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Legge di bilancio per il 2020 – 4: conferma per lo sport bonus

Legge di bilancio per il 2020 – 4:
conferma per lo sport bonus

Le persone fisiche e gli enti non commerciali possono utilizzare il credito direttamente in dichiarazione dei redditi, i titolari di reddito d’impresa tramite il meccanismo della compensazione

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

L’articolo 1, comma 177, del Bilancio 2020 (legge n. 160/2019) estende a tutto il 2020 la possibilità di usufruire del credito d’imposta per le erogazioni liberali destinate a interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici e alla realizzazione di nuove strutture sportive pubbliche.
La disciplina relativa allo sport bonus è stata introdotta dall’articolo 1, commi da 621 a 626, della legge n. 145/2018 (legge di bilancio 2019) e prevede che il beneficio spetta nella misura del 65% delle erogazioni liberali destinate a interventi di manutenzione e restauro di impianti sportivi pubblici e alla realizzazione di nuove strutture sportive pubbliche. Il credito d’imposta spetta nei casi in cui la dazione sia stata effettuata sia nei confronti del proprietario dell’impianto sia nei confronti di soggetti che detengono l’impianto in concessione o in altro tipo di affidamento. Per usufruire dell’agevolazione le nuove strutture da realizzare devono essere pubbliche.
 
In base all’articolo 1,comma 179, del Bilancio 2020, per l’attuazione di tali disposizioni continuano ad applicarsi, in quanto compatibili, le previsioni del Dpcm 30 aprile 2019. Il provvedimento richiamato stabilisce che l’agevolazione fiscale è riconosciuta alle persone fisiche e agli enti non commerciali nonché a tutte le imprese e alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di imprese non residenti, a condizione che le erogazioni liberali siano effettuate per il tramite di un sistema di pagamento tracciabile, quale: il bonifico bancario, il bollettino postale, le carte di debito, le carte di credito e prepagate o gli assegni bancari e circolari.
 
Il beneficio spetta entro determinati limiti ovvero, per le persone fisiche e gli enti non commerciali, in misura non superiore al 20% del reddito imponibile indicato in dichiarazione e, per i soggetti titolari di reddito d’impresa, in misura non superiore al 10‰ dei ricavi annui, ripartito in tre quote annuali di pari importo e non è cumulabile con altre agevolazioni previste da legge a fronte della stessa liberalità.
Per quanto riguarda le modalità di fruizione, le persone fisiche e gli enti non commerciali possono utilizzare il credito direttamente in dichiarazione dei redditi in diminuzione delle imposte dovute, mentre i titolari di reddito d’impresa devono ricorrere al meccanismo della compensazione di cui al Dlgs n. 241/1997.
 
Al fine di incentivare il ricorso al bonus, la legge prevede che lo stesso non è soggetto al limite di utilizzo in compensazione pari a 700mila euro, di cui alla legge n. 388/2000, e al limite annuale di utilizzo di 250mila euro, previsto dalla legge n. 244/2007. A ogni modo, i soggetti beneficiari delle erogazioni liberali devono comunicare all’ufficio per lo sport, istituito presso la presidenza del Consiglio dei ministri, l’ammontare delle somme ricevute e la loro destinazione, provvedendo a darne adeguata pubblicità attraverso l’utilizzo di mezzi informatici.
 
Inoltre, entro il 30 giugno di ogni anno successivo all’erogazione e fino all’ultimazione dei lavori di manutenzione, restauro o realizzazione delle nuove strutture, i destinatari dei contributi dovranno comunicare lo stato di avanzamento dei lavori, mediante rendicontazione delle somme erogate.
In base alle norme richiamate dalla legge di bilancio, il credito d’imposta è revocato nel caso in cui venga accertata l’insussistenza di uno dei requisiti. Qualora l’Agenzia delle entrate accerti, nell’ambito dell’ordinaria attività di controllo, l’eventuale indebita fruizione del credito d’imposta, la stessa ne dà comunicazione in via telematica all’ufficio per lo sport che provvede al recupero del relativo importo, maggiorato di interessi e sanzioni secondo legge.
 
Il comma 180 dell’articolo 1 della Legge di bilancio 2020, infine, inserisce le associazioni sportive dilettantistiche e gli enti di promozione sportiva tra i destinatari del fondo per interventi in favore delle società dilettantistiche previsto dall’articolo 13, comma 5, del Dl n. 87/2018. I criteri e le modalità di ripartizione delle risorse disponibili saranno definiti con apposito Dpcm o con decreto dell’Autorità politica con delega allo sport. 

 

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Legge di bilancio per il 2020 – 3: il nuovo bonus fiscale “facciate”

Legge di bilancio per il 2020 – 3: il nuovo bonus fiscale “facciate”

Rientrano nell’inedita agevolazione esclusivamente gli interventi, anche quelli di sola pulitura o tinteggiatura, sulle strutture opache esterne degli edifici, su balconi o su ornamenti e fregi

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

L’articolo 1, commi da 219 a 224, del Bilancio 2020 (legge n. 160/2019) prevede la detraibilità dall’imposta lorda sul reddito delle persone fisiche (Irpef) del 90% delle spese documentate relative agli interventi edilizi finalizzati al recupero o restauro della facciata degli edifici.
In particolare, i commi indicati introducono la detraibilità dall’Irpef del 90% delle spese documentate, sostenute nel corso del 2020, relative agli interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti ubicati nelle zone A o B indicate nel decreto del ministro dei Lavori pubblici n. 1444/1968.
In base a tale decreto, per zone A) e B) devono intendersi le parti del territorio comunale interessate da agglomerati urbani che rivestano carattere storico, artistico e di particolare pregio ambientale (i centri storici), comprese le aree circostanti, che possono considerarsi parte integrante degli agglomerati stessi e le parti del territorio totalmente o parzialmente edificate, diverse dalle precedenti.

Ferme restando le agevolazioni già previste in materia edilizia e di riqualificazione energetica, sono ammessi al beneficio esclusivamente gli interventi sulle strutture opache della facciata, su balconi o su ornamenti e fregi. Rientrano nell’ambito di applicazione di tali disposizioni anche le spese relative alla sola pulitura o tinteggiatura esterna purché riguardanti le parti degli edifici sopra indicate.
Come per le agevolazioni di carattere similare, la detrazione è ripartita in dieci quote annuali costanti e di pari importo da detrarre nell’anno di sostenimento delle spese e in quelli successivi. Non sono previsti limiti massimi di spesa, a differenza delle agevolazioni già presenti in materia.

A ogni modo, si applicano le disposizioni del regolamento di cui al decreto del ministro delle Finanze n. 41/1998. In particolare, il regolamento prevede che i soggetti che intendono avvalersi della detrazione d’imposta sono tenuti a indicare nella dichiarazione dei redditi i dati catastali identificativi dell’immobile e, se i lavori sono effettuati dal detentore, gli estremi di registrazione dell’atto che ne costituisce titolo e gli altri dati richiesti ai fini del controllo della detrazione e a conservare ed esibire a richiesta degli uffici la relativa documentazione.
Inoltre, il pagamento delle spese detraibili deve essere disposto mediante bonifico bancario dal quale risulti la causale del versamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione e il numero di partita Iva ovvero il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato.

Ai fini dei controlli concernenti la detrazione, le banche presso le quali sono disposti i bonifici trasmettono all’Agenzia delle entrate in via telematica, i dati identificativi del mittente, dei beneficiari  della  detrazione  e dei destinatari dei pagamenti.

La detrazione è disconosciuta in caso di violazione dell’obbligo di indicazione dei dati catastali in dichiarazione, effettuazione di pagamenti secondo modalità diverse da quelle previste, esecuzione di opere edilizie difformi da quelle eventualmente comunicate, violazione delle norme in materia di tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro.

Tuttavia, nell’ipotesi in cui i lavori di rifacimento della facciata riguardino interventi influenti dal punto di vista termico o che interessino oltre il 10% dell’intonaco della superficie disperdente lorda complessiva dell’edificio, gli interventi dovranno soddisfare i requisiti di cui al decreto del ministro dello Sviluppo economico 26 giugno 2015 e, con riguardo ai valori di trasmittanza termica, i requisiti di cui alla tabella 2 dell’allegato B al decreto del ministro dello Sviluppo economico 11 marzo 2008, aggiornato dal decreto del ministero dello Sviluppo economico 26 gennaio 2010. In questo caso troveranno applicazione le disposizioni in materia di risparmio energetico.

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Legge di bilancio per il 2020 – 2: come cambia il regime forfetario

Legge di bilancio per il 2020 – 2:
come cambia il regime forfetario

Cancellata la disposizione che introduceva, da quest’anno, la tassazione sostitutiva al 20% per gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni con ricavi/compensi compresi tra 65.001 e 100mila euro

Nicola Buongrido – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La disciplina del regime forfetario, riservato alle persone fisiche titolari di redditi d’impresa o di lavoro autonomo che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi o percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65mila euro (articolo 1, commi da 54 a 89, legge 190/2014), è stata oggetto di alcune modifiche a opera della legge di bilancio 2020 (articolo 1, comma 692legge 160/2019).

In particolare, sono stati reintrodotti due vincoli che, secondo la relazione tecnica al provvedimento normativo, dovrebbero ridurre quasi di un quarto la platea dei beneficiari del regime, da 1,4 milioni a meno di 1,1 milioni:

  • è stata aggiunta una nuova condizione di accesso, rappresentata dal limite di 20mila euro lordi di spese sostenute per lavoro accessorio, per lavoro dipendente e per compensi erogati a collaboratori, anche a progetto, comprese le somme erogate sotto forma di utili da partecipazione agli associati e quelle per prestazioni di lavoro rese dall’imprenditore o dai suoi familiari. Invero, tale requisito, anche se con tetto decisamente più basso (5.000 euro lordi), vigeva già negli anni passati, prima di essere soppresso dalla legge di bilancio 2019
  • è stata ripristinata la causa di esclusione, anch’essa cancellata dalla scorsa manovra finanziaria, per i contribuenti che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente o assimilati superiori a 30mila euro. La verifica di tale parametro non va effettuata se, in quello stesso anno, il rapporto di lavoro è cessato, sempre che, come precisato dalla prassi amministrativa (vedi circolare 10/2016, par. 2.3), non sia stato percepito un reddito di pensione; quest’ultimo, infatti, essendo assimilato al reddito di lavoro dipendente rientra nel conteggio ai fini del raggiungimento del limite. 

