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G20, misure fiscali anti Covid-19. Il report con le proposte dell’Ocse

G20, misure fiscali anti Covid-19.
Il report con le proposte dell’Ocse

La necessità di un piano fiscale espansivo di lunga durata per lavoratori e imprese

Stefano Latini – Fisco Oggi

G20 2020

Fisco Oggi

In occasione dell’ultima riunione del G20 dedicata all’emergenza mondiale determinata dal Coronavirus, l’Organizzazione parigina che riunisce e raccoglie le competenze fiscal-finanziarie dei Paesi più ricchi o sviluppati del Pianeta ha presentato un lungo report. In questo documento l’Ocse non si limita ad elencare le norme e gli strumenti di politica fiscale e di bilancio varati dai singoli Stati e quindi già in campo, ma fornisce al contempo un’attenta analisi dei rischi e degli squilibri cui guardare sia nella fase successiva alla fine dell’emergenza. Il rapporto affronta vari aspetti, in relazione alla ripresa dei mercati, dei tessuti economici e produttivi delle singole realtà nazionali e dei gruppi sociali (famiglie, individui, lavoratori) che quelle reti alimentano attraverso i consumi e il lavoro.
A differenza dei dati, dei numeri e delle analisi fornite contestualmente da altre istituzioni internazionali durante questa crisi globale, ad esempio la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e la stessa Unione europea, l’Ocse si spinge più avanti, disegnando il quadro d’una ripresa futura, post-Covid-19, dove l’effetto resilienza dovrà comunque continuare ad essere governato e assistito in continuità con quanto già fatto fin d’ora. Il rischio, infatti, come sottolineato nel report dell’Organizzazione, è che si riproducano gli stessi squilibri che condizionarono l’uscita dalla crisi finanziaria del 2008-2011, quando l’improvviso venir meno delle politiche fiscali transitorie di sostegno ebbe come effetto un rallentamento della ripresa e, in alcuni casi, persino un prolungarsi della crisi.
 
Come si contiene l’emergenza? Pensando all’oggi per ridisegnare il futuro
Il prevalere di un senso prospettico, insolitamente sbilanciato sul post Covid-19, è osservabile pressoché in ogni singola pagina del rapporto in esame. In particolare, anche la parte iniziale, riservata al richiamo della necessità di varare misure fiscali a sostegno della liquidità delle imprese, per garantirne la continuità sia sul versante della filiera sia su quello delle attività lavorative e quindi dei lavoratori, assieme all’altrettanto necessario dispiegarsi di meccanismi di welfare e di sostegno ai redditi individuali garantiti, come i prestiti alle aziende, direttamente dallo Stato, l’esempio è quello del richiamo a una sorta di Cig, o cassa integrazione europea o, dato il contesto della crisi, di portata mondiale, ebbene anche in questo ambito non mancano suggerimenti espliciti al futuro. Al riguardo, l’esempio più evidente è costituito dalla giustificazione posta a sostegno delle misure che i governi hanno varato per puntellare in questi mesi i redditi di centinaia di milioni di lavoratori, non soltanto dipendenti ma anche professionisti, autonomi e il folto gruppo di coloro che alimentano i settori informali dell’economia. L’Ocse mette in chiaro come tali strumenti non potranno cessare d’improvviso ma, al contrario, dovranno perdurare anche oltre i periodi transitori stabiliti attualmente, perché utili ad alimentare un clima di fiducia nelle fasce sociali più colpite dall’emergenza. Mantenendo elevato l’indice di fiducia si garantisce una ripresa dei consumi cui si collega il ritorno ad una crescita completa delle attività produttive, non limitata o per singoli segmenti produttivi. Tradotto, un ciclo espansivo, sia pur delimitato nel tempo, dovrà comunque accompagnare l’intero percorso d’uscita dalla crisi e la prima fase della ripresa. Un monito che l’Ocse estende a tutti i Paesi, indifferentemente.
 
Alcune statistiche sulla crisi
A giustificazione di manovre espansive ad ampio raggio, sia riguardo i tempi sia in riferimento agli impegni finanziari attivati, l’Ocse fornisce le prime stime sull’eventuale danno economico prodotto dal Covid-19. In sostanza, in media ogni Paese vedrà le rispettive attività economiche rallentare d’una forbice tra il 25% e il 30% rispetto al dato precedente la crisi. Tradotto in termini di Pil, il lockdown potrebbe riflettersi in un arretramento della ricchezza prodotta di 2 punti ogni mese. A questi dati è aggiunto quello relativo ai consumi, che l’Ocse prevede destinati a ridursi di un 1/3. Naturalmente, si tratta di proiezioni medie che in realtà andrebbero raffrontate con le condizioni reali delle economie dei singoli Stati. Comunque, resta un gap significativo tra il prima e il dopo Covid-19.
 
La centralità delle amministrazioni finanziarie come canali di mediazione tra politiche fiscali e esigenze reali dei cittadini
Per l’Ocse sicuramente centrale per gli Stati è l’obiettivo di alimentare il gettito d’imposte e tasse, risorse utili da riutilizzare per sostenere l’uscita dalla crisi e una ripresa che non sacrifichi gruppi sociali esposti o imprese deboli, come avvenuto nella crisi precedente. In questa strategia, un ruolo decisivo spetterà alle amministrazioni finanziarie.
Le misure fiscali adottate, come il rinvio degli adempimenti fiscali, la sospensione dei pagamenti di imposte e tasse e le proroghe di un lungo elenco di scadenze comunque correlate a tematiche afferenti il fisco, sono per l’Ocse esemplificative di come le amministrazioni finanziarie siano chiamate inevitabilmente ad assumere un ruolo di elevata responsabilità nel mantenere e nel tessere un dialogo costante con centinaia di milioni di contribuenti. In un simile contesto, la relazione tra cittadino/contribuente e amministrazione acquisirebbe di diritto la forma di un canale privilegiato da usare per sollecitare fiducia negli individui.
 
