contribuenti e tributi interessati
I termini per versare l’acconto scadono il 2 dicembre anche per coloro che si avvalgono del regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità (articolo 27, comma 1, Dl 98/2011) e i contribuenti “di piccole dimensioni” che aderiscono al regime forfetario agevolato (articolo 1, commi 54-89, legge 190/2014).
Tali contribuenti, nell’F24 indicano i seguenti codici tributo:

  • 1794 – imposta sostitutiva sul regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità – acconto seconda rata o in unica soluzione
  • 1791 – imposta sostitutiva sul regime forfetario – acconto seconda rata o in unica soluzione.

La vicina scadenza inoltre interessa anche altri tributi, come l’Ivie e l’Ivafe, rispettivamente “imposta sul valore degli immobili situati all’estero” e “imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero”. E, poi, naturalmente, le addizionali e le maggiorazioni all’Irpef e/o all’Ires.

Questi i codici tributo per il pagamento della seconda rata o dell’acconto in unica soluzione:

  • 4045 – imposta sul valore degli immobili situati all’estero, a qualsiasi uso destinato dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato
  • 4048 – imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato
  • 4004 – addizionale Irpef
  • 2005 – addizionale Ires
  • 2014 – addizionale Ires 4% settore petrolifero e gas
  • 2019 – maggiorazione Ires (per le società di comodo).

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Valido l’accertamento induttivo per le vendite effettuate su eBay

Valido l’accertamento induttivo
per le vendite effettuate su eBay

In caso di omessa dichiarazione fiscale, l’ufficio può utilizzarlo per verificare il reddito imponibile anche sulla base di presunzioni prive dei requisiti della gravità, precisione e concordanza

Francesco Brandi – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Legittimo l’accertamento induttivo basato sull’elenco delle vendite effettuate dal portale eBay e riportate nel verbale della Guardia di finanza, se è fondato su dati e notizie raccolti dall’ufficio nei modi di legge. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 26987 del 22 ottobre 2019, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.
 
La vicenda processuale e la pronuncia della Cassazione
La vicenda parte dall’avviso di accertamento induttivo emesso nei confronti di un contribuente che, in maniera sistematica, aveva venduto all’asta alcuni beni sul noto sito di vendite online.
La Ctr Lazio accoglieva l’appello del contribuente annullando l’atto impugnato.
 
Di qui il ricorso per Cassazione con cui l’Agenzia delle entrate denunciava violazione degli articoli 38 e 41-bis del Dpr 600/1973 nonché 2697, 2727 e 2729 del codice civile, in quanto i dati utilizzati dall’Ufficio erano idonei a fondare l’accertamento vista l’omessa tenuta delle scritture contabili da parte del contribuente.
Nel caso di specie, nel pvc della finanza, erano state indicate chiaramente le informazioni acquisite tramite eBay sulle aste effettuate dal contribuente dal 2004 al 2009 e andate a buon fine con la consegna dei beni, tenendo conto del fatto che nelle vendite on-line la consegna della merce è successiva al pagamento del prezzo.
 
Tale motivo di ricorso è stato accolto dalla Cassazione che ha richiamato il costante orientamento della giurisprudenza in ordine alla ripartizione dell’onere della prova in caso di accertamento induttivo “puro” (Cassazione n. 14930/2017): in caso di omessa dichiarazione fiscale, l’ufficio può procedere all’accertamento induttivo del reddito imponibile anche sulla base di presunzioni prive dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, le quali hanno il valore autonomo di prova della pretesa fiscale e producono l’effetto di spostare sul contribuente l’onere della prova contraria; il ricorso al metodo induttivo può dunque legittimamente fondarsi anche su dati e notizie raccolti dall’ufficio nei modi di legge (nella specie, tramite pvc della Guardia di finanza).
 
Ulteriori osservazioni
Sul punto si ricorda che l’attività di vendita on line svolta in modo sistematico per più anni configura attività d’impresa rilevante ai fini delle imposte dirette e dell’Iva: nella ricostruzione del reddito e del volume d’affari l’ufficio può avvalersi anche di elementi presuntivi purché coerenti e logici a fronte dei quali l’onere probatorio si sposta a carico del contribuente (Ctr Lazio n. 7194/2015 e da ultimo Cassazione n. 26107/2018).
 