Pertanto, alla luce delle novità ora introdotte, dal 2020, per applicare il regime forfetario, è richiesta la contemporanea presenza di due requisiti di accesso, da verificare rispetto all’anno precedente:

  • ricavi o compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 65mila euro
  • ammontare complessivo delle spese per lavoro accessorio, lavoratori dipendenti, collaboratori, utili agli associati in partecipazione, prestazioni di lavoro dell’imprenditore o dei suoi familiari, non superiore a 20mila euro lordi. 

Invece, il nuovo elenco delle esclusioni comprende:

  • chi si avvale di regimi speciali ai fini dell’Iva o regimi forfetari di determinazione del reddito
  • i non residenti in Italia, tranne quelli che, residenti in un altro Stato Ue o aderente allo Spazio economico europeo che assicuri un adeguato scambio di informazioni, producono nel nostro Paese almeno il 75% del proprio reddito complessivo (“non residenti Schumacker”)
  • coloro che effettuano, in via esclusiva o prevalente, cessioni di fabbricati o loro porzioni, di terreni edificabili ovvero cessioni intracomunitarie di mezzi di trasporto nuovi
  • chi partecipa a società di persone, associazioni o imprese familiari oppure detiene il controllo, diretto o indiretto, di Srl o di associazioni in partecipazione che esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dall’esercente attività d’impresa, arti o professioni
  • chi esercita l’attività prevalentemente nei confronti di datori di lavoro (o di soggetti a essi direttamente o indirettamente riconducibili) con cui sono in essere rapporti di lavoro o lo erano nei due precedenti periodi d’imposta, fatta eccezione per coloro che iniziano un’attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni
  • chi nell’anno precedente ha percepito redditi di lavoro dipendente e assimilati superiori a 30mila euro, a meno che il rapporto di lavoro sia cessato. 

Oltre alle due novità circa i requisiti di accesso e le cause di esclusione, la legge di bilancio ha anche introdotto un regime premiale per incentivare l’applicazione delle disposizioni in materia di fatturazione elettronica, adempimento dal quale i contribuenti forfetari sono esonerati (articolo 1, comma 3, Dlgs 127/2015). È, infatti, previsto che per questi ultimi, nel caso in cui vi aderiscano e abbandonino completamente la modalità cartacea mostrando un fatturato annuo costituito esclusivamente da fatture elettroniche, il termine di decadenza per la notificazione degli avvisi di accertamento (articolo 43, comma 1, Dpr 600/1973) è ridotto di un anno, da cinque a quattro.
 
Inoltre, è stato puntualizzato che il reddito assoggettato al regime forfetario deve essere sempre conteggiato nel reddito complessivo per determinare, tra l’altro, la condizione di familiare a carico, le detrazioni per carichi di famiglia, le detrazioni d’imposta legate alla tipologia di redditi posseduti (articolo 13, Tuir), le detrazioni per canoni locativi (articolo 16, Tuir). Più in generale, rileva tutte le volte in cui le norme fanno riferimento, per la spettanza o per il calcolo di deduzioni, detrazioni o benefici, anche diversi da quelli fiscali, al possesso di requisiti reddituali, ad esempio l’Isee. Se ne deve tener conto anche quando al reddito complessivo è collegato un beneficio, come nel caso delle detrazioni per le erogazioni liberali a favore delle associazioni senza scopo di lucro (articolo 15, comma 1, lettera i), Tuir), che spettano entro il limite del 2% del reddito complessivo.
 
Un’ultima novità, di segno positivo, per i contribuenti in regime forfetario dovrebbe discendere dalle disposizioni contenute nei commi da 184 a 197 della legge di bilancio, con i quali, in luogo della proroga per le discipline dell’iper e del super ammortamento, è stato istituito un nuovo credito d’imposta per gli investimenti in beni nuovi strumentali all’esercizio d’impresa. È, infatti, previsto che possono accedere al bonus tutte le imprese residenti nel territorio dello Stato, a prescindere, tra l’altro, dal regime fiscale di determinazione del reddito (comma 186). Pertanto, quelle in regime forfetario, che per le particolari modalità di determinazione del reddito non potevano fruire della maggiorazione delle quote di ammortamento riconosciuta dalle precedenti discipline agevolative, potranno invece fruire del nuovo credito d’imposta. Inoltre, il bonus per i beni materiali non ad alto valore tecnologico spetta anche per gli investimenti fatti da esercenti arti e professioni (comma 194). 

È il caso, infine, di segnalare che il comma 691 della legge di bilancio 2020 ha abolito la disposizione dettata dalla quella 2019 (articolo 1, commi da 17 a 22, legge 145/2018), che aveva istituito, a decorrere da quest’anno, un regime di favore per le persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni: se nel periodo d’imposta precedente avessero conseguito ricavi o percepito compensi compresi tra 65.001 euro e 100mila euro, ragguagliati ad anno, avrebbero potuto applicare al reddito d’impresa o di lavoro autonomo, determinato ordinariamente, un’imposta sostitutiva di Irpef, addizionali regionale e comunale e Irap, con l’aliquota del 20 per cento.

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Legge di bilancio per il 2020 – 1: le novità sulla cedolare secca

Legge di bilancio per il 2020 – 1:
le novità sulla cedolare secca

In prossimità dell’imminente scadenza del periodo di proroga dell’aliquota ridottissima, risolta con l’intervento normativo, proponiamo un viaggio a ritroso nei meandri dell’imposta

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

L’articolo 1, comma 6, del Bilancio 2020 (legge n. 160/2019) riduce dal 15 al 10% l’aliquota dell’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali, dell’imposta di registro e di quella di bollo per la tassazione diretta e indiretta del reddito derivante da contratti di locazione di unità immobiliari urbane a canone concordato nei comuni ad alta densità abitativa.
 
L’imposta in commento, la cedolare secca, è stata introdotta nel nostro ordinamento dal decreto legislativo n. 23/2011 e rappresenta un regime di tassazione facoltativo che si sostanzia nel pagamento di un’imposta sostitutiva – pari al 21% del canone di locazione annuo stabilito dalle parti – dell’Irpef e delle addizionali. Non sono dovuti il Registro e il Bollo, ordinariamente dovuti per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione.
 
Il decreto istitutivo, inoltre, ha previsto anche un’aliquota ridotta al 19% per i contratti a canone concordato, vale a dire quelli stipulati secondo le disposizioni di cui agli articoli 2, comma 3 e 8 della legge n. 431/1998, relativi ad abitazioni ubicate nei comuni ad alta densità abitativa, di cui all’articolo 1, comma 1, lettere a) e b), del Dl n. 551/1988, e negli altri comuni ad alta tensione abitativa individuati dal Cipe.
Per contratti di locazione a canone concordato si intendono quei contratti in cui le parti definiscono le condizioni contrattuali sulla base di appositi accordi definiti in sede locale fra le organizzazioni della proprietà edilizia e quelle dei conduttori maggiormente rappresentative. I  criteri generali, cui devono attenersi gli accordi locali, sono definiti con apposito decreto del ministro dei Lavori pubblici, adottato in concerto con il ministro delle Finanze. Nel medesimo decreto sono individuati anche i contratti tipo che le parti possono utilizzare in funzione delle diverse esigenze abitative, (decreto interministeriale 16 gennaio 2017 – ministero Infrastrutture e Trasporti).
In particolare, per quanto riguarda la durata dei contratti a canone concordato, la legge prevede che non possono avere una durata inferiore ai tre anni e, alla prima scadenza del contratto, ove le parti non concordino sul rinnovo dello stesso, questo è prorogato di diritto per due anni, fatta salva la facoltà di disdetta da parte del locatore nei casi espressamente consentiti dalla legge.
Tuttavia, l’aliquota ridotta è riconosciuta a condizione che tali contratti abbiano a oggetto immobili situati nei comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia e nei comuni confinanti con gli stessi; negli altri comuni capoluogo di provincia e nei comuni considerati ad alta tensione abitativa, individuati nella delibera Cipe 30 maggio 1985, non compresi nelle lettere precedenti.
 
Più in generale il Comitato interministeriale per la programmazione economica, su proposta del ministro dei Lavori pubblici, d’intesa con i ministri dell’Interno e di Grazia e Giustizia, provvede, ogni ventiquattro mesi, all’aggiornamento dell’elenco dei comuni. L’ultima delibera in materia risale al 13 novembre 2003.
Al fine di incentivare l’utilizzo di tale tipologia contrattuale, per effetto del decreto legge n. 102/2013, l’aliquota del 19% è stata ridotta al 15%, in relazione ai contratti a canone concordato, relativi ad abitazioni ubicate nei comuni ad alta densità abitativa, stipulati nel periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013.
 
Successivamente, con il “decreto casa” (Dl n. 47/2014), l’aliquota in commento veniva ulteriormente ridotta al 10% in relazione ai contratti a canone concordato stipulati nei comuni ad alta densità abitativa, nel corso del quadriennio 2014 – 2017.
In sede di conversione del decreto legge, inoltre, l’applicazione dell’aliquota agevolata veniva estesa anche ai contratti di locazione aventi a oggetto immobili situati nei comuni per i quali fosse stato deliberato, nei cinque anni precedenti la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (27 maggio 2014), lo stato di emergenza dovuto a eventi naturali o connessi con l’attività dell’uomo che, in ragione della loro intensità ed estensione, avrebbero dovuto essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante periodi di tempo limitati e predefiniti.
 