Le piccole e medie imprese a rischio 
L’Ocse conferma la bontà dei prestiti e degli schemi di garanzia pubblica per fornire credito e liquidità alle aziende. Sottolinea inoltre di mantenere un occhio attento sulle piccole e medie imprese, dato che le grandi multinazionali dispongono di risorse e know how più conforme ai tempi di crisi. Ma il dato che più preoccupa l’Ocse è il livello di indebitamento delle imprese, oramai oltre i 2mila miliardi di dollari, per lo più finanziato con l’emissione di corporate bond. In pratica, dalla crisi finanziaria passata, il tasso di indebitamento delle società è pressoché raddoppiato. Da questa analisi il richiamo alla correttezza e urgenza del finanziamento alle imprese. Spetterà però alle amministrazioni finanziarie non abbassare la guardia, per evitare che i fondi e i prestiti raggiungano aziende che non ne hanno diritto o peggio favoriscano chi organizza frodi. Al riguardo, l’Ocse avvisa anche della necessità di rilassare ambiti e procedure, e tempi, di pagamento, anche una volta tornati alla normalità. Le aziende avranno infatti da fare i conti con le filiere e le reti di approvvigionamento e di clienti da ricostruire e sarà in pratica preferibile rendere quanto più elastica possibile la calendarizzazione dei pagamenti.
 
L’aiuto ai Paesi in via di sviluppo
Presente nelle pagine del rapporto la segnalazione della necessità di orientare aiuti verso i Paesi in via di sviluppo, abbassando i costi relativi ai trasferimenti delle rimesse degli immigrati e/o fornendo un ampio ventaglio di consulenze fiscali per aiutare questi Paesi a intercettare i profitti delle grandi multinazionali, al fine di organizzare un progetto di compliance fiscale interna adeguato.
 
Ripensare il futuro per uscire dalla crisi, istruzioni per l’uso 
Il post Covid-19 sarà condizionato dal perdurare di uno sforzo espansivo non più d’emergenza ma diretto a stimolare la ripresa. È la fase dell’iniezione sul tessuto economico e sociale degli stimoli fiscali il cui obiettivo sarà anche connesso ad inserire riforme strutturali nei diversi Paesi. Un’occasione di rinnovamento quindi, il cui obiettivo tecnico sarà garantire entrate tributarie sufficienti, e quindi risorse da spendere, nella disponibilità degli Stati. Il gettito acquisirà una centralità strategica per uscire definitivamente dalla crisi senza lasciare segmenti sociali alle spalle. Al riguardo, l’Ocse indica alcune strade da seguire. Aumentare la tassazione delle rendite (finanziarie e non), ridisegnare in senso progressivo e redistributivo i sistemi fiscali nazionali. E ancora, implementare forme di tassazione, come la carbon tax, che guardano ad un’economia sostenibile. E soprattutto, coordinarsi e cooperare in materia fiscal-finanziaria in modo da implementare politiche fiscali innovative su vasta scala e non con fughe isolate in avanti. In tale ambito, è riservato uno spazio al tema di una tassazione equa delle multinazionali dei grandi gruppi. Argomento questo collegato alla digital tax e all’ obiettivo garantire la sostenibilità del gettito delle entrate fiscali da riutilizzare per stimolare redditi individuali e investimenti, la resilienza auspicata dall’Ocse.

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Covid-19: agevolazioni, rinvii, rimborsi. Panoramica delle misure fiscali più diffuse

Covid-19: agevolazioni, rinvii, rimborsi. Panoramica delle misure fiscali più diffuse

I governi cercano di sostenere cittadini e imprese anche attraverso norme tributarie più morbide. Più tempo per versare, niente sanzioni e interessi per i ritardi

Anna D’Angelo – Fisco Oggi

immagine generica illustrativa

Fisco Oggi

Quali misure fiscali stanno mettendo in atto gli Stati per affrontare l’emergenza economica senza precedenti causata dalla diffusione del nuovo Coronavirus? Praticamente tutti i Paesi del mondo stanno approvando e aggiornando pacchetti di agevolazioni di carattere economico-finanziario per contrastare le gravissime conseguenze della pandemia sulle condizioni di vita di imprese e cittadini, un mix che varia da Paese a Paese e che comprende forme di sussidi, coperture dei costi per il personale, garanzie per prestiti e finanziamenti agevolati,ma anche provvedimenti di natura più strettamente tributaria. Per fare ordine e capire quali sono gli strumenti di carattere fiscale più usati il Forum on tax administration Ocse – in collaborazione con Iota (Intra-european organisation of tax administrations) e Ciat (Inter-American center of tax administrations), ha pubblicato recentemente un report, in continuo aggiornamento, che fa una panoramica su queste misure. Inoltre, in un database consultabile online, vengono inserite le nuove disposizioni via via approvate dai Paesi, classificate in base alla natura e, ovviamente, secondo la provenienza. Si va da misure dedicate al business, che puntano a sostenere il più possibile la liquidità delle aziende, ad altre più generali che consentono ai cittadini di mettere temporaneamente da parte il pensiero sui propri obblighi fiscali procrastinando le scadenze di versamenti e adempimenti.

Quattro tipi di misure fiscali per agevolare i contribuenti
Le misure fiscali finora attivate dai Paesi sono riconducibili bene o male a quattro macro-categorie, pur con differenze anche consistenti da Paese a Paese: la proroga delle scadenze ordinarie per pagamenti e presentazione delle dichiarazioni dei redditi e Iva, sblocchi straordinari dei rimborsi fiscali, allentamento dei controlli e più servizi digitali.
La misura che ha l’effetto più immediato è ovviamente il differimento delle scadenze per versamenti e dichiarazioni, che è stato attuato da moltissimi Paesi anche se con regole molto diversificate per quanto riguarda la tempistica, le tipologie di tributi coinvolti e la platea di contribuenti beneficiari. Alcuni governi hanno rinviato le scadenze in via indiscriminata e automatica: la maggior parte ha scelto rinvii di medio raggio, da uno a quattro mesi (come il Belgio, che ha rimodulato diverse scadenze tra cui dal 16 marzo al 30 aprile per le dichiarazioni sui redditi delle società, Israele, due mesi in generale, o gli Stati Uniti, dal 15 aprile al 15 luglio per la presentazione delle dichiarazioni). Altri hanno concesso periodi più ampi, come, ad esempio, l’Austria, che ha rinviato la scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi e quella Iva al 31 agosto e ha esteso i termini per i versamenti fino al 30 settembre. Alcuni Stati hanno invece accordato la possibilità per il singolo contribuente di richiedere la proroga dei propri adempimenti, come in Finlandia, dove gli imprenditori possono ottenere il rinvio degli obblighi sulle imposte sui redditi, ma solo su richiesta e specificando la ragione del rinvio (per esempio, per aver contratto la malattia).
Quasi tutti i Paesi, inoltre, hanno spostato in avanti i termini per i versamenti delle imposte, soprattutto per le ritenute dei datori di lavoro sui redditi dei dipendenti e in generale per le imposte legate al business. In Francia i pagamenti per le imprese sono rinviati in via generale di tre mesi, in Australia di sei. In Giappone è stata semplificata la procedura per richiedere il differimento delle proprie scadenze fino a un anno, già prevista in caso di disastri naturali.