La società eBay concede a chiunque la possibilità di vendere i propri oggetti al miglior offerente, pagando una commissione, senza incorrere in alcun obbligo fiscale.
Quando le transazioni superano una certa soglia, il venditore non è più considerato occasionale, ma professionale, quindi è soggetto alle leggi fiscali domestiche, deve aprire la partita Iva e pagare le imposte sulla parte di guadagno. La prestazione meramente occasionale, invece, rientra nelle previsioni dell’articolo 67 del Tuir (redditi diversi) ed è esclusa dal campo di applicazione dell’Iva ai sensi dell’articolo 5 del Dpr 633/1972 (carenza del presupposto soggettivo).
 
La Commissione tributaria provinciale di Firenze, con la sentenza n. 56/06/2011 del 16 giugno 2011, ha enunciato un importante principio di diritto, confermato da altra sezione della stessa Commissione con la sentenza n. 03/19/2012: la nozione tributaria di esercizio di imprese commerciali non coincide con quella civilistica, perché l’articolo 51 del Tuir (oggi 55) intende come tale l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, delle attività indicate dall’articolo 2195 del codice civile, anche se non strutturate in forma di impresa, e prescinde quindi dal requisito organizzativo, fondamentale per la qualificazione civilistica di impresa.
 
L’attività di intermediazione effettuata su portali di vendita on line qualifica, pertanto, l’attività di impresa, quando vi sia un numero rilevante di transazioni: i proventi, di conseguenza, sono redditi di impresa e non redditi diversi, anche se manca l’“organizzazione”.
Ovviamente le poche vendite all’anno di oggetti comuni, magari usati, su eBay non possono certamente integrare il requisito dell’abitualità, il quale, invece, secondo la giurisprudenza di legittimità, sussiste allorquando l’attività sia caratterizzata da ripetitività, regolarità, stabilità e sistematicità di comportamenti.
 
Sulla stessa posizione si attesta la prassi ministeriale, per cui si ha esercizio abituale dell’attività ogni qualvolta in cui un soggetto ponga in essere con regolarità, sistematicità e ripetitività una pluralità di atti economici coordinati e finalizzati al conseguimento di uno scopo (Rm n. 550326/1998).

 

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Collegato fiscale – 2: responsabilità divise tra committente e appaltatore

Collegato fiscale – 2: responsabilità
divise tra committente e appaltatore

Introdotta una specifica procedura, che coinvolge entrambe le parti, per contrastare il diffuso fenomeno evasivo dell’omesso versamento delle ritenute sul lavoro dipendente o assimilato

Nicola Buongrido – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Larticolo 4 del Dl n. 124/2019 (decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2020), introducendo l’articolo 17-bis nel Dlgs n. 241/1997, mira a ostacolare l’omesso versamento di ritenute da parte di imprese impiegate nell’esecuzione di opere e servizi; a tal fine, delinea un meccanismo che fissa e circoscrive le responsabilità del committente, garantendo che la provvista per il versamento venga messa a disposizione dal datore di lavoro o sia rinvenuta nei corrispettivi dovuti all’impresa affidataria. L’input – come si legge nella relazione illustrativa – arriva dall’osservazione del fenomeno frequentemente rilevato nel corso delle attività di controllo: in caso di assegnazione di appalti a soggetti scarsamente patrimonializzati, gli stessi, per comprimere il prezzo offerto, omettono sistematicamente i versamenti delle ritenute di lavoro dipendente o assimilato.
 