Più tardi, la legge n. 205/2017 (il Bilancio 2018), modificando il “decreto casa” ha ulteriormente prorogato il periodo di validità dell’aliquota ridotta al 10%, di ulteriori due anni, fino al 2019.
 
Pertanto, in prossimità dell’imminente scadenza del periodo di proroga (31 dicembre 2019), il legislatore è intervenuto nuovamente con la legge di bilancio 2020, modificando l’articolo 3, comma 2, del Dlgs n. 23/2011, al fine di rendere permanente la riduzione al 10% dell’aliquota agevolata.
Inoltre, a parere dello scrivente, in virtù del rinvio effettuato dall’articolo 9 del “decreto casa” alle disposizioni in materia di cedolare secca, si ipotizza che la stessa aliquota continuerà ad applicarsi anche ai contratti di locazione relativi a immobili situati nei comuni per i quali sia stato deliberato, nei cinque anni precedenti la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (27 maggio 2014), lo stato di emergenza dovuto a eventi calamitosi.
Ricordiamo che l’articolo 3-bis del “decreto crescita” (il Dl n. 34/2019) ha disposto l’abrogazione dell’obbligo della comunicazione della proroga della cedolare secca e della relativa sanzione previsti all’articolo 3, comma 3 del Dlgs n. 23/2011.

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Piani di risparmio a lungo termine: modifiche del collegato fiscale – 1

Piani di risparmio a lungo termine:
le modifiche del collegato fiscale – 1

Le novità in materia di investimenti destinati ai Pir introdotte dalla legge di conversione del Dl fiscale, l’evoluzione e le modalità di impatto delle nuove regole

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

Fisco Oggi

La disciplina fiscale dei Pir è stata introdotta con il Bilancio 2017 (articolo 1, commi da 88 a 114, legge n. 232/2016). L’obiettivo del legislatore era quello di indirizzare il risparmio delle famiglie verso gli strumenti finanziari emessi dalle imprese radicate sul territorio italiano, maggiormente bisognose di risorse finanziarie a fronte di  un approvvigionamento bancario insufficiente.
Con l’acronimo Pir, in particolare, il legislatore individuava i piani di risparmio di durata non inferiore ai 5 anni, caratterizzati dalla destinazione di somme o valori per un importo complessivo non superiore a 150mila euro, (ripartiti in misura non superiore a 30mila euro per ciascun anno solare), in investimenti effettuati per il tramite di intermediari o di imprese di assicurazione residenti ovvero non residenti operanti nel territorio dello Stato tramite stabile organizzazione o in regime di libera prestazione di servizi.

La disciplina originaria, più volte modificata, prevedeva che in ciascun anno di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno stesso (ovvero 243 giorni l’anno), le somme o i valori oggetto del piano dovevano essere investiti, per almeno il 70% del totale, in strumenti finanziari emessi o stipulati con imprese che svolgevano attività diverse da quella immobiliare, purché residenti nel territorio dello Stato o in Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo con stabili organizzazioni nel territorio medesimo.

Con la circolare n. 3/2018, l’Agenzia delle entrate chiariva che per società “immobiliare” si doveva far riferimento alla società il cui patrimonio fosse costituito prevalentemente da beni immobili diversi dai beni merce e da quelli strumentali per destinazione. Si trattava, nello specifico, di società immobiliari in cui prevaleva la detenzione degli immobili tra le immobilizzazioni (elementi patrimoniali destinati ad essere utilizzati durevolmente nell’impresa) e la cui attività consisteva principalmente nella mera locazione di immobili a terzi.
La quota del 70%, inoltre, doveva essere investita per almeno il 30% in strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib della Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. L’indice Ftse Mib, infatti, è un indice azionario che racchiude le 40 principali società quotate in Italia con elevata liquidità nei diversi settori Icb (Industry Classification Benchmark).

Per quanto riguarda i mercati esteri, la circolare considerava “equivalenti” al Ftse Mib i principali indici di tali mercati regolamentati. A titolo esemplificativo erano indicati i seguenti indici: il Ftse 100, per il mercato inglese, il Dax, per il mercato tedesco, il Cac 40 per il mercato francese, l’Aex per il mercato olandese, l’Ibex, per il mercato spagnolo e il Psi 20, per il mercato portoghese.

In presenza dei requisiti sopra descritti, i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria, percepiti da persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, derivanti dagli investimenti nei piani di risparmio a lungo termine non avrebbero concorso alla formazione del reddito complessivo.

La legge di bilancio 2017, inoltre, stabiliva che ciascuna persona fisica non poteva essere titolare di più di un piano di risparmio a lungo termine e ciascun piano di risparmio non avrebbe potuto avere più di un titolare. A tal fine, al momento di ricevere l’incarico, l’intermediario o l’impresa di assicurazioni avrebbero dovuto acquisire un’autocertificazione, con la quale il titolare avrebbe dovuto dichiarare di non essere intestatario di un altro piano di risparmio a lungo termine (principio di unicità).

Il mancato rispetto del vincolo quinquennale di detenzione dell’investimento avrebbe comportato la perdita del beneficio fiscale con la ripresa a tassazione (recapture) dei redditi realizzati nel periodo di investimento e non assoggettati ad imposizione.

La decadenza dal regime, inoltre, avrebbe comportato l’obbligo di corrispondere le imposte non pagate, unitamente agli interessi, senza applicazione di sanzioni, sui redditi degli strumenti finanziari detenuti nel piano. In tal caso, il versamento avrebbe dovuto essere effettuato dall’intermediario, entro il giorno 16 del secondo mese successivo a quello in cui le cause di decadenza si sarebbero verificate.

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Dl crescita: spinta alle società. Riproposto il “Bonus aggregazioni”

Dl crescita: spinta alle società.
Riproposto il “Bonus aggregazioni”

L’agevolazione è finalizzata a incentivare le operazioni straordinarie fra compagini, come fusioni o scissioni ed è riconosciuta anche nell’ipotesi di conferimento di azienda

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

L’articolo 11 del Dl n. 34/2019 (decreto crescita), ha reintrodotto una disciplina finalizzata ad agevolare le operazioni di aggregazione aziendale (“bonus aggregazione”). La disposizione in questione ripropone una misura già prevista in passato dalla legge n. 296/2006 (articolo 1, commi 242-249) e dal decreto legge n. 5/2009.

L’articolo in esame prevede che alle società di capitali residenti in Italia e soggette all’imposta sui redditi delle società (Ires), risultanti da fusioni o scissioni effettuate a decorrere dal 1° maggio 2019 al 31 dicembre 2022 sia riconosciuto il maggior valore di avviamento e/o il maggior valore attribuito ai beni strumentali materiali e immateriali derivante dall’imputazione su tali poste di bilancio del disavanzo di concambio, per un ammontare complessivo non eccedente l’importo di 5 mln di euro.
La medesima agevolazione è riconosciuta in caso di operazioni di conferimento di azienda sui maggiori valori iscritti in bilancio a titolo di avviamento o sui beni strumentali materiali e immateriali, nel limite di 5 mln di euro.
In entrambe le ipotesi, il maggior valore attribuito all’avviamento e ai beni strumentali materiali e immateriali viene riconosciuto, ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap), a decorrere dall’esercizio successivo a quello in cui ha avuto luogo l’operazione di aggregazione aziendale o di conferimento.

Il riferimento esplicito ai beni strumentali e all’avviamento, inoltre, esclude la possibilità di dare riconoscimento fiscale a quella parte di disavanzo da concambio imputato ai beni del magazzino e/o alle partecipazioni. Nei casi in cui il disavanzo generato per effetto dell’operazione aziendale sia superiore all’importo di 5 mln di euro, il contribuente dovrà individuare i beni per i quali i maggiori valori dovranno essere considerati fiscalmente rilevanti.

Conformemente alla ratio della norma, viene riconosciuta valenza fiscale al solo disavanzo da concambio e non anche a quello d’annullamento. La norma di favore introdotta con il decreto crescita, infatti, ha lo scopo di promuovere le concentrazioni tra soggetti indipendenti, pertanto esclude la possibilità di ottenere il riconoscimento fiscale dei maggiori valori iscritti in bilancio per effetto dell’imputazione del disavanzo da annullamento, quale posta di equilibrio contabile che si può  generare solo nell’ambito di operazioni di fusione e scissione tra società legate tra loro da vincoli partecipativi.
Tuttavia, la caratteristica principale del bonus aggregazioni è rappresentata dal fatto che tale disposizione introduce una deroga al principio di neutralità fiscale, tipico delle operazioni straordinarie, con lo scopo di incentivare operazioni di aggregazione aziendale effettuate fra soggetti indipendenti.

Gli articoli 172 e 173 del Tuir, infatti, sanciscono, in linea generale, il principio della neutralità delle operazioni di fusione e scissione con riferimento ai beni delle società incorporate o fuse ovvero della società scissa: i beni delle società fuse, incorporate o scisse, transitano nel bilancio della società risultante dalla fusione, incorporazione o scissione, con lo stesso valore fiscalmente riconosciuto che avevano  presso  le società di provenienza.
A conferma del principio di neutralità, viene sancita l’irrilevanza fiscale dell’avanzo e del disavanzo, sia da annullamento che da concambio, eventualmente emergenti nel bilancio della società incorporante o risultante dalla fusione ovvero della società beneficiaria. Ordinariamente, pertanto, non si tiene conto, nella determinazione del reddito della società risultante dalla fusione o dalla scissione, dell’iscrizione di tali differenze contabili.