Per dare ossigeno ai contribuenti no a sanzioni e interessi per i ritardi, sì a rimborsi fiscali celeri
In abbinamento al differimento delle scadenze, c’è la sospensione di sanzioni e interessi per la presentazione tardiva delle dichiarazioni e per i pagamenti versati in ritardo. Parallelamente, inoltre, per agevolare la liquidità dalle imprese e diminuire il peso fiscale sui bilanci delle famiglie, sono stati previsti sia l’accesso a piani di rateazione straordinari, sia, in alcuni casi, la sospensione delle azioni di riscossione coatta dei debiti fiscali. Un altro canale di natura tributaria per venire incontro ai cittadini sono i rimborsi, che norme straordinarie adottate ad hoc hanno reso più veloci un po’ in tutti e cinque i continenti. Vie preferenziali per chi è colpito direttamente dalle conseguenze della pandemia sono previste, per esempio, a Singapore o in Australia, mentre in Francia, in via straordinaria se una società ritiene di avere diritto a un credito per il 2020 può chiederlo senza dover attendere la presentazione della dichiarazione dei redditi.

Si possono fare controlli fiscali durante una pandemia?
La risposta è variegata e dipende dalle condizioni del singolo Paese, quanto l’infezione si sia diffusa, quante categorie economiche siano state colpite e siano in sofferenza. La necessaria attenzione al contesto viene suggerita anche dalla varietà di risposte che in questo campo delicatissimo sono state date dai diversi Paesi.
Alcuni hanno deciso di non avviare nuovi controlli e di sospendere quelli già in atto, se non per casi particolarmente gravi come le frodi. In Australia, per esempio, in via generale non si aprono nuovi casi, mentre per le verifiche in corso si deciderà caso per caso. Stop in via generale in molti Paesi europei, in Canada, negli Stati Uniti (fino al 15 luglio). Altri hanno scelto di bloccare le sole verifiche in azienda, com’è il caso della Cina, in cui continuano i controlli da desk e quelli basati sull’analisi dei big data. In Finlandia i controlli fiscali vengono portati avanti normalmente, ma si tiene conto caso per caso dell’impatto del Covid-19 sull’attività e il contribuente ha la possibilità di richiedere un rinvio del controllo.

Aliquote fiscali più leggere
Oltre ai provvedimenti sulle procedure e sugli adempimenti gestiti dalle amministrazioni fiscali – così come descritti nel report di Ocse, Iota e Ciat – occorre aggiungere le disposizioni che intervengono direttamente – seppur in via temporanea – su basi imponibili e aliquote fiscali. Per quanto riguarda queste ultime, sono diversi i Paesi che hanno previsto agevolazioni per le attività economiche o delle aree territoriali maggiormente colpite dalle conseguenze economiche della pandemia. In Corea del Sud, per esempio, dal 17 marzo per le zone più colpite dal virus, le aree di Gyeongsan, Bonghwa, Cheongdo e Taegu nel Gyeongsan settentrionale, i tagli alle imposte per le piccole e medie imprese già varati sono stati raddoppiati, portando a una riduzione dell’imposta sui redditi del 60% per le piccole imprese e del 30% per quelle medie. Sul fronte Iva, fin dal 1° marzo e fino al 31 maggio la Cina ha varato il taglio dell’Iva per le piccole imprese nella provincia di Hubei e una riduzione dal 3% all’1% per le piccole imprese nelle altre province.
Lo scorso 3 aprile, la Commissione europea ha dato il via libera agli Stati membri alla sospensione di Iva e dazi doganali sulle impostazioni di presidi medici e materiale sanitario da Paesi terzi.
In Grecia, già dal 20 marzo l’Iva sui presidi sanitari individuali – come mascherine e guanti – è stata abbassata dal 24% al 6%, mentre la Polonia su questa tipologia di prodotti l’ha temporaneamente azzerata. Altri Paesi hanno scelto un taglio dell’Iva più generalizzato, come la Norvegia, che ha varato una riduzione dell’Iva fino al 31 ottobre dal 12% all’8% su alcune attività culturali e turistiche.

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Il Consiglio europeo prova a limitare le ricadute economiche del Covid-19

Il Consiglio europeo prova a limitare le ricadute economiche del Covid-19

Solidarietà e flessibilità sono le parole chiave dei leader Ue per fronteggiare la situazione emergenziale

Rosa Colucci – Fisco Oggi

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Fisco Oggi

Impatto economico e sociale del coronavirus nell’Unione europea: il 26 marzo il Consiglio si è riunito per individuare alcuni strumenti per contenere il contagio e per occuparsi concretamente delle conseguenze socioeconomiche della diffusione del Covid-19 in Europa. La Commissione europea già il 20 marzo aveva proposto alcune misure per far fronte alle problematiche provocate dall’allarme sanitario che ha provocato uno shock violento per l’economia europea e mondiale. Adesso, nel corso di una recente riunione, il Consiglio europeo ha ribadito questo concetto. È di ieri, invece, la decisione di mobilitare rapidamente 37 miliardi di fondi di bilancio dell’Ue per affrontare la crisi causata dal Covid-19. Questi fondi copriranno spese effettuate a partire dal 1º febbraio 2020 nello sforzo volto a salvare vite umane e proteggere i cittadini.

Responsabilità e solidarietà
Tutti gli organi europei sono stati chiamati in causa e sono concordi nell’agire in modo responsabile e solidale per attenuare le conseguenze economiche nei nostri Paesi, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese. Infatti gli esponenti europei, pienamente consapevoli delle gravi conseguenze della crisi provocata dalla pandemia, hanno sottolineato l’importanza di esprimere iniziative di solidarietà per far fronte all’emergenza socioeconomica. I leader dell’Ue hanno manifestato la volontà comune di adottare tutte le misure necessarie per proteggere i concittadini e superare questo momento di crisi comune, preservando i valori e lo stile di vita europei. Questa pandemia sta scuotendo in modo molto significativo tutta la comunità internazionale, interessando pesantemente l’economia di ogni Paese, dal mondo produttivo a quello politico, pubblico fino ad arrivare alle singole famiglie.