La distribuzione dei compiti
Questa la procedura individuata:

  • chi, sostituto d’imposta fiscalmente residente in Italia, affida a un’impresa la realizzazione di un’opera o di un servizio è tenuto a effettuare il versamento delle ritenute, comprese quelle per le addizionali regionale e comunale, effettuate dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici sulle retribuzioni erogate al personale direttamente impiegato nell’esecuzione della prestazione
  • le imprese affidatarie o appaltatrici e quelle subappaltatrici, con almeno cinque giorni lavorativi di anticipo rispetto alla scadenza mensile del versamento, devono mettere a disposizione del committente, sul conto corrente bancario o postale da questi comunicato, le somme necessarie per effettuare l’adempimento. Entro lo stesso termine, per consentire i necessari riscontri, sono tenute anche a trasmettergli (e le imprese subappaltatrici devono farlo anche nei confronti delle imprese appaltatrici), tramite posta elettronica certificata: l’elenco di tutti i lavoratori impiegati nel mese precedente, con il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascuno di essi, l’ammontare della retribuzione corrisposta e delle ritenute eseguite; i dati utili alla compilazione dei modelli F24; i dati del bonifico ordinato per trasferire la necessaria provvista. Se a quella data hanno maturato il diritto a ricevere corrispettivi dal committente, possono chiedere, in allegato alla comunicazione, di compensare le somme necessarie al versamento delle ritenute, per intero o parzialmente, con il credito per i corrispettivi spettanti e non ancora ricevuti
  • il committente deve effettuare il versamento delle ritenute tramite modello F24, indicando il codice fiscale del soggetto per il quale viene eseguito il versamento e senza possibilità di utilizzare propri crediti in compensazione, anche nell’ipotesi in cui materialmente non abbia ricevuto la provvista perché compensata con i corrispettivi dovuti alla ditta appaltatrice. È poi tenuto, entro i successivi cinque giorni, a comunicare alle imprese, tramite Pec, l’effettuazione del pagamento. Se ciò non avviene, le imprese devono denunciare la circostanza al competente ufficio dell’Agenzia delle entrate.

La ripartizione delle responsabilità
Le imprese appaltatrici e subappaltatrici restano responsabili per la corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute nonché per il versamento delle stesse (senza possibilità di compensazione), qualora non forniscano per tempo al committente la necessaria provvista oppure non formulino la richiesta di compensare con i corrispettivi maturati e non trasmettano i dati relativi ai lavoratori impiegati.
 
Invece, i committenti sono responsabili per il tempestivo versamento delle ritenute limitatamente alla somma ricevuta tramite bonifico e ai corrispettivi non ancora corrisposti alle imprese appaltatrici o affidatarie, nonché integralmente qualora non abbiano comunicato tempestivamente all’impresa gli estremi del conto corrente su cui bonificare le somme per il versamento delle ritenute oppure abbiano eseguito pagamenti alle imprese inadempienti.
Il committente, infatti, tutte le volte che non è messo nelle condizioni di effettuare il versamento delle ritenute (quando, cioè, l’impresa affidataria o appaltatrice non bonifica la necessaria provvista o non invia la prescritta comunicazione), deve sospendere il pagamento dei corrispettivi maturati, vincolandolo al versamento delle ritenute. Inoltre, entro 90 giorni, deve darne comunicazione al competente ufficio delle Entrate. In questi casi, l’impresa, fino a quando le ritenute non sono versate, non può intraprendere alcuna azione esecutiva per esigere il pagamento dei corrispettivi.
 
Esonerate le imprese più affidabili
La procedura non è obbligatoria per le imprese in possesso di determinati requisiti, da certificare al committente almeno cinque giorni prima della scadenza mensile del pagamento. È previsto che possono versare direttamente le ritenute secondo le modalità ordinarie le imprese che:

  • sono in attività da almeno cinque anni o hanno effettuato nei due anni precedenti versamenti registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro
  • non hanno iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi affidati all’agente della riscossione relativi a tributi e contributi previdenziali per importi superiori a 50mila euro, per i quali sono ancora dovuti pagamenti o non è stata concessa sospensione.

La certificazione, entro 90 giorni dall’entrata in vigore del “decreto fiscale”, sarà resa disponibile alle imprese, in via telematica, dall’Agenzia delle entrate, con possibilità, per il committente, di verificarne l’autenticità tramite apposito servizio online (un provvedimento della stessa Agenzia dovrà disciplinare le modalità per il rilascio e il riscontro delle certificazioni).

In ogni caso, per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi per i lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio, le imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici non potranno avvalersi dell’istituto della compensazione.

 

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