In altri termini, il costo dei beni trasferiti per effetto di dette operazioni straordinarie resta, ai fini fiscali, quello precedente all’operazione, pertanto gli ammortamenti calcolati sui maggiori valori iscritti non sono fiscalmente deducibili e/o le plusvalenze e minusvalenze, emergenti in caso di cessione dei beni rivalutati, andranno calcolate non tenendo conto delle rivalutazioni effettuate con l’utilizzo del disavanzo.

Anche per i conferimenti di azienda è previsto il principio di neutralità che rende irrilevante, ai  fini fiscali, l’eventuale iscrizione nelle scritture contabili della conferente o della conferitaria di valori diversi da quelli fiscalmente riconosciuti.
Ne consegue che il soggetto conferente conserverà come valore fiscale delle partecipazioni ricevute quello dell’azienda conferita, mentre il soggetto conferitario, indipendentemente dal valore attribuito in bilancio ai beni ricevuti, subentrerà in toto nei valori fiscali già riconosciuti in capo al conferente.

Per individuare il momento esatto in cui le operazioni di fusione, scissione o di conferimento d’azienda, si considerano “effettuate”, si dovrà fare riferimento alla data in cui l’operazione è perfezionata. Nello specifico, per le operazioni di fusione, tale momento coincide con la data dell’ultima delle iscrizioni dell’atto di fusione presso il Registro delle imprese. Qualora sia stata prevista la postdatazione dell’efficacia dell’operazione di una fusione per incorporazione, ai sensi dell’articolo 2504-bis del codice civile, rileva tale data successiva.
Per le operazioni di scissione, tale momento coincide con la data dell’ultima delle iscrizioni dell’atto di scissione presso il Registro delle imprese. Qualora sia stata prevista la postdatazione dell’efficacia dell’operazione, che ai sensi del medesimo articolo 2506-quater del codice civile è possibile solo in assenza di costituzione di nuove società, rileva tale data successiva.
In relazione ai conferimenti d’azienda, tale momento coincide con la data di iscrizione della  delibera di aumento del capitale sociale presso il Registro delle imprese, ai sensi dell’articolo 2436, comma 5, del codice civile.

L’articolo 11 del decreto crescita subordina il riconoscimento dell’agevolazione in commento alle condizioni che le imprese partecipanti all’operazione di aggregazione:
-siano operative da almeno due anni
-non facciano parte dello stesso gruppo societario
-non siano legate da un rapporto di partecipazione superiore al 20%
-non siano controllate, anche indirettamente, dallo stesso soggetto ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile.

Risultano, pertanto, escluse dall’agevolazione in commento:
-le imprese costituite da meno di due anni
-le imprese che nel biennio non abbiano esercitato un’effettiva attività di impresa.

L’agevolazione si applica a condizione che le imprese che partecipano all’operazione di aggregazione aziendale “si trovino o si siano trovate ininterrottamente, nei due anni precedenti l’operazione, nelle condizioni  che  consentono il riconoscimento fiscale…”.
Ne deriva che il beneficio può essere concesso a condizione che le imprese partecipanti alle descritte operazioni di aggregazione aziendale possiedano i requisiti soggettivi e oggettivi (richiesti ai fini del riconoscimento fiscale) non solo al momento in cui viene posta in essere l’operazione  di fusione, scissione o conferimento, ma che li abbiano posseduti ininterrottamente anche nel corso dei due anni precedenti l’operazione stessa. La disposizione in argomento è volta a contrastare iniziative strumentali assunte al solo scopo di avvalersi del beneficio fiscale.

Per espressa previsione normativa, la decadenza dall’agevolazione si verifica se le ulteriori operazioni straordinarie e/o la cessione dei beni rivalutati avvengono “nei primi quattro periodi d’imposta dalla effettuazione dell’operazione”, includendo nel computo anche il periodo d’imposta nel corso del quale l’operazione è effettuata.
Tale disposizione, con chiaro intento antielusivo, prevede la decadenza dall’agevolazione in esame per la società che pone in essere ulteriori operazioni straordinarie (rispetto a quella che ha determinato la spettanza del beneficio fiscale) ovvero che aliena i beni oggetto dell’agevolazione stessa.
In caso di decadenza dall’agevolazione, la società è tenuta a liquidare e a versare, nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel corso del quale si è verificata la decadenza, l’imposta sul reddito delle società e l’imposta regionale sulle attività produttive dovute sul maggior reddito, relativo anche ai periodi di imposta precedenti,  determinato  senza  tener conto dei maggiori valori fiscalmente riconosciuti.

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Collegato fiscale – 2: responsabilità divise tra committente e appaltatore

Collegato fiscale – 2: responsabilità
divise tra committente e appaltatore

Introdotta una specifica procedura, che coinvolge entrambe le parti, per contrastare il diffuso fenomeno evasivo dell’omesso versamento delle ritenute sul lavoro dipendente o assimilato

Nicola Buongrido – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Larticolo 4 del Dl n. 124/2019 (decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2020), introducendo l’articolo 17-bis nel Dlgs n. 241/1997, mira a ostacolare l’omesso versamento di ritenute da parte di imprese impiegate nell’esecuzione di opere e servizi; a tal fine, delinea un meccanismo che fissa e circoscrive le responsabilità del committente, garantendo che la provvista per il versamento venga messa a disposizione dal datore di lavoro o sia rinvenuta nei corrispettivi dovuti all’impresa affidataria. L’input – come si legge nella relazione illustrativa – arriva dall’osservazione del fenomeno frequentemente rilevato nel corso delle attività di controllo: in caso di assegnazione di appalti a soggetti scarsamente patrimonializzati, gli stessi, per comprimere il prezzo offerto, omettono sistematicamente i versamenti delle ritenute di lavoro dipendente o assimilato.
 
La distribuzione dei compiti
Questa la procedura individuata:

  • chi, sostituto d’imposta fiscalmente residente in Italia, affida a un’impresa la realizzazione di un’opera o di un servizio è tenuto a effettuare il versamento delle ritenute, comprese quelle per le addizionali regionale e comunale, effettuate dall’impresa appaltatrice o affidataria e dalle imprese subappaltatrici sulle retribuzioni erogate al personale direttamente impiegato nell’esecuzione della prestazione
  • le imprese affidatarie o appaltatrici e quelle subappaltatrici, con almeno cinque giorni lavorativi di anticipo rispetto alla scadenza mensile del versamento, devono mettere a disposizione del committente, sul conto corrente bancario o postale da questi comunicato, le somme necessarie per effettuare l’adempimento. Entro lo stesso termine, per consentire i necessari riscontri, sono tenute anche a trasmettergli (e le imprese subappaltatrici devono farlo anche nei confronti delle imprese appaltatrici), tramite posta elettronica certificata: l’elenco di tutti i lavoratori impiegati nel mese precedente, con il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascuno di essi, l’ammontare della retribuzione corrisposta e delle ritenute eseguite; i dati utili alla compilazione dei modelli F24; i dati del bonifico ordinato per trasferire la necessaria provvista. Se a quella data hanno maturato il diritto a ricevere corrispettivi dal committente, possono chiedere, in allegato alla comunicazione, di compensare le somme necessarie al versamento delle ritenute, per intero o parzialmente, con il credito per i corrispettivi spettanti e non ancora ricevuti
  • il committente deve effettuare il versamento delle ritenute tramite modello F24, indicando il codice fiscale del soggetto per il quale viene eseguito il versamento e senza possibilità di utilizzare propri crediti in compensazione, anche nell’ipotesi in cui materialmente non abbia ricevuto la provvista perché compensata con i corrispettivi dovuti alla ditta appaltatrice. È poi tenuto, entro i successivi cinque giorni, a comunicare alle imprese, tramite Pec, l’effettuazione del pagamento. Se ciò non avviene, le imprese devono denunciare la circostanza al competente ufficio dell’Agenzia delle entrate.

La ripartizione delle responsabilità
Le imprese appaltatrici e subappaltatrici restano responsabili per la corretta determinazione ed esecuzione delle ritenute nonché per il versamento delle stesse (senza possibilità di compensazione), qualora non forniscano per tempo al committente la necessaria provvista oppure non formulino la richiesta di compensare con i corrispettivi maturati e non trasmettano i dati relativi ai lavoratori impiegati.
 
Invece, i committenti sono responsabili per il tempestivo versamento delle ritenute limitatamente alla somma ricevuta tramite bonifico e ai corrispettivi non ancora corrisposti alle imprese appaltatrici o affidatarie, nonché integralmente qualora non abbiano comunicato tempestivamente all’impresa gli estremi del conto corrente su cui bonificare le somme per il versamento delle ritenute oppure abbiano eseguito pagamenti alle imprese inadempienti.
Il committente, infatti, tutte le volte che non è messo nelle condizioni di effettuare il versamento delle ritenute (quando, cioè, l’impresa affidataria o appaltatrice non bonifica la necessaria provvista o non invia la prescritta comunicazione), deve sospendere il pagamento dei corrispettivi maturati, vincolandolo al versamento delle ritenute. Inoltre, entro 90 giorni, deve darne comunicazione al competente ufficio delle Entrate. In questi casi, l’impresa, fino a quando le ritenute non sono versate, non può intraprendere alcuna azione esecutiva per esigere il pagamento dei corrispettivi.
 
Esonerate le imprese più affidabili
La procedura non è obbligatoria per le imprese in possesso di determinati requisiti, da certificare al committente almeno cinque giorni prima della scadenza mensile del pagamento. È previsto che possono versare direttamente le ritenute secondo le modalità ordinarie le imprese che:

  • sono in attività da almeno cinque anni o hanno effettuato nei due anni precedenti versamenti registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro
  • non hanno iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi affidati all’agente della riscossione relativi a tributi e contributi previdenziali per importi superiori a 50mila euro, per i quali sono ancora dovuti pagamenti o non è stata concessa sospensione.