Strumenti e priorità, 140 milioni per la ricerca
Il Consiglio ha individuato alcuni strumenti, sia per contenere il contagio, sia per occuparsi concretamente delle conseguenze socioeconomiche. Una soluzione coordinata a livello europeo consentirà di gestire efficacemente questa emergenza sanitaria pubblica. Nell’ottica del contenimento della diffusione del virus, il Consiglio ha evidenziato alcune priorità che si concretizzano nell’impegno a garantire la fornitura di attrezzature mediche (in particolare maschere e respiratori, ma anche dispositivi di protezione individuale e farmaci) e a promuovere la ricerca scientifica. In quest’ultima direzione la Commissione ha già mobilitato fondi per 140 milioni di euro e ha selezionato 17 progetti.

Entro due settimane le proposte dei Ministri delle finanze
Per affrontare la crisi economica attuale risulta prioritario promuovere una visione flessibile delle norme Ue. Infatti il Consiglio plaude alle iniziative a sostegno dell’economia in questo contesto determinato dall’epidemia Covid-19, intese soprattutto ad attingere per la prima volta alla clausola di salvaguardia generale prevista dal patto di stabilità e crescita. Inoltre, il Consiglio sostiene le iniziative della Banca centrale europea volte a garantire condizioni di finanziamento favorevoli nei Paesi della zona euro, come pure plaude all’iniziativa della Banca europea degli investimenti che, nell’ambito dell’Ue, sta mobilitando risorse per ottenere garanzie bancarie e investimenti a favore delle aziende europee, in particolare quelle piccole e medie. In aggiunta, il Consiglio ha chiesto al gruppo dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona, già molto attenti a questa tematica, di presentare entro due settimane proposte finalizzate ad un aiuto concreto, come risposta per tutti i Paesi in difficoltà senza distinzioni, soprattutto per le aree dove la necessità è maggiore.

37 miliardi dal Fondo di solidarietà
Nei giorni scorsi, dalla Commissione europea era arrivata la proposta di utilizzare 37 miliardi di euro per affrontare le conseguenze della crisi da Covid-19, attingendo al Fondo di solidarietà dell’Unione per andare incontro a questa emergenza di sanità pubblica. Il Consiglio si era detto d’accordo nella seduta del 26 marzo. Lunedì 30 marzo (ieri, ndr) il Consiglio ha adottato due atti legislativi volti a mobilitare rapidamente fondi di bilancio dell’UE per affrontare la crisi causata dal Covid-19. In pratica, gli Stati membri avranno accesso ai 37 miliardi di euro di fondi di coesione per rafforzare i sistemi sanitari e sostenere piccole e medie imprese, regimi di lavoro a breve termine e servizi di prossimità. Di questi, circa 8 miliardi proverranno da prefinanziamenti non spesi nel 2019 nell’ambito dei fondi strutturali. Anziché riversare i fondi non utilizzati nel bilancio dell’Ue, la nuova misura consente agli Stati membri di spenderli per attenuare le conseguenze della pandemia. Altri 29 miliardi saranno erogati in anticipo a titolo di dotazioni dovute in una fase successiva dell’anno. Tutti questi fondi potranno coprire spese effettuate a partire dal 1º febbraio 2020 nello sforzo volto a salvare vite umane e proteggere i cittadini

Chi siede nel Consilium 
Il Consiglio europeo è l’istituzione che definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Unione europea. È composto dai capi di Stato o di governo degli Stati membri Ue, dal presidente della Commissione e dal presidente del Consiglio stesso, eletto a maggioranza qualificata dai membri del Consiglio. Il presidente attualmente in carica è Charles Michel, primo ministro del Belgio fino al 2019.

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Iota e Ocse uniscono le forze per sviluppare un fisco più equo

Iota e Ocse uniscono le forze
per sviluppare un fisco più equo

Tra gli ambiti di applicazione del memorandum siglato dalle due organizzazioni multilaterali potenziare l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni fiscali

Vito Rossi – Fisco Oggi

OECD AND IOTA

Fisco Oggi

Si rinnova la cooperazione tra Ocse e Iota. A fine gennaio l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Organizzazione intra-europea delle amministrazioni fiscali hanno infatti firmato un nuovo protocollo d’intesa che rilancia il gioco di squadra tra i due enti. La firma dell’accordo, avvenuta il 28 gennaio scorso nella cornice dell’ottavo incontro del quadro inclusivo del G20 sul Beps, ha anticipato di pochi giorni la conferma da parte della comunità internazionale di voler affrontare senza indugi le sfide poste dalla digitalizzazione dell’economia (vedi l’articolo “Ocse, ecco la roadmap per il fisco della nuova economia globale digitale” e il comunicato stampa dell’Inclusive Framework del 31 gennaio 2020).  
La cerimonia di firma nella cornice dell’Inclusive Framework sul Beps
Il nuovo memorandum è stato siglato nel contesto della partecipazione di Iota all’ottava riunione dell’Inclusive Framework di Ocse e G20 sull’erosione di base imponibile e lo spostamento dei profitti (il cosiddetto quadro inclusivo Beps). Sin dal lancio dell’Inclusive Framework nel 2016, per via del suo ruolo di osservatore ufficiale, Iota è stato un partner dell’Ocse occupandosi dell’organizzazione e della realizzazione di incontri regionali sui Beps per i Paesi eurasiatici. Queste riunioni itineranti sono da sempre un elemento chiave del successo del quadro inclusivo Ocse, in quanto ha consentito – e consente – a tutti gli Stati aderenti e alle giurisdizioni coinvolte di condividere le loro esperienze sull’attuazione del piano Beps in un contesto regionale e di alimentare in questo modo il dialogo globale.

Fianco a fianco nel Global Forum
La collaborazione tra le Ocse e Iota si è sviluppata nel tempo anche nel corso dei lavori del Forum globale Ocse sulla trasparenza e lo scambio di informazioni. In questo consesso, Iota ha rivestito il ruolo di osservatore e si è occupata di redigere documenti sulle best practices internazionali e di elaborare proposte per garantire l’attuazione efficace delle norme internazionali sulla trasparenza fiscale e lo scambio di informazioni. Inoltre, l’organizzazione congiunta di eventi su alcune delle questioni più importanti in materia di fiscalità internazionale (tra queste basti accennare alla digitalizzazione nelle amministrazioni fiscali, alla gestione delle procedure MAP e al settore dei prezzi di trasferimento) ha confermato la produttività della collaborazione tra le due organizzazioni.