La certificazione, entro 90 giorni dall’entrata in vigore del “decreto fiscale”, sarà resa disponibile alle imprese, in via telematica, dall’Agenzia delle entrate, con possibilità, per il committente, di verificarne l’autenticità tramite apposito servizio online (un provvedimento della stessa Agenzia dovrà disciplinare le modalità per il rilascio e il riscontro delle certificazioni).

In ogni caso, per il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi assicurativi per i lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’opera o del servizio, le imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici non potranno avvalersi dell’istituto della compensazione.

 

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Atto illegittimo e interesse pubblico, i criteri cardine dell’autotutela

Atto illegittimo e interesse pubblico,
i criteri cardine dell’autotutela

È l’ufficio stesso che attiva la procedura. Il contribuente, come avviene per i procedimenti amministrativi, deve essere informato dell’esito del riesame entro novanta giorni

Claudio Pivanti – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

È ormai assodato che si possa ricorrere all’istituto dell’autotutela per l’annullamento di ogni tipo di atto tributario anche se diventato definitivo. Tuttavia, la sua adozione è discrezionale, non prevedendo la normativa, nessun obbligo da parte dell’amministrazione anche se sollecitata dal contribuente. In ogni caso la gestione delle istanze di autotutela è un’attività oltremodo delicata e richiede spesso complesse valutazioni in un’ottica di costante miglioramento del rapporto tra Fisco e contribuente. Di seguito un approfondimento per capirne di più.

L’autotutela nel diritto tributario
Una prima versione della “moderna” autotutela nel diritto tributario trova origine, se pur limitatamente ai soli accertamenti parziali, nell’articolo 3, comma 6, del Dl n. 261/1990.
L’istituto ha assunto poi portata generale con l’entrata in vigore dell’articolo 68, comma 1, Dpr n. 287/1992.
In seguito il legislatore è intervenuto con il decreto legge n. 564/1994, che, all’articolo 2-quater, disciplinava espressamente l’autotutela. Il successivo Dm attuativo n. 37/1997 precisava gli organi competenti a esercitare l’autotutela, le ipotesi di annullamento e gli adempimenti degli uffici.

Chi può esercitare l’autotutela
Il potere di annullamento in autotutela spetta all’ufficio che ha emanato l’atto e, solo in caso di grave inerzia dello stesso, alla direzione regionale da cui dipende l’ufficio (articolo 1, Dm n. 37/1197).
L’annullamento può avvenire sia d’ufficio sia su istanza di parte “nei casi in cui sussista illegittimità dell’atto o dell’imposizione” (articolo 2, Dm n. 37/1997).

Quando non può essere applicata
A differenza dell’autotutela amministrativa, per la quale la vigente normativa ha stabilito un limite temporale al potere di annullamento, nel caso di atti tributari l’unico limite è costituito dalla presenza di una sentenza di merito favorevole all’amministrazione, passata in giudicato.
Ne deriva che gli uffici possono ben annullare i propri atti in autotutela anche laddove il giudice tributario si sia già pronunziato con sentenza di inammissibilità, anche passata in giudicato ovvero con sentenza nel merito, purché ancora impugnabile.
Nel caso di atti impositivi di valore superiore a 516.456,90 euro, l’ufficio che intenda annullare l’atto ha l’obbligo di richiedere il preventivo parere della direzione regionale territorialmente competente (articolo 4, Dm n. 37/1997). Dal tenore della disposizione emerge che il parere dell’organo regionale è “obbligatorio” e “preventivo”.
È pacifico ormai che tutti gli atti (e non solo gli avvisi di accertamento) possano essere annullati e che tale possibilità sussista anche quando siano diventati definitivi. Lo stesso “giudicato”, che impedisce l’autotutela, viene inteso come quello concernente la legittimità sostanziale dell’atto; perciò la sentenza definitiva che abbia rigettato il ricorso per ragioni processuali è ritenuta non ostativa all’annullamento.

A discrezione dell’amministrazione
Anche l’autotutela tributaria, come quella amministrativa, si configura quale potere discrezionale della pubblica amministrazione, nel senso che l’ufficio non ha il dovere giuridico di rimuovere l’atto viziato, così come il contribuente non è titolare di un diritto soggettivo a che l’ufficio eserciti tale potere su istanza di parte.
La legge contempla altresì un potere di impulso in capo al Garante del contribuente che, secondo l’articolo 13, comma 6, della legge n. 212/2000 (Statuto del contribuente), “attiva le procedure di autotutela nei confronti di atti amministrativi di accertamento o di riscossione notificati al contribuente”.

Autotutela in soccorso dell’atto illegittimo e dell’interesse pubblico
Sotto il profilo oggettivo è possibile individuare l’esistenza di un duplice presupposto per l’esercizio dell’autotutela.
Il primo è dato dall’illegittimità dell’atto, che l’articolo 2 del regolamento ha riconosciuto nei seguenti casi:

  • errore di persona
  • evidente errore logico o di calcolo
  • errore sul presupposto dell’imposta
  • doppia imposizione
  • mancata considerazione di pagamenti d’imposta regolarmente eseguiti
  • mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza
  • sussistenza dei requisiti per fruire di deduzioni, detrazioni o regimi agevolativi, precedentemente negati
  • errore materiale del contribuente facilmente riconoscibile dall’amministrazione.


Detto elenco riveste un mero carattere esemplificativo ed è ben possibile l’annullamento in autotutela in ogni altro caso di illegittimità dell’atto emanato dall’ufficio (si pensi al difetto di sottoscrizione o alla mancanza di motivazione).

Il secondo presupposto è costituito da uno specifico, concreto e attuale interesse pubblico all’eliminazione dell’atto, diverso dal generico interesse al ripristino della “legalità”, che, in esito a un apposito processo logico di comparazione, risulti prevalente rispetto all’interesse pubblico alla stabilità delle situazioni giuridiche.

Il contribuente va informato
Sebbene non sussista un obbligo giuridico a provvedere e, tanto meno, nel senso richiesto dal contribuente (circolare ministeriale n. 195/1997, Cassazione civile, n. 7388/2007, Cassazione n. 1710/2007), gli uffici sono stati esortati a comunicare agli interessati l’esito dell’intervenuto riesame dell’atto contestato, enunciando, anche succintamente, i motivi del rigetto (Dre Lombardia, 16 novembre 1999, n. 3/82993/dir).
La legge non fissa un termine per l’esame delle istanze, per cui si ritiene possa applicarsi, in via analogica, quello di novanta giorni, fissato dall’articolo 2, comma 3, legge n. 241/1990, per la conclusione del procedimento amministrativo.
L’articolo 4, comma 2, Dm n. 37/1997, stabilisce che l’ufficio debba comunicare l’annullamento in autotutela al contribuente e, in caso di contenzioso, al giudice avanti al quale pende il ricorso.
Per quanto la presentazione dell’istanza di autotutela non sospenda i termini per ricorrere, è opportuno che l’Agenzia comunichi l’esito dell’istruttoria al contribuente prima dello spirare del termine per l’impugnativa, al fine di evitare l’insorgere di un contenzioso (circolare ministeriale n. 258/1998).
In merito all’impugnabilità del provvedimento di diniego di autotutela su un atto divenuto definitivo si è dibattuto a lungo, tanto nella giurisprudenza di merito, quanto in sede di legittimità.
La tesi ormai consolidata è quella secondo cui il provvedimento di diniego su atto definitivo può essere impugnato, ma solo per ragioni di pubblico interesse, rimanendo conseguentemente escluse le impugnative volte a riesaminare la fondatezza della pretesa erariale.

Quando l’ufficio annulla l’atto solo in parte e non nella sua interezza
Dal tenore letterale dell’articolo 2, comma 1, Dm n. 37/1997 si evince che l’autotutela, oltre che “totale” può essere altresì “parziale”.
La disciplina positiva dell’istituto dell’autotutela parziale è stata oggetto di una recente modifica a opera del Dlgs n. 159/2015.
Nello specifico, in caso di autotutela parziale il contribuente può beneficiare delle “….medesime condizioni esistenti alla data di notifica dell’atto purché rinunci al ricorso…”: in altri termini il contribuente destinatario di un provvedimento di autotutela parziale, qualora il rapporto sia ancora pendente, può beneficiare dell’istituto dell’acquiescenza con riduzione delle sanzioni a 1/3 (articolo 15, Dlgs n. 218/1997). Questa disposizione si applica anche in caso di accoglimento parziale del reclamo ex articolo 17-bis, Dlgs n. 546/1992 (circolare n. 38//2015).
Il provvedimento di autotutela parziale, per espressa previsione del legislatore, non è impugnabile, dovendosi sempre fare riferimento, per i termini a impugnare, all’originario atto oggetto di autotutela (articolo 2, comma 1-octies, Dl n. 564/1994 e circolare n. 1/2013).

Autotutela sostitutiva
La giurisprudenza ammette altresì la figura dell’autotutela sostitutiva.
In presenza di una causa di nullità dell’atto impositivo entro il termine di decadenza previsto per l’esercizio della funzione impositiva l’ufficio può emettere un nuovo atto, che annulla e sostituisce il precedente, a condizione che non si sia formato un giudicato sull’atto originariamente emesso che si intende sostituire.
La riforma dell’atto impositivo originario “non è limitata ai soli vizi formali, ma può estendersi a tutti gli elementi strutturali dell’atto, costituiti dai destinatari, dall’oggetto e dal contenuto”, come precisato dal costante orientamento di legittimità.
La Corte di cassazione, peraltro, ha recentemente chiarito che l’esercizio del potere di autotutela non implica la consumazione del potere impositivo, sicché, rimosso con effetti ex tunc l’atto di accertamento illegittimo o infondato, l’Amministrazione finanziaria è tenuta all’esercizio della potestà impositiva, ove ne sussistano i presupposti, incontrando i soli limiti dell’avvenuta formazione del giudicato e del decorso del termine di decadenza fissato per l’accertamento.
Inoltre, “il provvedimento di riforma adottato in sede di autotutela, non dispone per l’avvenire ma retroagisce al momento della applicazione imposta, proprio in quanto viene a sostituirsi all’originario atto impositivo”. Ne deriva che nel caso di contenzioso instaurato avverso l’originario atto impositivo, il giudice dovrà dichiarare l’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, per venir meno dell’oggetto dell’impugnazione e, quindi, dell’interesse del contribuente a una sentenza su un atto che non regola più il rapporto.
La circolare n. 198/1998 ha precisato che l’annullamento di un atto travolge tutti gli altri atti consequenziali e comporta l’obbligo di restituzione delle somme indebitamente riscosse, dal momento che “…sarebbe…del tutto contraddittorio che l’amministrazione annullasse un atto in quanto lo riconosce illegittimo e infondato, e poi lasciasse che le procedure di riscossione proseguano indisturbate ovvero trattenesse le somme riscosse in forza di esso”.

L’autotutela non è un procedimento a istanza del contribuente
In tempi recenti la Corte costituzionale è stata chiamata a valutare la legittimità costituzionale dell’articolo 2-quater, comma 1, Dl n. 564/1994, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 656/1994, e dell’articolo 19, comma 1, Dlgs n. 546/1992.
La Corte, dopo aver tracciato il perimetro normativo dell’autotutela tributaria, quale istituto tipico del sistema delle norme tributarie, ben distinto dall’autotutela amministrativa generale, ha affermato che l’autotutela tributaria “costituisce un potere esercitabile d’ufficio dalle Agenzie fiscali sulla base di valutazioni largamente discrezionali e non uno strumento di protezione del contribuente” (Corte costituzionale, n. 181/2017). Quest’ultimo, invero, può sempre sollecitarne l’esercizio, ma l’istanza di autotutela non trasforma il procedimento officioso e discrezionale in un procedimento a istanza di parte da concludere con un provvedimento espresso. Non esiste, pertanto, un dovere dell’Amministrazione di pronunciarsi sull’istanza di autotutela e, mancando tale presupposto, il silenzio su di essa non equivale a inadempimento, né, d’altro canto, il silenzio stesso può essere considerato un diniego, in assenza di una norma specifica che così lo qualifichi giuridicamente (Cassazione, sentenza n. 7388/2007) con la conseguenza che il silenzio dell’Amministrazione finanziaria sull’istanza di autotutela non è contestabile davanti ad alcun giudice.

I provvedimenti emanati (o non emanati) in autotutela devono anzitutto rispondere a ragioni di interesse pubblico, essere orientati a una determinata “causa”, nonché a criteri di logica e di imparzialità.
Ulteriori criteri informatori dell’attività degli uffici, laddove sollecitati a provvedere in autotutela, sono rappresentati dai canoni costituzionali di “legalità”, “capacità contributiva” e “buon andamento” della pubblica amministrazione, di cui agli articoli 23, 53 e 97 della Costituzione.
Si ritiene, inoltre, che l’Agenzia delle entrate debba valutare le istanze di autotutela anche con riferimento all’ulteriore principio di leale collaborazione e di buona fede sanciti dall’articolo 10 della legge n. 212/2000.
Ciò è ancor più vero per gli atti oggetto di ricorso giurisdizionale, poiché le parti del processo tributario sono soggette al generale obbligo di lealtà e probità ex articolo 88 cpc, che può ben fungere da indice di valutazione per l’addebito delle spese di lite.

Il legislatore tributario ha fornito – se pure indirettamente – ulteriori criteri di valutazione dell’autotutela, con l’introduzione dell’articolo 17-bis, Dlgs n. 546/1992, rubricato “Il reclamo e la mediazione”. L’aspetto maggiormente interessante è il criterio fissato per la valutazione delle istanze di mediazione.
Invero, gli uffici legali dovranno tener conto:
a) dell’incertezza delle questioni controverse
b) del grado di sostenibilità della pretesa
c) del principio di economicità dell’azione amministrativa.

È evidente che detti criteri, ancorché collocati nel decreto che disciplina il contenzioso tributario, possono ben costituire validi parametri di carattere generale per gli uffici, laddove siano sollecitati ad agire in autotutela.
In altri termini, sarà oltremodo opportuno, per l’Agenzia, valutare se la questione prospettata dal contribuente – anche al di fuori di una formale istanza di reclamo-mediazione, ad esempio per atti di valore superiore ai 50mila euro – costituisca fattispecie dubbia, se un eventuale contenzioso sia utilmente sostenibile e se sia più conveniente, in termini di risorse, sostenere o abbandonare una determinata pretesa tributaria.
Come si è visto, la gestione delle istanze di autotutela è attività oltremodo delicata e richiede spesso complesse valutazioni.
La stessa, tuttavia, costituisce una straordinaria opportunità per l’Amministrazione finanziaria per correggere “in corso d’opera” i propri atti, a tutela degli interessi costituzionalmente garantiti e in un’ottica di costante miglioramento del rapporto tra Fisco e Cittadino.

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Excursus modello Redditi Pf 2019: gli spazi per i crediti d’imposta – 3

Excursus modello Redditi Pf 2019:
gli spazi per i crediti d’imposta – 3

La sezione I è quella riservata all’indicazione dei dati generali relativi alle agevolazioni da riportare nella dichiarazione, con l’esclusione del solo bonus “Caro petrolio” che finisce nella II

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

Le misure fiscali finalizzate a incentivare o favorire determinare attività d’impresa sono innumerevoli. Lo schema adottato dal legislatore, nel corso degli anni, è sostanzialmente il medesimo ed è rappresentato dall’istituto del credito d’imposta da utilizzare a scomputo dei tributi dovuti, in compensazione con altre imposte e, in alcuni casi, anche mediante lo strumento della richiesta di rimborso.
 
Per limitarne l’utilizzo indebito, a partire dal 1° gennaio 2008, il legislatore ha stabilito che i crediti d’imposta da indicare nel quadro RU possono essere utilizzati nel limite annuale di 250mila euro. L’eventuale ammontare eccedente può essere riportato in avanti ed è comunque compensabile per l’importo residuo a partire dal terzo anno successivo a quello in cui si genera l’eccedenza.
 
A ciò si deve aggiungere che a decorrere dal 1° gennaio 2014, il limite dei crediti d’imposta e dei contributi compensabili è stato fissato nella misura di 700mila euro (articolo 9, comma 2, del decreto legge n. 35/2013).
 
Andiamo adesso ad analizzare le modalità di compilazione del quadro RU del modello Redditi Pf 2019.
 
Istruzioni per la compilazione del quadro RU
Il quadro RU è composto da cinque sezioni e deve essere compilato dai soggetti che fruiscono dei crediti d’imposta derivanti da agevolazioni concesse all’attività d’impresa. La sezione I è riservata all’indicazione dei dati generali relativi ai crediti d’imposta da riportare nella dichiarazione, a esclusione del credito d’imposta “Caro petrolio”, da indicare nella sezione II.

Tanto premesso, in questa sezione va indicato:

  • nel rigo RU1, colonna 1, il codice identificativo del credito d’imposta. Tale codice rintracciabile nella tabella riportata in calce alle istruzioni del quadro
  • nel rigo RU1, casella 2, il codice relativo al mezzo di comunicazione utilizzato per gli investimenti pubblicitari. Questa casella deve essere compilata esclusivamente con riferimento al credito d’imposta “Investimenti pubblicitari” (codice credito E4)
  • nel rigo RU2, l’ammontare del credito d’imposta residuo, relativo all’agevolazione indicata nel rigo RU1, risultante dal rigo RU12 della precedente dichiarazione Redditi 2018
  • nel rigo RU3, l’ammontare del credito d’imposta ricevuto. Il rigo va compilato dai soggetti che hanno ricevuto in veste di soci, beneficiari di Trust o cessionari, il credito d’imposta indicato nel rigo RU1. I dati dei crediti d’imposta ricevuti devono essere esposti nella sezione VI-A
  • nel rigo RU6, l’ammontare del credito utilizzato in compensazione nel periodo d’imposta 2018
  • nel rigo RU9, l’ammontare del credito d’imposta ceduto ai sensi dell’articolo 1260 del cc. I dati identificativi dei soggetti cessionari e l’importo del credito ceduto devono essere esposti nella sezione VI-B
  • nel rigo RU12, colonna 2, l’ammontare del credito residuo da riportare nella successiva dichiarazione, risultante dalla differenza tra la somma degli importi indicati nei righi RU2, RU3, RU5, colonna 3, e RU8 e la somma degli importi indicati nei righi RU6, RU7, RU9 e RU11.

Caro petrolio
Nella sezione II deve essere indicato il credito d’imposta “Caro petrolio”, previsto dal Dl n. 265/2000, riconosciuto in favore di esercenti alcune attività di trasporto merci, enti e imprese pubbliche di trasporto, esercenti autoservizi e trasporti a fune, con riferimento ai consumi di gasolio.

Nella sezione, occorre indicare:

  • nel rigo RU21, colonna 1, l’ammontare del credito residuo risultante dal rigo RU28, colonna 2, della precedente dichiarazione Redditi 2018
  • nel rigo RU22, colonna 2, l’ammontare del credito d’imposta ricevuto. I soci che detengono una partecipazione in una o più società di persone ovvero associazioni tra professionisti e i beneficiari di “Trust trasparenti“ e “Trust misti” devono indicare nella presente colonna l’importo del credito ricevuto, che deve essere altresì riportato nella sezione VI-A
  • nel rigo RU24, colonne 1 e 2, rispettivamente, l’ammontare del credito residuo e l’ammontare di quello ricevuto o spettante, utilizzati in compensazione nell’anno 2018
  • nel rigo RU28, colonna 2, l’ammontare del credito residuo, costituito dalla differenza tra la somma degli importi indicati nei righi RU22, RU23 e RU25 e la somma di quelli dei righi RU24 e RU26 della medesima colonna. Tale credito è utilizzabile in compensazione entro il 31 dicembre 2019.