Ampliato l’ambito di cooperazione
Il partenariato tra Ocse e Iota ha una lunga storia, iniziata nel 2000, quando i due organismi decisero di unire le forze per promuovere sistemi tributari più equi ed efficienti e per migliorare l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni fiscali in tutto il mondo. Stavolta le due organizzazioni internazionali hanno deciso di fare di più e intendono estendere a ulteriori ambiti di azione la loro cooperazione, già rodata all’interno del Global Forum e del quadro inclusivo sul Beps. Commentando l’ampliamento delle tematiche su cui si potranno confrontare i tecnici dei due enti grazie al nuovo memorandum, l’attuale presidente di Iota Georgios Pitsilis ha dichiarato: “la giornata odierna rafforza ulteriormente la nostra cooperazione strategica. Sono lieto che il memorandum d’intesa che stiamo firmando ampli l’ambito della cooperazione dalla quale entrambe le organizzazioni trarranno beneficio”. Pascal Saint- Amans, direttore del Centro Ocse direttore del Centro per le politiche fiscali dell’Ocse, ha invece ricordato la lunga partnership tra i sue organismi, affermando che “il lavoro congiunto degli ultimi anni mostra che attraverso la condivisione di conoscenze ed esperienze in materia fiscale possiamo trovare soluzioni comuni alle sfide globali”. 

 

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Ecofin: l’impatto climatico zero passa anche dalle imposte sull’energia

Ecofin: l’impatto climatico zero
passa anche dalle imposte sull’energia

Nella seduta di ieri, un invito alla Commissione a revisionare la direttiva del 2003 sulla tassazione dei prodotti energetici

Anna d’Angelo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

Nell’agenda delle priorità dell’Unione europea è entrata la revisione della tassazione dell’energia. Nella seduta di oggi dell’Ecofin, i ministri dell’Economia europei hanno approvato un documento che invita la Commissione a riprendere mano in tempi brevi al testo della direttiva 2003/96/CE, ovvero al quadro europeo nel campo della tassazione dei prodotti energetici. I ministri europei si sono detti favorevoli a un aggiornamento delle regole fiscali comuni che vada nella stessa direzione degli obiettivi di politica ambientale che l’Ue si è prefissata a partire dall’accordo di Parigi per un futuro a impatto climatico zero e che poi ha confermato, rafforzandoli, con l’insediamento della nuova Commissione europea.

Un programma di revisione a sei punti
Il testo approvato dall’Ecofin contiene una serie di indirizzi verso cui dovrebbe muoversi la revisione della direttiva del 2003. In particolare, le linee prioritarie individuate sono sei: istituire un trattamento fiscale differenziato che premi l’uso dei biocarburanti e agli altri carburanti alternativi; applicare le disposizioni in materia di controllo e circolazione a specifici lubrificanti e carburanti; mettere mano alla tassazione dei nuovi prodotti energetici entrati nel frattempo nel mercato dell’energia e che attualmente non sono trattati dalla direttiva del 2003; ridisegnare il puzzle delle esenzioni esistenti nei diversi settori, compreso quello dei trasporti; tenere conto dell’incidenza delle imposte sull’energia all’interno del tax mix delle entrate pubbliche; infine, rivedere le procedure e le regole in materia di aiuti di Stato.

Il report di settembre dell’ufficio studi della Commissione Ue
L’invito di oggi si inserisce in un percorso di revisione di cui si parla ormai da diversi mesi. Recentemente un report  dell’ufficio studi della Commissione europea ha analizzato l’impatto attuale della direttiva del 2003 valutandone l’efficacia sotto diversi profili. La conclusione è stata che l’attuale cornice europea sulla tassazione dell’energia è ormai superata e occorre una revisione generale che sia in grado prima di tutto di aggiornare la normativa all’ingresso nel mercato di nuovi prodotti, come l’idrogeno o le nuove miscele di gas sintetici, ma anche di tararla rispetto agli impegni di sostenibilità dell’Unione europea assunti con l’accordo di Parigi, premiando i sistemi di produzione energetica meno inquinanti e le forme di consumo più sostenibili. Il report aveva inoltre sottolineato la bassa funzionalità delle attuali regole comuni per quanto riguarda l’armonizzazione delle normative nazionali, pur rimarcando la necessità di mantenere la flessibilità necessaria per garantire diverse politiche energetiche nazionali.

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Repubblica Ceca, ok dell’Ue al reverse charge generalizzato

Repubblica Ceca, ok dell’Ue al reverse charge generalizzato

La misura, prevista dalla direttiva 2018/2057, ha carattere temporaneo e mira a contrastare le frodi e a ridurre il tax gap Iva

Anna D’Angelo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Via libera europeo all’applicazione temporanea del reverse charge in modo generalizzato in Repubblica Ceca. Con una decisione dello scorso 8 novembre, il Consiglio dell’Unione europea ha accolto la richiesta inviata dal paese est europeo a gennaio scorso di poter istituire temporaneamente l’applicazione del reverse charge per tutte le operazioni Iva al di sopra di 17.500 euro. Si tratta di una misura straordinaria di carattere temporaneo, con validità dal 1° gennaio 2020 al 30 giugno 2022, mirata a contrastare le frodi e a ridurre il tax gap Iva. Secondo le stime, l’introduzione del regime straordinario dovrebbe portare alle casse dello Stato 10 miliardi di corone in più, all’incirca 400 milioni di euro pari cioè al 20% dell’ammanco Iva registrato dal Paese nel 2017, 2 miliardi di euro.  

Che cos’è il GRCM, il meccanismo generalizzato di inversione contabile
La direttiva Ue n. 2018/2057 del 20 dicembre 2018 ha introdotto la possibilità per gli Stati membri di richiedere al Consiglio dell’Unione europea il via libera ad applicare temporaneamente nel proprio ordinamento, in deroga al regime ordinario, un reverse charge generalizzato per tutte le operazioni Iva interne di importo superiore a 17.500 euro. Si tratta di una misura straordinaria volta espressamente a contrastare le frodi nei Paesi più colpiti da questi fenomeni e dove il tax gap Iva si presenta superiore alla media europea: secondo le regole previste dalla direttiva, infatti, possono accedere al GRCM (Generalised reverse charge mechanism) solo i Paesi membri che presentano stringenti requisiti, tra cui un tax gap Iva (riferito al 2014) superiore di almeno 5 punti percentuali rispetto alla media europea e derivante per oltre il 25% da fenomeni associabili alle frodi carosello e che possano dimostrare l’inefficacia di altre misure di controllo. Una volta ottenuto il via libera da parte dell’Ue, il Paese può quindi introdurre il meccanismo, ma per ora solo limitatamente al periodo dal 1° gennaio 2020 al 30 giugno 2022.  