“Ricerca & Sviluppo L. 190/2014” e “Formazione 4.0”
La sezione IV va compilata dai beneficiari dei crediti d’imposta “Ricerca e Sviluppo L. 190/2014” e “Formazione 4.0”, contraddistinti con i codici credito B9 e F7, per indicare i dati relativi ai costi agevolabili sostenuti nel corso dell’anno d’imposta 2018, in relazione ai quali è commisurato l’ammontare del credito maturato nel periodo d’imposta.

In particolare, per il bonus “Ricerca & Sviluppo”, nel rigo RU100, va indicato:

  • nella colonna 1, la media aritmetica dei costi agevolabili sostenuti nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015
  • nella colonna 2, l’ammontare complessivo dei costi agevolabili sostenuti per le attività organizzate e svolte internamente all’impresa (intra-muros), specificando nella colonna 3 l’importo relativo al costo del personale impiegato
  • nella colonna 4, l’ammontare complessivo dei costi agevolabili sostenuti per l’attività svolta da residenti su commissione di soggetti residenti o localizzati in altri Stati membri dell’Unione europea, negli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico europeo ovvero in Stati compresi nell’elenco di cui al decreto del ministro delle Finanze 4 settembre 1996
  • nella colonna 5, l’ammontare complessivo dei costi agevolabili sostenuti per attività extra-muros, specificando nella colonna 6 l’importo relativo alla ricerca commissionata a soggetti non residenti

Diversamente, per il credito d’imposta “Formazione 4.0”, nel rigo RU110, va riportato:

  • nella colonna 1, il numero totale delle ore impiegate dai lavoratori dipendenti nelle attività di formazione agevolabili, in qualità di discenti e di docenti
  • nella colonna 2, il numero complessivo dei lavoratori dipendenti che hanno preso parte alle attività di formazione agevolabili, in qualità di discenti e di docenti.

Altri crediti d’imposta
La sezione V è riservata all’indicazione di eventuali importi residui relativi a crediti di imposta che, non più vigenti, non sono riportati in modo distinto nel presente quadro.

In particolare, va indicato:

  • nel rigo RU401, l’ammontare dei crediti residui della precedente dichiarazione risultante dal rigo RU407 del modello Redditi 2018
  • nel rigo RU402, l’ammontare dei crediti d’imposta ricevuti
  • nel rigo RU404, rispettivamente nelle colonne 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7, l’ammontare del credito utilizzato in diminuzione delle ritenute alla fonte operate sulle retribuzioni dei dipendenti e sui compensi da lavoro autonomo, dei versamenti periodici e in acconto dell’Iva, del versamento a saldo dell’Iva, dei versamenti in acconto dell’Irpef, del versamento a saldo dell’Irpef e dell’imposta sostitutiva ex legge n. 342/2000, dovute per l’anno 2018, nonché l’ammontare del credito utilizzato in compensazione nel periodo d’imposta  2018
  • nel rigo RU407, l’importo del credito residuo risultante dalla differenza fra la somma degli importi indicati nei righi RU401, RU402, RU403 e RU405 e la somma degli importi indicati nel rigo RU404, colonne 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7, utilizzabile in diminuzione delle imposte dovute per i periodi d’imposta successivi ovvero, in compensazione, se consentito dalla disciplina della singola agevolazione.

Crediti d’imposta ricevuti, trasferiti e limiti di utilizzo
La sezione VI è suddivisa in tre sotto sezioni e contiene le informazioni relative ai crediti d’imposta ricevuti (VI-A), trasferiti (VI-B) nonché ai crediti eccedenti il limite annuale di utilizzo (VI-C).

Tanto premesso, la sezione VI-A va utilizzata dai soggetti che, avendo una partecipazione in una o più società di persone ovvero in un’associazione, hanno ricevuto uno o più crediti d’imposta, mentre la sezione VI-B va compilata per l’indicazione dei dati relativi ai soggetti cessionari e agli importi ceduti in caso di cessione del credito d’imposta secondo le ordinarie regole civilistiche.
 
In particolare, nei righi da RU501 a RU505 e nei righi da RU506 A RU510, vanno riportati, per ogni credito d’imposta, i seguenti dati:

  • nella colonna 1, il codice del credito ricevuto o trasferito
  • nella colonna 3, l’anno di insorgenza del credito
  • nella colonna 4, il codice fiscale del soggetto cedente o cessionario
  • nella colonna 5, l’ammontare del credito ricevuto o ceduto.

La sezione VI-C, invece, deve essere compilata per verificare il rispetto del limite di utilizzo dei crediti d’imposta, ai fini della determinazione dell’ammontare eccedente il predetto limite.

Ricordiamo, infatti, che per effetto di quanto disposto dall’articolo 1, commi da 53 a 57, della legge n. 244/2007, a decorrere dall’anno 2008, i crediti d’imposta da indicare nel presente quadro possono essere utilizzati, anche in deroga alle disposizioni previste dalle singole norme istitutive, in misura non superiore a 250mila euro annui. A decorrere dal 1° gennaio 2014, il limite dei crediti d’imposta e dei contributi compensabili è stato fissato nella misura di 700mila euro (articolo 9, comma 2, del Dl n. 35/2013).
 
Tanto premesso, la sezione VI-C,  va compilata secondo le modalità di seguito riportate.
Nel rigo RU512, va indicato:

  • nella colonna 1, l’ammontare complessivo dei crediti residui al 1°gennaio 2018. Tale valore è determinato dalla somma degli importi indicati nei righi o nelle colonne “Credito d’imposta residuo della precedente dichiarazione” del presente quadro, relativi ai crediti assoggettati al limite, aumentata degli importi dei crediti utilizzati in compensazione interna nel 2018, esposti nelle relative sezioni del quadro RU del modello Redditi 2018, nonché degli importi dei crediti residui non riportabili nelle singole sezioni del quadro, in quanto riferiti a crediti le cui norme istitutive prevedono limiti temporali di utilizzo (detti importi sono indicati nella parte III, colonna 6, parte IV, colonna 5, e nella parte V, colonna 3, della sezione VI-C del quadro RU del modello Redditi Pf 2018)
  • nella colonna 2, l’ammontare complessivo dei crediti spettanti nel 2018. Tale valore è determinato dalla somma degli importi indicati nei righi o nelle colonne “Credito d’imposta spettante” del presente quadro relativi ai crediti assoggettati al limite di utilizzo
  • nella colonna 3, l’ammontare complessivo dei crediti relativi all’anno 2018, risultante dalla somma degli importi indicati nelle colonne 1 e 2. Se l’importo indicato nella colonna è superiore a 250mila euro devono essere compilati le colonne 4 e 5 del presente rigo
  • nella colonna 4, l’ammontare complessivo dei crediti eccedenti il limite di utilizzo relativo agli anni dal 2008 al 2017, non fruiti alla data del 1° gennaio 2018.

 
Nel rigo RU513, va riportato l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta (diversi da quelli del quadro RU) e contributi utilizzati in compensazione con il modello F24 nell’anno 2018.
 
Nel RU514, va indicato l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta del quadro RU utilizzabile nel 2018, calcolato nel seguente modo: 250mila + la differenza, se positiva, tra 700mila e l’importo indicato nel rigo RU513.
 
Nel rigo RU516, va riportato l’ammontare complessivo dei crediti da quadro RU utilizzati in compensazione con il modello F24 dal 1° gennaio 2019 e fino alla data di presentazione della dichiarazione
 
Nel rigo RU517, l’ammontare complessivo dei crediti da quadro RU utilizzati in compensazione interna per il versamento delle ritenute operate dal sostituto d’imposta effettuato dal 1° gennaio 2019 e fino alla data di presentazione della dichiarazione (quadro ST del modello 770).
 
Nel rigo RU518, l’ammontare complessivo dei crediti da quadro RU utilizzati in compensazione interna per i versamenti ai fini Iva effettuati dal 1°gennaio 2019 e fino alla data di presentazione della dichiarazione (quadro VL del modello Iva).
 
Nel rigo RU520, va riportata la somma degli importi indicati nei righi RU516, RU517 e RU518.
 
Nel rigo RU522, deve essere indicato l’ammontare complessivo dei crediti da utilizzare in compensazione interna nella presente dichiarazione per il versamento dell’Irpef e dell’imposta sostitutiva di cui alla legge n. 342/2000; detto ammontare non può essere superiore alla differenza tra l’importo di 950 mila euro, aumentato degli importi indicati nella colonna 6 dei righi da RU523 a RU526 (eccedenze dal 2008 al 2016, interamente utilizzabili nell’anno 2019) e la somma degli importi indicati nei righi RU520 e RU521.

La parte III deve essere compilata dai soggetti che vantano crediti residui indicati nella colonna 6 dei righi da RU523 a RU526 e/o nella colonna 5 dei righi da RU527 a RU530 del quadro RU del modello Redditi 2018. Tali contribuenti devono riportare nei righi da RU523 a RU526 della presente sezione i dati dei crediti residui esposti nei righi da RU523 a RU530 del modello Redditi 2018, unitamente agli utilizzi effettuati nel 2018, con l’esclusione del credito d’imposta di cui all’articolo 1, comma 271, della legge n. 296/2006 e dei crediti per il settore cinematografico di cui alla legge n. 244/2007, non più assoggettati al limite di utilizzo.

La parte IV, invece, deve essere compilata dai contribuenti che hanno esposto crediti eccedenti il limite di utilizzo nei righi da RU531 a RU534 “Eccedenza 2017” del modello Redditi 2018.
 
La parte V, infine, deve essere compilata nel caso in cui l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta spettanti nell’anno 2018 sia superiore al limite di utilizzo e risulti, quindi, compilato il rigo RU515.

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Excursus modello Redditi Pf 2019: i regimi agevolati per i “piccoli” – 2

Excursus modello Redditi Pf 2019:
i regimi agevolati per i “piccoli” – 2

Una volta determinato l’imponibile, il quadro da compilare per tutti è LM, cambiano tuttavia i righi da valorizzare a seconda dei diversi “livelli” di tassazione scontata

Gaetano Corallo – Fisco Oggi

 

Fisco Oggi

In alternativa al regime ordinario di tassazione dei redditi da lavoro autonomo, il nostro ordinamento riconosce una serie di regimi agevolati in favore dei contribuenti a minore capacità contributiva. In particolare, i regimi fiscali di favore previsti per tale tipologia di contribuenti sono: quello di vantaggio (abrogato a partire dal periodo d’imposta 2015 e in via di esaurimento) e quello forfetario.

Il regime di vantaggio
Si applica, per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi, alle persone fisiche che hanno intrapreso un’attività d’impresa, arte o professione successivamente al 31 dicembre 2007 e che fruivano del medesimo regime alla data del 31 dicembre 2015 (anno della sua soppressione).
Possono accedere al regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità le persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni che, al contempo:
a) nell’anno solare precedente:

  • hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a 30mila euro
  • non hanno effettuato cessioni all’esportazione
  • non hanno erogato somme sotto forma di utili di partecipazioni agli associati con apporto costituito da solo lavoro
  • non hanno sostenuto spese per lavoratori dipendenti o collaboratori, compresi quelli assunti a progetto, programma di lavoro o fase di esso, né erogato somme sotto forma di utili da partecipazione agli associati

b) nel triennio solare precedente non hanno effettuato acquisti di beni strumentali, anche mediante contratti di appalto e di locazione, pure finanziaria, per un ammontare complessivo superiore a 15mila euro.

In sede di compilazione del modello Redditi Pf 2019, nella sezione I del quadro LM, il contribuente deve indicare:

  • nel rigo LM2 l’ammontare dei ricavi, dei compensi, delle sopravvenienze e delle plusvalenze conseguite
  • nel rigo LM3, il contribuente che nel periodo d’imposta precedente ha applicato il regime di vantaggio deve riportare l’eventuale eccedenza di rimanenze indicata nel rigo LM48 del modello Redditi Pf 2018. Le rimanenze finali formatesi prima dell’ingresso in questo regime costituiscono un componente negativo che va dedotto nel primo anno di applicazione. L’eventuale ulteriore eccedenza del valore delle rimanenze rispetto ai componenti positivi deve essere indicata nel rigo LM48 e rileva nei periodi d’imposta successivi
  • nel rigo LM4, la differenza tra i componenti positivi del reddito e le eventuali rimanenze finali
  • nel rigo LM5, colonna 5 l’ammontare delle spese sostenute, come quelle per gli acquisti di materie prime, sussidiarie, semilavorati e merci o le spese relative a beni a uso promiscuo, deducibili nella misura del 50% dell’importo corrisposto
  • nel rigo LM6, il reddito lordo o la perdita derivante dalla differenza tra i componenti positivi al netto delle rimanenze finali e le eventuali spese sostenute. Le perdite fiscali sono computate in diminuzione del reddito conseguito nell’esercizio d’impresa, arte o professione per l’intero importo che trova capienza in esso. L’eventuale eccedenza va indicata nel rigo LM50, se relativa a perdite riportabili nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il quinto, ovvero nel rigo LM51, se le perdite sono riportabili senza limite di tempo ai sensi dell’articolo 8, comma 3, del Tuir
  • nel rigo LM7, colonna 1, l’ammontare dei contributi previdenziali e assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge
  • nel rigo LM8, la differenza tra il reddito del periodo e i contributi versati
  • nel rigo LM9, colonna 3, le eventuali eccedenze di perdite pregresse scomputabili dal reddito fino a concorrenza del reddito netto indicato nel rigo precedente. L’eventuale eccedenza deve essere indicata nel rigo LM49 ed è deducibile dal reddito complessivo ai sensi dell’articolo 10 del Tuir
  • nel rigo LM11, l’imposta sostitutiva pari al 5% dell’importo di rigo LM10, se positivo.

Regime forfetario
I soggetti che aderiscono al regime forfetario, invece, determinano il reddito imponibile applicando, all’ammontare dei ricavi o dei compensi percepiti, il coefficiente di redditività diversificato a seconda dell’attività esercitata. Una volta determinato il reddito imponibile, il contribuente forfetario applica un’unica imposta, nella misura del 15%, sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionali e comunali e dell’Irap. In caso di avvio di una nuova attività l’aliquota è ridotta al 5 per cento.

Possono accedere al regime forfetario i contribuenti che, nell’anno precedente:
a) hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori ai limiti indicati dalla legge, a seconda dell’attività esercitata
b) hanno sostenuto spese per un ammontare complessivamente non superiore a 5mila euro lordi per lavoro accessorio, per lavoratori dipendenti, collaboratori, anche assunti secondo le modalità riconducibili a un progetto, comprese le somme erogate sotto forma di utili da partecipazione agli associati e le spese per prestazioni di lavoro
c) hanno acquistato beni strumentali il cui costo complessivo, al lordo degli ammortamenti, alla chiusura dell’esercizio non supera 20mila euro.

Il contribuente, in sede di compilazione della dichiarazione Redditi Pf 2019, attesta di possedere i requisiti di accesso al regime, barrando la casella posta al rigo LM21, colonna 1. I soggetti che intraprendono una nuova attività devono barrare la casella di colonna 3.

Al momento della predisposizione del quadro LM, va indicato:

  • nel rigo LM22, il codice dell’attività svolta, il coefficiente di redditività dell’attività indicata, l’ammontare dei ricavi e compensi percepiti, il reddito relativo all’attività, determinato moltiplicando l’importo dei componenti positivi (rigo LM22 colonna 3), per il coefficiente di redditività (rigo LM22, colonna 2).
  • nel rigo LM34, colonna 3, il reddito lordo, dato dalla somma degli importi dei redditi relativi alle singole attività, indicati alla colonna 4 dei righi da LM22 a LM27.

nel rigo LM35, colonna 1, l’ammontare dei contributi previdenziali e assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge

  • nel rigo LM36, la differenza tra il reddito lordo, se positivo, e il totale dei contributi previdenziali e assistenziali versati nell’anno
  • nel rigo LM37, colonna 6, le eccedenze di perdite pregresse
  • nel rigo LM38, la differenza tra il reddito netto e le perdite relative agli anni precedenti (LM37, colonna 6)
  • nel rigo LM39, l’imposta sostitutiva pari al 15% (ovvero al 5%, nel caso sia stata barrata la casella di rigo LM21, colonna 3) dell’importo di rigo LM38, se positivo.
     

Determinazione dell’imposta dovuta

Dopo aver determinato l’imposta sostitutiva, nella sezione III del quadro LM,  va indicato:

  • nel rigo LM40, gli eventuali crediti d’imposta che possono essere utilizzati in diminuzione dell’imposta dovuta fino a concorrenza della sostitutiva indicata ai righi LM11 (attività in regime di vantaggio) e LM39 (attività in regime forfetario)
  • nel rigo LM45, colonna 2, la somma degli acconti versati: gli importi degli acconti da considerare nel presente rigo sono quelli con codice tributo 1793 e 1794 (nel caso di adesione al regime di vantaggio) ovvero con codice tributo 1790 e 1791 (nel caso di adesione al regime forfetario)
  • nel rigo LM48 (eccedenza di rimanenze di cui al rigo LM3), il risultato della seguente operazione, solo se positivo: LM3 – LM2. Il rigo è riservato  ai contribuenti che aderiscono, per il primo anno, al regime di vantaggio nel caso in cui le rimanenze finali siano superiori ai componenti positivi del reddito
  • nel rigo LM49 l’eventuale eccedenza dei contributi previdenziali e assistenziali rispetto al reddito lordo. Tale eccedenza, infatti, può essere dedotta dal reddito complessivo ai sensi dell’articolo 10 del Tuir, e va riportata nel rigo RP21 del quadro RP.


Perdite non compensate

In presenza di perdite maturate nei precedenti periodi d’imposta e non compensate, nella sezione IV del quadro LM, va indicato:

  • nel rigo LM50, le perdite formatesi nel regime di vantaggio non compensate. Tali perdite sono scomputate dal reddito conseguito nell’esercizio d’impresa, arte o professione dei periodi d’imposta successivi, non oltre il quinto, per l’intero importo che trova capienza in essi (circolare n. 10/2016). Pertanto, nelle colonne 1, 2, 3, 4 e 5 del rigo LM50, vanno esposte le perdite formatesi negli anni precedenti, al netto di quanto utilizzato mentre, in colonna 6, va indicata la perdita maturata nel 2018 (rigo LM6 della presente dichiarazione)
  • nel rigo LM51, colonna 2, l’importo complessivo delle perdite non compensate relative al regime di vantaggio riportabili senza limite di tempo. Per i soggetti che compilano la sezione I, tale importo comprende le perdite conseguite nell’anno, da evidenziarsi in colonna 1. Le perdite pregresse maturate nel regime dei minimi, invece, vanno invece indicate nell’apposito prospetto contenuto nel quadro RS denominato “Perdite pregresse non compensate nell’anno – Ex contribuenti minimi e fuoriusciti dal regime di vantaggio”. Nello stesso prospetto vanno indicate, in caso di fuoriuscita dal regime di vantaggio o dal regime forfetario, le perdite pregresse maturate nel regime di vantaggio e non compensate.

 

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