Il caso della Repubblica Ceca
La Repubblica Ceca è uno dei Paesi europei che presentano un tax gap Iva superiore alla media Ue. Nell’ultimo report pubblicato in materia, riguardante il 2017, la percentuale dell’Iva sottratta all’Erario ceco si è attestata al 12,4% a fronte di un dato complessivo dell’Unione pari al 11,2% e a una media del 10,1%. Il via libera del Consiglio dell’Unione europea tiene conto però dei dati al 2014, in cui il tax gap ceco si attestava al 16,14% a fronte di una media europea del 10,4%. Dalla misura le autorità ceche si aspettano di ottenere un maggiore gettito di circa 10 miliardi di corone (391 milioni di euro) a fronte di maggiori costi derivanti dall’adeguamento al nuovo sistema stimato, tra operatori e Fisco, in 604 milioni di corone.  Maggiori introiti che, se raggiunti, potranno far recuperare al Paese circa il 20% del proprio ammanco Iva, stimato intorno a 2 miliardi di euro. 

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Fmi: il Fiscal monitor fa il punto sul contrasto alla corruzione

Fmi: il Fiscal monitor fa il punto sul contrasto alla corruzione

Il ritrovamento di appunti personali o brogliacci e le informazioni fornite dallo stesso imprenditore rappresentano validi elementi indiziari, dotati dei requisiti di gravità, precisione e concordanza

Alessandra Gambadoro – Fisco Oggi

 

 

Fisco Oggi

Come possono adattarsi le politiche fiscali alle sfide dei cambiamenti economici globali? Quali sono gli effetti negativi che la corruzione ha sul sistema tributario e quali le strategie da mettere in atto per combattere il fenomeno? A questi due grandi interrogativi cerca di rispondere il Fondo monetario internazionale nell’ultima edizione del Fiscal monitor, intitolata “Curbing Corruption”.

La nuova agenda fiscale
Il Fmi sottolinea come nei decenni passati le politiche fiscali siano state principalmente finalizzate a garantire un’economia stabile piuttosto che a sostenere riforme di crescita a lungo temine. Dopo la crisi globale del biennio 2007-2008 le priorità in agenda però sono necessariamente cambiate. Il debito pubblico è sempre più alto rispetto ai livelli pre-crisi sia in molte economie avanzate, sia in quelle emergenti. La diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è cresciuta mentre il reddito medio pro-capite è andato diminuendo, nelle economie avanzate dalla metà degli anni Settanta, e nei mercati emergenti e nei Paesi in via di sviluppo dallo scorso decennio. A questa situazione economica si aggiungono i cambiamenti demografici, l’avvento delle nuove tecnologie e la globalizzazione, tre nuove sfide che anche il Fisco si trova ad affrontare a livello globale.
Gli esperti del Fmi suggeriscono alcune indicazioni da seguire per gestire i cambiamenti in atto. Secondo lo studio, le politiche fiscali si devono adattare ai nuovi trend economici globali attraverso politiche espansive o, nei Paesi in cui non c’è un margine di bilancio, con una riallocazione delle risorse finanziarie. Soprattutto negli Stati con debiti elevati, le riforme fiscali dovrebbe essere indirizzate a tagliare gli sprechi e a combattere la corruzione. Migliorare l’efficienza del sistema fiscale rappresenta una delle altre priorità verso cui dovrebbero essere indirizzate le politiche tributarie, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti. Il Fmi riporta il caso degli Stati dell’Africa sub-sahariana, dove un incremento dell’efficienza del sistema fiscale comporterebbe per i prossimi cinque anni un aumento medio delle entrate tributarie tra il 3 e il 5% del Pil.

L’importanza della cooperazione internazionale
Il Fondo monetario internazionale ribadisce la necessità di una cooperazione internazionale soprattutto per quanto riguarda la tassazione delle imprese e il cambiamento climatico. Uno sforzo congiunto a livello globale è fondamentale per imporre una tassazione efficiente dei profitti delle multinazionali, soprattutto nel settore digitale, e per mitigare la competizione tra Stati per quanto riguarda le imposte sui redditi societari. Politiche fiscali coordinate, inoltre, potrebbero aiutare a combattere l’inquinamento, attraverso l’applicazione su scala internazionale della carbon tax.

Contrasto alla corruzione: le best practice da seguire
La seconda parte dello studio è dedicata all’analisi su scala mondiale del fenomeno della corruzione, di cui vengono analizzate, in particolare, le conseguenze in ambito fiscale. Il report mette in evidenza come la corruzione può portare a una perdita consistente di entrate tributarie che nel lungo periodo mina la capacità degli Stati di promuovere una crescita economia inclusiva e sostenibile. Tra Paesi con lo stesso livello di reddito, infatti, quelli meno corrotti incassano maggiori entrate tributarie, pari al 4% del Pil, rispetto a quelli con un livello di corruzione più elevato.
Il documento, inoltre, si sofferma sul ruolo che le istituzioni fiscali possono giocare nel ridurre il fenomeno della corruzione, illustrando i casi di alcuni Paesi (come Estonia, Georgia, Liberia e Ruanda) che hanno compiuto significativi progressi su questo fronte. La Georgia, ad esempio, fino al 2003 era considerata uno dei Paesi più corrotti al mondo. A partire da quell’anno il Governo georgiano ha introdotto importanti riforme che hanno limitato la corruzione dei funzionari pubblici, semplificato il Codice tributario nazionale, ridotto il numero di tasse e reso più efficienti e facili da utilizzare le procedure amministrative per i contribuenti. Le modifiche introdotte hanno determinato un aumento delle entrate tributarie che sono passate dal 12% del Pil nel 2003 al 25% nel 2008.
Dall’analisi dei casi di studio, il Fondo monetario trae delle indicazioni di carattere generale per contrastare la corruzione in ambito fiscale: rendere i funzionari pubblici meno vulnerabili al rischio corruzione, attraverso controlli interni più stringenti e codici di condotta più rigidi; investire nella digitalizzazione delle procedure; garantire la trasparenza della macchina amministrativa fiscale e semplificare la normativa tributaria. In ogni caso, il Fiscal monitor sottolinea che se tutti i Paesi riducessero la corruzione così come hanno fatto gli Stati dove il fenomeno si è ridotto negli ultimi due decenni, le entrate fiscali globali potrebbero aumentare di un trilione di dollari.

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Clima: un report delle Nazioni Unite propone tassa sul consumo di carne

Clima: un report delle Nazioni Unite propone tassa sul consumo di carne

Secondo il Global Environment Outlook l’imposta sulle emissioni può ridurre  considerevolmente l’inquinamento da CO2

Fabrizio Ortu – Fisco Oggi

 

 

Fisco Oggi

L’utilizzo della leva fiscale sul consumo di carni rosse può contribuire a salvare il mondo dal riscaldamento climatico. Il rapporto “UN’s Global Environment Outlook (GEO)” delle Nazioni Unite sullo stato dell’ambiente nel mondo suggerisce, infatti, l’introduzione di un tributo sul consumo delle carni come strumento per compensare le esternalità negative, in questo caso l’inquinamento prodotto dagli allevamenti, con un taglio netto delle emissioni. Riguarda il tema della tassazione delle carni rosse e lavorate anche una recente ricerca internazionale che, sulla base di alcuni dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, propone l’introduzione di una Red Meat Tax per la salute con l’obiettivo di limitare l’impatto di alcune malattie croniche.

La proposta delle Nazioni Unite e la temperatura del mondo
Il rapporto non indica soglie di reddito o aliquote di tassazione, ma piuttosto delinea un approccio fiscale alla questione dell’inquinamento prodotto dall’allevamento degli animali. Secondo il documento delle Nazioni Unite “applicare una Emissions Tax sul cibo sul consumo può essere preferibile rispetto a una tassazione applicata direttamente sui produttori”. Questo sia perché è particolarmente costoso monitorare le emissioni del settore primario, sia perché – sostiene il rapporto – sono numerose le opportunità offerte ai consumatori per passare dal consumo di cibi la cui produzione ha un elevato impatto ambientale ad alimenti “ecosostenibili”. Secondo il rapporto, che cita alcune ricerche di settore, l’introduzione di questo tipo di Emissions Tax potrebbe avere un impatto considerevole, con una riduzione globale delle emissioni equivalente – perché le emissioni possono essere anche di altri gas, come il metano – a un miliardo all’anno di tonnellate di anidride carbonica (in termini tecnici “gigatonnellata”).  Che il riscaldamento climatico sia un problema reale lo confermano anche gli ultimi dati diffusi da un’organizzazione come la Nasa. In base al comunicato stampa diffuso a febbraio di quest’anno il 2018 è stato il quinto anno più caldo dal 1880. Dagli anni ’80 dell’Ottocento – spiega la nota – la temperatura media è cresciuta di una media di un grado centigrado. Il riscaldamento è stato spinto in gran parte dall’aumento delle emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra nell’atmosfera causati dalle attività umane, come l’allevamento.

Allevamento e gas serra

Secondo uno studio internazionale pubblicato qualche anno fa e curato da ricercatori delle Università di Siena, di Statford e della California, il 10% del totale dei gas serra sono emessi dal bestiame. Del totale delle emissioni di origine animale, la gran maggioranza (il 74%) è frutto dei bovini: secondo la ricerca questa grande maggioranza sarebbe dovuta sia all’abbondanza delle mucche da latte che ai gas emessi dai bovini da carne. Ma sono allo studio anche diverse forme di tassazione dell’acquisto di questo tipo di alimenti, che però prendono di mira altri aspetti collaterali del consumo di “bistecche”.

Una Red Meat Tax per la salute

Risale, infatti, all’autunno scorso la ricerca internazionale  “Tasse per la salute sulle carni rosse e lavorate”, che propone di tassare il consumo delle carni rosse e di quelle lavorate sulla base degli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I dati dell’Oms associano questo tipo di alimenti a un aumento della mortalità connesso a malattie come diabete, infarto e altre patologie cardiovascolari. Secondo i ricercatori, a un livello di tassazione ottimale, calibrato Paese per Paese, il prezzo delle carni lavorate aumenterebbe in media del 25%, quello delle carni rosse avrebbe una crescita del 4%

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Germania, Annual Economic Report. Analisi e prospettive per il 2019

Germania, Annual Economic Report. Analisi e prospettive per il 2019

Il documento offre una sintesi delle nuove misure fiscali per le famiglie e per l’Iva nel settore dell’e-commerce

Alessandra Gambadoro – Fisco Oggi

 

 

Fisco Oggi

Il Governo tedesco mette sotto la lente d’ingrandimento l’economia del Paese con l’Annual Economic Report, il documento redatto ogni inizio d’anno dal Consiglio degli esperti economici.

Per il 2019 lo studio contiene una serie di statistiche che analizzano lo stato di salute dell’economia e del fisco teutonici, con particolare attenzione alle sfide provenienti dall’Ue e dai mercati extraeuropei.

Economia: un equilibrio in bilico tra Berlino e i Länder
L’analisi economica prende le mosse dal rapporto tra Governo federale e Länder, le regioni in cui si articola lo Stato tedesco. In linea generale l’economia cresce in modo costante trainata dal mercato interno. Scendendo più nel dettaglio, in realtà, esiste un forte dislivello di crescita economica tra le diverse regioni. Per questo motivo il Governo federale ha istituito una commissione che riesca a intervenire in modo adeguato per garantire gli stessi standard economici in tutti Länder, sostenendo, anche con fondi istituiti ad hoc, quelli strutturalmente più deboli. Negli ultimi anni l’Esecutivo di Berlino ha comunque ridefinito l’equilibrio dei flussi economici centro-periferia, a vantaggio delle istituzioni locali (ad esempio, rimborsando loro le somme erogate per garantire il reddito minimo per anziani e altre fasce “deboli” della popolazione). I Länder, inoltre, possono vantare un trend positivo delle entrate tributarie, che crescono dal 2010 di oltre il 5% ogni anno e che, secondo le stime degli esperti, continueranno ad aumentare fino al 2023.

Occhi puntati sul Fisco
Un sistema di tassazione efficiente. Questo è quanto emerge dalla sezione del report dedicata al Fisco. Nonostante sia ancora troppo presto per valutarne gli effetti, lo studio sottolinea l’importanza dell’Act to reduce family tax burdens and to modify additional tax regulations, la legge entrata in vigore lo scorso primo gennaio con l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale sulle famiglie. Le misure riguardano l’incremento della detrazione per reddito, di quella per i figli e del bonus mensile che viene erogato dal Governo per ciascun figlio a carico. Il report evidenzia la progressività e l’equità della misura, di cui beneficeranno maggiormente i redditi medio-bassi piuttosto che quelli più alti.
Il report traccia poi la strada che il Governo intende percorrere durante l’anno sul fronte fiscale. In agenda per il prossimo futuro prima di tutto le norme per introdurre incentivi fiscali a sostegno delle costruzioni di nuovi immobili e quelle per garantire bonus alle imprese che investono in ricerca e sviluppo.
Anche il contrasto all’evasione e alle frodi fiscali rimane uno degli obiettivi prioritari del Governo. Alla fine del 2018 è stata approvata la legge sulle frodi Iva nel settore dell’e-commerce. In base alle nuove regole, gli operatori che gestiscono vendite online saranno responsabili del versamento dell’Iva da parte dei venditori che sfruttano le piattaforme. Inoltre, dovranno farsi rilasciare dai venditori dei certificati che dimostrino la loro registrazione ai fini Iva presso le autorità fiscali tedesche.
Ampio spazio è dedicato al fronte internazionale, in particolare alla partecipazione dello Stato tedesco alle attività dell’Ocse e dell’Unione europea. In quest’ambito, lo studio mette in evidenza i passi compiuti tra Germania e Francia sul fronte della cooperazione in ambito fiscale, una collaborazione finalizzata in particolar modo all’introduzione all’interno dell’Unione europea di una Common consolidated corporate tax base (Ccctb), una base comune consolidata per la tassazione dei redditi d’impresa, e di un’imposta sulle transazioni finanziarie.

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Ue, focus sulle imposte green. Nel 2017 riscossi 369 miliardi

Ue, focus sulle imposte green. Nel 2017 riscossi 369 miliardi

Gli ultimi dati Eurostat hanno registrato che dal 2002 il gettito dei tributi a scopo ecologico è aumentato in media del 2,2% all’anno

Claudia Scardino – Fisco Oggi

 

 

Fisco Oggi

Le entrate pubbliche derivanti dalle tasse ambientali nell’Ue valgono 369 miliardi di euro, in aumento di 104 miliardi dal 2002 al 2017. È quanto emerge dai dati Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, secondo cui in sedici anni il gettito delle imposte a sfondo ecologico applicate nei Paesi Ue è aumentato sia in termini assoluti sia in termini percentuali, anche se è diminuito dal 6,8% al 6,1% nel 2017 rispetto al totale degli introiti pubblici da imposte e contributi sociali in Ue. All’interno dell’universo delle imposte green europee, le imposte sull’energia hanno rappresentato oltre i tre quarti delle entrate totali da imposte ambientali (77% del totale), collocandosi prima delle imposte sui trasporti (20%) e di quelle sull’inquinamento e sulle risorse (3%).

Lettonia in testa per tasse ambientali su totale entrate fiscali
La percentuale delle tasse ambientali sul totale delle entrate da imposte e contributi sociali varia molto negli Stati membri dell’Ue. Nel 2017 la Lettonia ha registrato la percentuale più elevata di tasse ambientali (11,2%), precedendo altri quattro Stati membri dell’Unione con una quota di almeno il 9%: Slovenia e Grecia (entrambi il 10,2%), Croazia e Bulgaria (entrambi il 9,1%). All’estremo opposto, Lussemburgo (4,4%), Germania (4,6%), Svezia (4.9 %), Francia e Belgio (entrambi al 5%) hanno registrato le quote più basse di tasse ambientali, seguite dalla Slovacchia e Spagna (entrambi 5,4%), Austria (5,7%) e Repubblica Ceca (5,9%).
Dal 2002 al 2017, il gettito totale delle imposte ambientali nell’Ue è aumentato in media del 2,2% all’anno, mentre il Pil ai prezzi di mercato è salito a una media annuale del 2,6%.
Nel 2017, il livello del gettito totale delle imposte ambientali nell’Ue è stato di circa 104 miliardi di euro in più rispetto al 2002. Rispetto al Pil, il maggior livello di entrate fiscali derivanti dalle tasse ambientali è stato registrato nel 2017 in Grecia (4%), seguito da Slovenia e Danimarca (entrambi 3,7%), Lettonia (3,5%), Croazia (3,4%) e Paesi Bassi e Italia (entrambi 3,3%).

Le tasse ambientali categoria per categoria Le statistiche di Eurostat distinguono quattro diverse categorie di tasse ambientali relative a energia, trasporti, inquinamento e risorse; l’imposta sul valore aggiunto (Iva) è esclusa dal campo di applicazione delle tasse ambientali. Dal rapporto dell’ente emerge che le tasse sull’energia rappresentano la categoria più significativa di tasse pro ambiente in Repubblica Ceca, Romania, Lussemburgo e Lituania, dove hanno rappresentato nel 2017 più di nove decimi del gettito totale delle imposte ambientali. Le imposte sull’energia hanno solo leggermente superato il 50% delle entrate derivanti dalle tasse ambientali a Malta (50,8%), e rappresentavano solo il 54-56% del totale in Danimarca (53,8%) e nei Paesi Bassi (55,7%). Le tasse sui trasporti costituiscono, invece, il secondo maggior contributo al gettito totale delle imposte ambientali, registrando il 41,6% in Danimarca,  il 40,8% a Malta, il 37,2% in Irlanda e il 36,4% in Austria. Le tasse sull’inquinamento e sulle risorse naturali rappresentano una quota relativamente modesta del gettito totale delle imposte ambientali. Tuttavia, in tre Stati membri dell’Ue, i Paesi Bassi (13,1%), l’Ungheria (10,7%) e l’Estonia (10,1%), l’inquinamento e le tasse sulle risorse sono una fonte relativamente importante di entrate fiscali ambientali.

La definizione di tassa eco-friendly Secondo l’Eurostat, una tassa ambientale è un’imposta la cui base imponibile è un’unità fisica di qualcosa che ha un impatto negativo specifico e comprovato sull’ambiente e che è definita nel sistema dei conti europeo (ESA 2010) come una tassa. La quota delle tasse ambientali fa parte dell’insieme degli indicatori utili a monitorare la sostenibilità dell’economia dell’Ue nell’ambito dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che prevede 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

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